La lotta contro la tratta di esseri umani in Piemonte

    a cura di Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. e Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. (IRES Piemonte)

    A partire dal 2015, la richiesta d’asilo è diventata il più importante canale d’accesso in Italia e in Piemonte per le vittime di tratta provenienti dall’Africa sub-sahariana. In un contesto di flussi migratori misti, i soggetti che da molti anni si occupano di accogliere le vittime hanno dovuto affrontare sfide nuove, che hanno messo in discussione le definizioni assodate e gli strumenti di prevenzione, contrasto e assistenza tradizionalmente impiegati.

    Essenziale appare la cooperazione tra i diversi attori istituzionali e privati coinvolti e l’adozione di modalità di lavoro nuove e flessibili, capaci di adattarsi alla rapidità di mutamento del fenomeno del traffico di esseri umani.

    Che cos’è la tratta

    La tratta degli esseri umani rappresenta una grave violazione dei diritti della persona: è per questo che l’ordinamento interno, recependo la normativa internazionale, la sanziona con misure di carattere penale. Le fattispecie coinvolte sono in particolare il reato di tratta di persone, descritto dall’articolo 601 del Codice penale (c.p.), che spesso si manifesta associato ai reati di riduzione e mantenimento in schiavitù (art. 600 c.p.) e sfruttamento della prostituzione (art. 3, legge n. 75/1958, la cosiddetta legge Merlin). Se si vuole offrire una definizione semplificata del fenomeno e della sua configurazione giuridica, si può affermare che la tratta di essere umani implica il trasferimento o il trasporto illegale di una persona straniera vulnerabile all’interno dei confini dello Stato con l’utilizzo della violenza, dell’inganno o di altra forma di coercizione e al fine di destinarla allo sfruttamento sessuale, lavorativo, nell’accattonaggio, nel compimento di attività illecite, per l’espianto di organi o per matrimoni forzati. La tratta si distingue quindi dal favoreggiamento dell’immigrazione irregolare, nel quale lo straniero si accorda con il trafficante e non è destinato allo sfruttamento (anche se non si deve escludere che, una volta giunto in Italia, sia sottoposto a violenza e sfruttamento).

    Per quanto riguarda lo sfruttamento lavorativo della manodopera straniera, rilevanti sono altre due fattispecie penali: l’impiego di manodopera straniera (art. 22, commi 12 e 12bis, D.lgs. n. 286/1998 - TU Immigrazione) e, in stretta connessione a questo, il reato di intermediazione illecita e sfruttamento lavorativo (art. 603bis c.p.). Il datore di lavoro che impiega lavoratori stranieri irregolari sottoponendoli a condizioni di particolare sfruttamento, infatti, è soggetto ad una pena aggravata. Inoltre, il lavoratore straniero irregolare che denuncia il datore di lavoro e collabora nel procedimento penale ha diritto ad un permesso di soggiorno per motivi umanitari. Il combinato disposto delle due norme, quindi, offre tutela alle persone straniere che, anche nel caso in cui non siano vittime di tratta, subiscono condizioni di sfruttamento lavorativo in Italia.

     

    L’assistenza delle vittime di tratta in Italia e in Piemonte

    Per l’assistenza alle vittime di tratta, fin dal 1998, con l’approvazione del Testo unico sull’immigrazione (e successive modificazioni e integrazioni), il nostro Paese si è dotato di strumenti innovativi nel contesto europeo. L’articolo 18 del TU, infatti, prevede il rilascio di uno speciale permesso di soggiorno per le vittime che accettino di sottrarsi allo sfruttamento. Lo strumento protegge l’incolumità delle persone trafficate e consente loro di aderire ad un programma di assistenza e integrazione sociale affidato agli enti locali o a soggetti privati accreditati, iscritti a tal fine alla seconda sezione del Registro delle associazioni che svolgono attività a favore degli immigrati, istituito presso il Ministero del lavoro e delle politiche sociali (di seguito denominati, per semplicità, enti anti-tratta).

    Con l’approvazione, nel 2016, del Piano nazionale di azione contro la tratta e il grave sfruttamento, l’Italia ha adottato una strategia organica pluriennale per la prevenzione e il contrasto del fenomeno, la protezione delle vittime e la cooperazione tra i soggetti istituzionali e privati coinvolti. La normativa è stata inoltre aggiornata per unificare in un solo Programma di emersione, assistenza e integrazione i precedenti interventi settoriali in favore delle vittime. L’esecuzione del Programma unico è affidata a progetti territoriali finanziati da un bando pluriennale del Dipartimento per le Pari opportunità (DPO) presso la Presidenza del consiglio dei ministri.

