L’integrazione dei rifugiati: il refugee gap e l’attivazione dei territori

    a cura di di Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. (UNHCR - Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati)

    È la stessa definizione di integrare - “rendere completo qualitativamente e quantitativamente” - a illustrarci come un Paese, o un territorio, possa considerarsi “completo” soltanto attraverso la costruzione e il rinnovamento di strategie e condizioni indispensabili e vantaggiose per una positiva integrazione sociale ed economica dei “nuovi arrivati”.

    Per l’UNHCR, l’integrazione nel contesto locale è, insieme al rimpatrio volontario[1] e al reinsediamento[2], una delle “soluzioni durevoli” per garantire ai rifugiati la possibilità di vivere in pace e dignità. L’integrazione è sempre un processo a doppio senso, dinamico e multiforme, che richiede sforzi e coinvolgimento di tutte le parti, comprese la preparazione necessaria ai rifugiati per adattarsi alla società di accoglienza senza dover rinunciare alla propria identità culturale e la corrispondente disponibilità da parte delle comunità ospitanti e delle istituzioni pubbliche di soddisfare le esigenze di una popolazione eterogenea.

    L’accoglienza e la protezione dei “nuovi arrivati”: una logica emergenziale mai superata

    Negli ultimi anni la sostanziale carenza di vie legali alternative per raggiungere l’Europa ha determinato per centinaia di migliaia di migranti, che possono vivere situazioni di grande vulnerabilità, e di rifugiati la necessità di ricorrere alle medesime rotte spesso estremamente pericolose e agli stessi trafficanti o smugglers e quindi, come unica opzione, di presentare richiesta di asilo. Per quanto riguarda l’Italia, l’ingresso per motivi di lavoro è stato fortemente limitato dalle quote di ingresso stabilite nei “decreti-flussi” emanati dal Presidente del Consiglio ai sensi del Testo unico sull’immigrazione. Da sempre il sistema italiano di asilo, accoglienza e protezione dei richiedenti asilo e rifugiati vive uno sviluppo non lineare: la legislazione, fin dalla legge 39 del 1990 - la cosiddetta “Legge Martelli” -, ha cercato di adeguarsi, spesso “con urgenza”, alle diverse condizioni del fenomeno migratorio.

    Conseguentemente all’aumento delle richieste di asilo si è assistito a uno sviluppo molto significativo del sistema SPRAR (Sistema Protezione Richiedenti Asilo e Rifugiati), che prevede l’attivazione di progetti di accoglienza e protezione a partire dal coinvolgimento diretto degli enti locali. In parallelo, per fare fronte agli arrivi sulle coste italiane, sono state attivate “strutture temporanee” (i cosiddetti “CAS”, centri di accoglienza straordinaria) che presto hanno rappresentato la grande maggioranza dei posti per l’accoglienza. Dal 2012 al 2016 il numero dei richiedenti asilo e dei rifugiati presenti nelle strutture è cresciuto in maniera rapida e costante, passando da 16.844 a 188.084 presenze, e il numero di persone nello SPRAR è quintuplicato, passando da 7.823 a 34.039.

    Stando ai più recenti dati pubblicati dal Ministero dell’Interno, rispetto al 2017 le persone accolte risultano oggi in calo: il totale è di 155.619. Secondo i dati della Prefettura di Torino, aggiornati a inizio settembre 2018, sono poco meno di 12 mila le persone presenti nelle strutture CAS e SPRAR piemontesi. I posti finanziati nello SPRAR sono 35.881, di cui 1.986 in Piemonte (circa il 15% sul totale dei posti in accoglienza nella Regione), in crescita soprattutto in alcune province, come Cuneo, mentre in altre lo SPRAR è ancora poco sviluppato o assente, anche a causa di scelte convinte delle amministrazioni locali (ad esempio a Novara). Come emerge dalla mappatura effettuata in Piemonte dall’UNHCR nel corso del 2017-2018, l’approccio all’accoglienza e i servizi forniti nei centri CAS piemontesi sono ancora molto eterogenei, anzi sembra allargarsi la forbice fra numerose strutture che si limitano a fornire servizi di base e poche realtà che modellano le proprie attività con un approccio maggiormente rivolto all’integrazione e seguendo le indicazioni contenute nel Manuale operativo dello SPRAR.