    In Piemonte dal 2008 l’amministrazione regionale e gli enti anti-tratta hanno collaborato alle diverse edizioni del progetto “Piemonte in rete contro la tratta”. La nostra Regione è capofila del’attuale progetto territoriale “L’Anello forte. Rete anti-tratta del Piemonte e della Valle d’Aosta” rivolto alle vittime di sfruttamento sessuale e lavorativo e di accattonaggio forzato[1]

    Il progetto prevede: attività di emersione, identificazione e primo contatto con le vittime, operate attraverso le unità di strada, gli sportelli, la gestione della postazione locale del Numero verde anti-tratta e i colloqui di valutazione eseguiti su richiesta della Commissione territoriale per il riconoscimento della protezione internazionale e di CAS (Centri di Accoglienza Straordinaria) o SPRAR (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati); attività di prima e seconda assistenza, che comprendono assistenza sanitaria, consulenza legale, accompagnamento ai servizi e all’ottenimento del permesso di soggiorno, accoglienza residenziale e altre forme di sostegno abitativo; infine, attività di formazione linguistica e professionale e di accompagnamento al lavoro.

    La Regione Piemonte si è inoltre dotata di strumenti propri a sostegno delle vittime di tratta. In primo luogo, ha riconosciuto le donne trafficate quali vittime di violenza di genere, come tali destinatarie delle politiche regionali di intervento disposte dalla legge regionale n. 4/2016 (“Interventi di prevenzione e contrasto della violenza di genere e per il sostegno alle donne vittime di violenza ed ai loro figli”), tra le quali l’accesso al Fondo di solidarietà per il patrocinio legale alle donne vittime di violenza. Al potenziamento degli interventi di prevenzione della tratta è stato dunque dedicato uno specifico obiettivo all’interno del Piano triennale degli interventi per contrastare la violenza di genere 2017-2019. Per rafforzare la cooperazione istituzionale e quella tra settore pubblico e privato, inoltre, è stata istituita nel dicembre 2016 una Cabina di regia regionale contro la tratta e lo sfruttamento degli esseri umani.

    Nell’ambito del POR-FSE 2014-2020, infine, sono state individuate due misure rivolte all’inclusione lavorativa delle vittime di tratta. Un bando finalizzato a finanziare progetti speciali di inclusione attiva[2], per interventi di natura integrata e complementare ai servizi al lavoro, tesi a rafforzare l’occupabilità delle persone assistite tramite il rafforzamento della capacità e delle competenze. Il Buono per servizi al lavoro, con il quale la Regione copre un complesso di servizi di politica attiva a domanda individuale per persone disoccupate o in condizioni di particolare svantaggio; nella seconda categoria sono incluse le vittime di tratta. Si sottolinea tuttavia che, nel biennio di programmazione 2016-2017, lo strumento appare sotto-utilizzato da questo target di beneficiari, che hanno assorbito il 2,3% della spesa totale per servizi di politica attiva (orientamento di primo livello e specialistico, ricerca attiva del lavoro) e l’1,7% di quella destinata al rimborso delle indennità di tirocinio alle aziende ospitanti.

     

    Tratta degli esseri umani e flussi migratori misti

    La lotta contro la tratta degli esseri umani – realtà sociale complessa e in continua evoluzione – ha incontrato negli ultimi anni una nuova sfida nei mutamenti del fenomeno migratorio, che si presenta in modo sempre più eterogeneo. In un contesto di flussi migratori misti, gli elementi di persecuzione e di violenza che spingono alla fuga si combinano con quelli economici e di vulnerabilità sociale, fino a confondere le assodate definizioni di “migrazioni forzate” e “migrazioni volontarie”. Questo determina, da un lato, la presenza di vittime della tratta (soprattutto donne) nel sistema di accoglienza per i richiedenti asilo e, dall’altro, l’inserimento di richiedenti e titolari di protezione internazionale nelle strutture specifiche per le vittime di tratta.

    A partire dal 2015 in Italia si è registrato un significativo aumento del numero di migranti e richiedenti asilo provenienti dalla Libia e originari dei Paesi dell’Africa occidentale, in particolare della Nigeria. Tra il 2014 e il 2016, la percentuale dei migranti provenienti dalla Nigeria è passata dal 5,3% (pari a 9.000 arrivi) al 20,7% (pari a 37.551 sbarchi).