    Mentre scrivo è appena entrato in vigore il Decreto Legge 4 ottobre 2018, n. 113, “Disposizioni urgenti in materia di protezione internazionale e immigrazione, e sicurezza pubblica”, attraverso il quale - in attesa del dibattito in Parlamento per la sua conversione in legge e di valutarne le conseguenze nel medio-lungo periodo – si introducono radicali cambiamenti al sistema asilo in Italia. Oltre a sostituire la protezione per motivi umanitari con nuove forme complementari alla protezione internazionale, il Governo intende modificare ancora una volta il funzionamento del sistema di accoglienza, distinguendo nettamente i centri di prima accoglienza, rivolti ai soli richiedenti asilo, dalle strutture di secondo livello - lo SPRAR, che assumerebbe anche un nuovo nome - dove saranno realizzati interventi di accoglienza integrata funzionali al conseguimento di un’autonomia personale per i soli titolari di protezione internazionale e delle forme complementari di protezione.

    La voce dei rifugiati per un’efficace programmazione territoriale

    In questa evoluzione spesso caotica e sempre “in divenire” dei percorsi di accoglienza e protezione, i rifugiati continuano a vivere enormi difficoltà nel loro processo di integrazione. Particolarmente critica, anche in Piemonte, è la fase di uscita dal periodo di accoglienza: permangono forti limitazioni alle opportunità di lavoro regolare, così come rilevato nei focus group sull’integrazione realizzati due anni fa[3] e come confermato dai rifugiati che hanno partecipato al confronto organizzato dall’UNHCR in Piemonte nel 2018 nell’ambito del percorso di elaborazione di un piano regionale di integrazione. Durante il percorso, realizzato con le associazioni Mosaico e Migr’Action e la collaborazione del Centro Piemontese di Studi Africani, gruppi di rifugiati hanno potuto discutere sui temi della formazione professionale e del lavoro, dell’abitare e dell’accesso ai servizi sanitari, facendo emergere considerazioni interessanti che confermano tendenze comuni ad altre realtà.  

    In una Regione che fatica a uscire dalla crisi economica e occupazionale, almeno a confronto con altre regioni del nord[4], il refugee gap – la minore capacità per i rifugiati di essere integrati nel mercato del lavoro rispetto ad altre tipologie di immigrati -, già evidenziato da studi a livello nazionale e internazionale, è vissuto sulla propria pelle dalle persone richiedenti e titolari di protezione che lamentano grandi difficoltà anche nell’accesso alla casa dopo il periodo in accoglienza:

    «Non avendo un lavoro, né un soldo e nemmeno una casa dove andare ad abitare dopo, è molto difficile intravedere un momento di serenità» (richiedente asilo accolto in un CAS in provincia di Torino)

    «Si va dall’accoglienza… al niente» (rifugiato che vive presso l’occupazione dell’Ex Moi)

    I risultati sono pesanti, dal ricorso al lavoro irregolare - in agricoltura ma non solo - alle occupazioni a fini abitativi, e necessitano di interventi molto onerosi per essere affrontati.

    A distanza di un anno dalla presentazione da parte del Ministero dell’Interno del primo “Piano nazionale per l’integrazione dei titolari di protezione internazionale”, il contesto appare molto cambiato e gli sviluppi sono incerti. Per quanto riguarda il Piemonte, l’elaborazione – come previsto dal Piano nazionale e con il supporto dell’UNHCR – di un piano regionale di integrazione, e la sua eventuale adozione da parte delle istituzioni, è ancora in via di definizione. A tale scopo fra marzo e luglio 2018 è stato avviato dal settore “Politiche per le pari opportunità, diritti e inclusione” della Regione Piemonte un percorso facilitato dall’UNHCR che, oltre ai rifugiati, partecipanti attivi ai tavoli, ha coinvolto altri settori della Regione, le Prefetture, soggetti del terzo settore e dell’associazionismo e rappresentanti di Comuni piemontesi, durante il quale sono state raccolte le principali criticità incontrate dai titolari di protezione nell’accesso al mercato del lavoro, all’abitazione e ai servizi sanitari.

    Limitandosi ai temi lavoro e casa, si possono citare i seguenti ostacoli:

    • difficoltà nella fruizione dei corsi di formazione professionale a causa della durata e dei requisiti di accesso;
    • mancanza di un raccordo organico fra sistema dell’accoglienza, servizi per il lavoro, agenzie formative e imprese, capace di individuare priorità e offrire opportunità in un mercato del lavoro caratterizzato dall’importanza delle reti informali;
    • scarsità di idonee soluzioni abitative in locazione, essendo insufficienti gli strumenti disponibili di garanzia economica (ad esempio l’assicurazione contro il rischio di morosità) e culturale (ad esempio la condivisione delle norme del buon abitare);
    • carenza di accompagnamento abitativo rivolto ai titolari di protezione in uscita dal sistema di accoglienza, intendendo con accompagnamento un percorso di empowerment e responsabilizzazione crescente dell’individuo e del nucleo.

     

    La mancanza di una filiera per l’integrazione

    Raccogliendo i risultati di altre ricerche[5], .durante il percorso sono emerse numerose pratiche ed esperienze, spesso attive in Piemonte da anni, che cercano di rispondere a queste e altre criticità ma hanno ancora bisogno di essere sostenute dalle istituzioni. In particolare sarebbe opportuno sistematizzare tali esperienze e iniziative in una filiera strutturale per l’integrazione che, raccordandosi con il sistema di accoglienza e protezione e valorizzando i fondi europei disponibili, sappia collegare fra loro gli elementi fondamentali: un efficace apprendimento dell’italiano[6],  la conoscenza dei servizi e delle opportunità presenti sul territorio e, appunto, l’inserimento sociale e lavorativo e l’accesso alla casa, oltre all’effettiva presa in carico dei bisogni di salute.

    Anche l’UNHCR ha promosso attività e progetti che coinvolgono il Piemonte e sostengono risposte concrete alle criticità elencate, valorizzando la partecipazione attiva dei rifugiati e provando a fare sistema con iniziative già in essere, nei seguenti ambiti:

    • formazione e inserimento lavorativo: progetti “Bee my Job”, realizzato dall’APS Cambalache di Alessandria, e “Food for inclusion”, promosso dall’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo; l’UNHCR ha anche aderito al progetto presentato dal settore Politiche del lavoro della Regione Piemonte nell’ambito dell’avviso FAMI PRIMA (PRogetto per l'Integrazione lavorativa dei MigrAnti);
    • capacity building: l’UNHCR sta partecipando alla realizzazione del percorso formativo “Migliora” in Piemonte e Liguria, dedicato alla raccolta ed elaborazione di risposte efficaci e sostenibili ad alcune delle questioni chiave relative all’integrazione dei rifugiati nelle aree extra-urbane;
    • protagonismo dei rifugiati: l’UNHCR ha avviato con l’ong Intersos il progetto “PartecipAzione” che comprende, anche in Piemonte, attività di sostegno alle associazioni, formazione e

    Per rendere “completo” un territorio e garantire in prospettiva minori costi sociali ed economici, questa filiera per l’integrazione deve attivare e saper coinvolgere le reti locali di soggetti pubblici e privati ed essere capace di comprendere le tre dimensioni dell’integrazione già evidenziate dall’UNHCR: una dimensione legale, che comprenda i diritti e le libertà civili, come l’accesso all’educazione, al mercato del lavoro e ai servizi socio-sanitari e il possesso di documenti di identità e di viaggio, il diritto all’unione familiare e, in prospettiva, l’acquisizione della cittadinanza; una dimensione economica, cioè il grado crescente di autonomia e capacità di disporre di mezzi di sussistenza sostenibili, contribuendo così alla vita economica del Paese ospitante; una dimensione sociale e culturale, che consenta ai rifugiati di vivere nella comunità ospitante senza xenofobia, discriminazione e sfruttamento, partecipando attivamente alla vita sociale del Paese di asilo.

     

    Per approfondire:

    UNHCR, Conclusions on Local Integration. No. 104 (LVI), EXCOM Conclusions, 7 October 2005, http://www.unhcr.org/excom/exconc/4357a91b2/conclusion-local-integration.html

    UNHCR, ‘Refugees’ and ‘Migrants’. Frequently Asked Questions (FAQs), 31 agosto 2018, http://www.refworld.org/docid/56e81c0d4.html

    ANCI, Caritas Italiana, Cittalia, Fondazione Migrantes, Servizio Centrale dello SPRAR, in collaborazione con UNHCR, Rapporto sulla protezione internazionale in Italia 2017, Roma, Novembre 2017.

    Ministero dell’Interno, Cruscotto statistico giornaliero, 31/08/2018, http://www.libertaciviliimmigrazione.dlci.interno.gov.it/sites/default/files/allegati/cruscotto_statistico_giornaliero_31-08-2018.pdf

    Servizio Centrale dello SPRAR, I numeri della rete SPRAR – Progetti territoriali luglio 2018,  https://www.sprar.it/i-numeri-dello-sprar

    Servizio Centrale dello SPRAR, Manuale operativo per l’attivazione e la gestione di servizi di accoglienza integrata in favore di richiedenti e titolari di protezione internazionale e umanitaria, settembre 2015, https://www.sprar.it/wp-content/uploads/2016/06/SPRAR_-_Manuale_operativo_2015.pdf