    Altrettanto importante è stato l’incremento del numero di donne e minori non accompagnati arrivati via mare in Italia dalla Nigeria. Il dato è rilevante poiché, sulla base delle stime dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni (OIM), una percentuale compresa tra il 70 e l’80% delle donne nigeriane sbarcate è una probabile vittima di tratta destinata allo sfruttamento sessuale in Italia o in altri Paesi dell’Unione Europea. Secondo l’OIM, le donne e i minori stranieri non accompagnati di nazionalità nigeriana sono tra i soggetti più esposti al rischio di diventare vittime di tratta destinate allo sfruttamento della prostituzione.

    La stima è confermata dai dati forniti dall’Osservatorio nazionale sulla tratta, secondo il quale nel 2017 le donne nigeriane rappresentano il 76% delle vittime assistite dagli enti anti-tratta in Italia e, in particolare, l’88% delle vittime di sfruttamento sessuale. Anche in Piemonte, nel periodo 2014-2018, il 90% delle persone accolte nelle strutture riservate alle vittime di tratta è costituito da donne di nazionalità nigeriana; inoltre, la mappatura della prostituzione di strada evidenzia che circa il 70% delle sex workers osservate è di origine africana, soprattutto nigeriana.

    Se nel 2013 gli arrivi di donne nigeriane in Italia via mare sono stati 433, il numero è costantemente cresciuto nei tre anni seguenti: 1.454 nel 2014, 5.633 nel 2015 e 11.009 nel 2016. Si osserva una tendenza analoga per i minori non accompagnati: 107 arrivi nel 2013, 461 nel 2014, 1.022 nel 2015 e 3.040 nel 2016. Nel corso delle sue attività di osservazione e assistenza svolte nei luoghi di sbarco e nelle strutture di prima accoglienza, l’OIM ha identificato 2.195 vittime di tratta nel biennio 2014-2015 e 6.599 nel 2016.

    Nel 2016, l’Italia è stata interessata da un aumento significativo degli arrivi via mare: 181.436 sbarchi, a fronte dei 153.842 del 2015 e dei 170.100 del 2014. A seguito della firma del Memorandum d’intesa tra Italia e Libia, nel febbraio 2017, gli arrivi via mare si sono ridotti, fino a raggiungere il numero di 119.310 alla fine dell’anno. La tendenza pare confermata dai dati riferiti ai primi mesi del 2018: al 31 maggio, gli sbarchi sono stati 13.430, a fronte dei 60.228 dello stesso periodo del 2017 (-77,7%). Aumentano nello stesso arco cronologico gli arrivi via mare da Paesi diversi dalla Libia: dal 3,5% del 2017 al 31,4% dei primi cinque mesi del 2018.

    Nonostante il calo dei flussi migratori via mare provenienti dalla Libia, nel 2017 quella nigeriana è rimasta la principale nazionalità dichiarata al momento dello sbarco: il 15,2% dei migranti, pari a 18.153 persone, provengono dalla Nigeria. Nei primi mesi del 2018 si assiste invece ad un mutamento nella composizione dei flussi: al 31 maggio, le persone di nazionalità nigeriana sbarcate in Italia sono 916, cioè il 6,8% del totale.

    D’altra parte, le richieste di protezione internazionale presentate da cittadini nigeriani sono le più numerose nell’intero periodo 2014-2018: sono 10.040 nel 2014 (pari al 15,8%), 18.174 nel 2015 (21,6%), 27.289 nel 2016 (22%), 25.964 nel 2017 (20%) e 3.643 nei primi cinque mesi del 2018 (12,7%). Si nota dunque un andamento più regolare rispetto a quello degli sbarchi, nonostante il calo del periodo 2017-2018.

    L’Italia ha risposto all’incremento del numero di domande di protezione internazionale (da 63.456 nel 2014 a 130.119 nel 2017, per un totale di oltre 400mila richieste) con l’apertura di strutture di prima e seconda accoglienza, distribuite nel territorio nazionale e affidate alla gestione degli enti locali e di soggetti pubblici o privati che operano nel settore dell'assistenza ai migranti o nell'assistenza sociale. L’accoglienza è disciplinata dal Decreto Legislativo 18 agosto 2015 n. 142 (“Attuazione della direttiva 2013/33/UE recante norme relative all'accoglienza dei richiedenti protezione internazionale, nonché della direttiva 2013/32/UE, recante procedure comuni ai fini del riconoscimento e della revoca dello status di protezione internazionale”), in base al quale chi avanza domanda di protezione internazionale, e non dispone di mezzi sufficienti per garantire il sostentamento proprio e della propria famiglia, è accolto nelle strutture per la durata del procedimento di esame della richiesta.

    Le strutture che dal 2002 costituiscono il sistema SPRAR, pur assicurando oltre 20 mila posti sul territorio nazionale, non sono state sufficienti ad accogliere il grande flusso di persone migranti e sono state qualificate dal Governo italiano come sistema di seconda accoglienza, destinato prioritariamente alle persone che hanno già ottenuto una forma di protezione internazionale. Di conseguenza, la permanenza dei migranti nei CAS si protrae fino alla pronuncia della Commissione territoriale per il riconoscimento del diritto di asilo. In Piemonte, il tempo medio di permanenza dei migranti nei CAS è di 18-24 mesi.

    Il calo degli arrivi via mare non ha alleggerito la pressione sostenuta dal sistema dell’accoglienza, sia perché le richieste di protezione internazionale sono cresciute costantemente, anche nel 2017, sia perché i tempi di permanenza nelle strutture di accoglienza, come detto, sono superiori alle previsioni.

    Per quanto riguarda il Piemonte, il numero dei richiedenti asilo ospitati nei CAS è passato da 1.241 nel 2014 a 6.915 all’inizio del 2016, anno in cui è quasi raddoppiato: nel gennaio 2017, le accoglienze hanno raggiunto le 12.866 unità. Sono rimaste pressoché stabili nel corso del 2017 (12.393 al 31 dicembre), malgrado la riduzione degli ingressi, per scendere lievemente nei primi mesi dell’anno successivo (11.427 presenze a marzo 2018). Ciononostante, il numero dei richiedenti asilo di nazionalità nigeriana è aumentato stabilmente.

    Per quanto riguarda in particolare le donne nigeriane, nel periodo compreso tra gennaio 2014 e maggio 2018 sono state presentate in Piemonte 1.197 richieste di protezione internazionale. Presso la sezione di Torino della Commissione territoriale per il riconoscimento della protezione internazionale, che è competente per le province di Torino, Asti e Cuneo e ha raccolto oltre l'86% delle richieste, le domande sono passate da 89 nel 2014 a 338 nel 2017, in costante aumento, e sono state 175 nei primi 5 mesi del 2018. A livello regionale, circa il 20% delle richiedenti asilo di nazionalità nigeriana ha ottenuto lo status di rifugiata, poco meno del 13% il permesso di soggiorno per protezione umanitaria e l'1% quello per protezione sussidiaria; complessivamente, quindi, la Commissione territoriale ha accolto il 34% delle domande. Nel 36% dei casi la richiesta è stata respinta, mentre nel 16% circa è stata sospesa in attesa della valutazione da parte di un ente anti-tratta; nei casi restanti, la richiedente asilo è risultata assente o irreperibile, oppure attende ancora di essere convocata per la prima audizione.

    Il dato sulle domande di protezione internazionale è coerente con quello relativo alle presenze nei CAS: nel maggio 2018, nei Centri del Piemonte sono ospitate 704 richiedenti asilo nigeriane. Di queste, oltre il 58% risiede nell'area metropolitana di Torino, l'11,7 e l'11,2%, rispettivamente, nelle province di Asti e Cuneo e il 10,7% nella provincia di Alessandria. Le province di Biella, Novara, Vercelli e VCO si dividono il restante 8,5%. Si osserva dunque che la distribuzione delle richiedenti asilo di nazionalità nigeriana, che come detto sono le più esposte al rischio di tratta a scopo di sfruttamento sessuale, non è proporzionale a quella dei richiedenti asilo considerati nel loro complesso: l'area metropolitana di Torino, in particolare, che accoglie meno del 40% dei richiedenti, ospita quasi il 60% delle donne di nazionalità nigeriana; le province settentrionali del Piemonte, d'altra parte, che ospitano circa un quarto dei rifugiati, accolgono meno del 10% delle richiedenti nigeriane.