    Ponzo I., Il Decreto Immigrazione e Sicurezza che separa accoglienza e integrazione: una riforma dai piedi di argilla in “neodemos – popolazione società e politica”, 2 ottobre 2018,  http://www.neodemos.info/articoli/il-decreto-immigrazione-e-sicurezza-che-separa-accoglienza-e-integrazione-una-riforma-dai-piedi-di-argilla/

    UNHCR, Focus group sul tema dell’integrazione. Report finale, 2016, https://www.unhcr.it/wp-content/uploads/2016/10/UNHCR_Report_ITA_web-1.pdf

    UNHCR, The UNHCR tool for Participatory Assessment in Operations, maggio 2006, http://www.refworld.org/cgi-bin/texis/vtx/rwmain?docid=462df4232

    UNHCR, A Community-based approach in UNHCR Operations, marzo 2008, http://www.refworld.org/docid/47da54722.html

    UNHCR, Understanding Community-based protection, 2013, http://www.refworld.org/pdfid/5209f0b64.pdf

    Banca d’Italia, Questioni di Economia e Finanza. I rifugiati e i richiedenti asilo in Italia, nel confronto europeo, aprile 2017 (https://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/qef/2017-0377/QEF_377_17.pdf),

    Eve M. e Perino M., Torn Nets. How to explain the gap of refugees and humanitarian migrants in the access to the Italian labour market, settembre 2017 (http://www.fieri.it/wp-content/uploads/2017/09/Torn-Nets.-Eve_Perino.pdf)

    UNHCR, Integration – A Fundamental Component in Supporting Diverse Societies, 2016, http://www.unhcr.org/56a9decf5.pdf

     

    Materiali e informazioni sui principali progetti richiamati nell’articolo si possono trovare in questi siti:

    “Bee my Job” - realizzato dall’APS Cambalache di Alessandria (https://www.beemyjob.it)

    “Food for inclusion” - realizzato dall’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo (https://www.unisg.it/comunicati/food-for-inclusion-a-pollenzo-un-progetto-con-lunhcr-per-fornire-competenze-e-strumenti-lavorativi-nel-campo-della-gastronomia-per-i-rifugiati)

     “Migliora” - progetto della Compagnia di San Paolo, realizzato da FIERI, Labins, Dislivelli e Centro Studi Medì, in collaborazione con l’UNHCR, Regione Piemonte, Città Metropolitana di Torino, ANCI Liguria e UNCEM Piemonte (https://www.formazione-migliora.it)

     “PartecipAzione” - programma di programma di capacity building ed empowerment promosso da UNHCR con l’ong Intersos (https://www.intersos.org/programma-partecipazione)

     

    [1] Durante il 2017, 667.400 rifugiati hanno fatto ritorno volontario nei loro Paesi di origine, la maggioranza dei quali (518.700 persone) assistiti dall’UNHCR: https://www.unhcr.it/cosa-facciamo/soluzioni-durevoli/rimpatrio

    [2] Il reinsediamento consente ai rifugiati di essere trasferiti da un Paese di prima accoglienza a un Paese terzo dove poter ricevere adeguata protezione. Sulla base dei dati forniti dai governi all’UNHCR, 102.800 rifugiati sono stati reinsediati in paesi terzi nel 2017, con una riduzione del 46% rispetto al 2016. https://www.unhcr.it/cosa-facciamo/soluzioni-durevoli/reinsediamento

    [3] UNHCR, Focus group sul tema dell’integrazione. Report finale, 2016, https://www.unhcr.it/wp-content/uploads/2016/10/UNHCR_Report_ITA_web-1.pdf

    [4] Vedi IRES Piemonte, Così lontano, così vicino. Relazione annuale 2018, pp. 19-82, https://www.ires.piemonte.it/relazione2018/RESET2018.pdf

    [5] Si vedano, ad esempio, le Ricerche su competenze professionali, inclusione abitativa e accesso ai servizi di salute della popolazione migrante in Piemonte (Aprile 2018), frutto del progetto FAMI “D.I.S.CO.R.S.I. migranti” promosso dal Consorzio ONG Piemontesi (COP), https://migrazionicop.files.wordpress.com/2018/08/discorsi-migranti_le-ricerche-in-piemonte1.pdf

    [6] A questo proposito si segnala il progetto Petrarca, piano regionale per la formazione civico linguistica dei cittadini di Paesi terzi, sostenuto dal FAMI (Fondo Asilo, Migrazione e Integrazione) e coordinato dalla Regione Piemonte, giunto alla sesta edizione: https://www.petrarca.eu/

     

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