     

    Le connessioni tra sistema anti-tratta e sistema dell’accoglienza

    Sebbene per molti anni i sistemi della protezione internazionale e dell’anti-tratta non abbiano comunicato, adottando procedure e modalità operative distinte, i due percorsi presentano ampi margini di interconnessione. La base giuridica per tale collegamento è costituita dall’applicazione dell’articolo 1A della Convenzione di Ginevra del 1951 sullo statuto dei rifugiati alle vittime di tratta, anche potenziali. In Italia, il collegamento tra il sistema anti-tratta e il sistema della protezione internazionale è stato riconosciuto con il Decreto legislativo 4 marzo 2014 n. 24 (“Attuazione della direttiva 2011/36/UE, relativa alla prevenzione e alla repressione della tratta di esseri umani e alla protezione delle vittime”). Il Decreto prevede infatti misure di coordinamento ed eventuale rinvio tra amministrazioni che si occupano di tratta e di asilo, l’obbligo di fornire agli stranieri che beneficiano del programma di assistenza e integrazione sociale per vittime di tratta o di grave sfruttamento informazioni sulla possibilità di ottenere la protezione internazionale e la trasmissione degli atti al Questore da parte delle Commissioni territoriali se durante l’esame della domanda emergono fondati indizi di tratta.

    Il Piano nazionale d’azione contro la tratta e il grave sfruttamento, adottato dal Governo italiano nel febbraio 2016, prevede inoltre la costituzione di un Meccanismo Nazionale di Referral, inteso come “la cooperazione tramite cui gli attori statali adempiono ai propri obblighi per proteggere e promuovere i diritti umani delle vittime di tratta, coordinando i propri sforzi in un partenariato strategico con la società civile”. Nel novembre 2016, l’UNHCR e la Commissione nazionale per il diritto d’asilo hanno approvato le nuove Linee guida per le Commissioni territoriali riguardanti l’identificazione delle vittime di tratta tra i richiedenti protezione internazionale e le procedure di referral. Il documento, tra le altre cose, raccomanda la stipula di protocolli d’intesa tra le Commissioni territoriali e gli enti anti-tratta del territorio. Per quanto riguarda il Piemonte, un accordo di collaborazione era stato sottoscritto nel giugno 2014 tra la Commissione territoriale e il Comune di Torino – ufficio stranieri; un secondo protocollo è stato firmato nel marzo 2017 tra la sezione di Novara della Commissione e l’associazione Liberazione e speranza ONLUS. Nell’ambito del progetto “L’Anello forte” si sta lavorando alla sottoscrizione di un unico protocollo tra la Commissione (comprese le sue sezioni annesse) e la Regione Piemonte, nella sua qualità di soggetto capofila del progetto anti-tratta finanziato dal DPO.

    D’altra parte, il Decreto legislativo 18 agosto 2015 n. 142 prevede che ai richiedenti protezione internazionale identificati come vittime della tratta di esseri umani si applichi il programma unico di emersione, assistenza e integrazione sociale rivolto agli stranieri che si sottraggono a condizioni di violenza o di grave sfruttamento. Inoltre, il Decreto stabilisce che le misure di accoglienza debbano tener conto della specifica situazione delle persone vulnerabili e, tra queste, delle vittime della tratta. Occorre aggiungere che il Piano nazionale contro la tratta, al fine di favorire l’emersione del fenomeno e garantire interventi di risposta efficaci e coordinati, individua meccanismi di rapida identificazione delle vittime mediante l'indicazione dei cosiddetti “indicatori” di tratta rispetto alle varie forme di sfruttamento. Da questo punto di vista, assai rilevante è anche il lavoro di precoce identificazione svolto dall’OIM nei luoghi di sbarco e di accoglienza temporanea nelle Regioni del Sud.

     

    Conclusioni: le questioni più urgenti per la programmazione dei futuri interventi

    Nonostante gli strumenti approntati, la questione della rapida identificazione delle vittime e della conseguente attivazione di meccanismi di assistenza immediati ed efficaci resta un nodo problematico. Dall’analisi condotta da IRES Piemonte emergono bisogni e criticità che richiedono di essere affrontati con urgenza[3]:

    1. garantire una rapida identificazione delle persone trafficate, collocando le potenziali vittime in strutture di accoglienza specializzate nel riconoscimento degli indicatori di tratta. Poiché l’arrivo via mare e la richiesta di protezione internazionale rappresentano oggi il principale canale d’ingresso in Italia e in Piemonte per le vittime di tratta provenienti dall’Africa occidentale, la maggioranza delle vittime, comprese quelle più vulnerabili, è ospitata nei CAS, che essendo strutturati per l’accoglienza di richiedenti asilo non hanno, tra i loro compiti, quello di far emergere e gestire persone vittime o potenziali vittime di tratta. La presenza di vittime tra i richiedenti o titolari di protezione internazionale, quindi, non è riconosciuta oppure è riconosciuta tardivamente. Le vittime rimangono a lungo presso accoglienze non strutturate per tutelare efficacemente la loro sicurezza, e restano esposte al rischio reale di essere rintracciate e agganciate dal sistema di sfruttamento.
    2. identificare precocemente le vittime di tratta e attivare gli strumenti di tutela.
      La mancanza di identificazione precoce determina spesso una moltiplicazione degli interventi da parte dei diversi soggetti coinvolti (es. CAS, enti anti-tratta, Commissione territoriale, ecc.), che comporta una dispersione di risorse e di tempo a scapito delle persone.
    3. potenziare i servizi esistenti, aumentando l’offerta di misure di assistenza specializzata, e costituire un sistema strutturato, coerente ed integrato di interventi, che garantisca alle persone richiedenti asilo identificate come potenziali vittime di tratta una corsia preferenziale tra luoghi di sbarco e luoghi di accoglienza qualificati. Malgrado l’attività di identificazione delle potenziali vittime svolta dall’OIM nei luoghi di sbarco, la carenza di posti di accoglienza nell’ambito del sistema anti-tratta determina il collocamento delle vittime e delle persone vulnerabili in strutture non specializzate[4]. Inoltre i posti di accoglienza finanziati dal Dipartimento pari opportunità sono riservati a vittime già identificate che accettano di aderire al programma di emersione, assistenza e integrazione, e non sono dunque strutturati per accogliere in via transitoria vittime potenziali da mantenere sotto osservazione.
    4. rispondere ai bisogni specifici legati al genere delle vittime, con una particolare attenzione alle categorie più vulnerabili, maggiormente soggette al rischio di re-trafficking: ragazze di età compresa tra i 16 e i 18 anni, donne con bambini o in stato di gravidanza, in condizioni fisiche precarie, vittime di violenza e tortura, sole o appartenenti a coppie o nuclei familiari. Le vittime della tratta sono soprattutto donne (l’86% del totale nel 2017) e sono destinate prevalentemente allo sfruttamento sessuale (nel 77% dei casi, nel 2017); come si è detto, tra queste la grande maggioranza proviene dalla Nigeria.
    5. adottare procedure condivise e formalizzate relative alle modalità di identificazione e agli indicatori di tratta da rilevare nelle diverse fasi del processo, che appaiono ancora carenti nonostante l’utilizzo di manuali e linee guida da parte delle autorità competenti.
    6. assistere gli operatori dei CAS nell’identificazione dei potenziali sfruttatori. Il rischio della presenza di persone legate al sistema di sfruttamento nei centri di accoglienza è elevato e gli operatori dei CAS hanno difficoltà a identificarli.
    7. promuovere la conoscenza del fenomeno presso le Commissioni Territoriali per il riconoscimento della protezione internazionale. Anche se le Linee guida realizzate da UNHCR e Commissione nazionale per il diritto di asilo e l’impegno delle singole Commissioni territoriali hanno favorito la collaborazione con gli enti anti-tratta, le Commissioni non sempre conoscono bene il fenomeno e hanno difficoltà a procedere all’emersione e all’identificazione delle potenziali vittime; come anticipato, se nel periodo 2014-2018 in Piemonte sono state presentate 1.197 domande d'asilo da parte di migranti nigeriane, solo il 34% delle domande è stato accolto.
    8. perseguire il reato di tratta di persone e i delitti connessi in misura proporzionale al numero di vittime identificate. Alla dimensione del fenomeno non corrisponde un’azione di repressione commisurata. Nel corso del 2017, a livello nazionale, per il reato di tratta di persone (di cui all’art. 601 del c.p.) sono stati avviati 168 procedimenti penali a carico di 482 indagati; nello stesso anno, sono state condannate 25 persone in primo grado e 3 in appello. Per il Piemonte, l’ultimo dato disponibile risale al 2016, quando per il medesimo reato sono stati avviati 25 procedimenti penali e presentate 5 richieste di rinvio a giudizio.
    9. rendere omogenei e interoperabili i sistemi di raccolta dei dati relativi alle persone vulnerabili, in particolare donne potenziali vittime di tratta e sfruttamento, al fine di aumentare la capacità delle istituzioni di disporre in tempo reale di una rappresentazione aggiornata dei fenomeni.

     

    Per approfondimenti:

    AA.VV., “La legalità paga. Il fenomeno della tratta e del grave sfruttamento nei luoghi di lavoro”, Pagine. Il sociale da fare e pensare, n°2/2016, Edizioni Gruppo Abele

    ECOI, “Trafficking in Persons Report 2018. Country Narratives – Nigeria”, 2018, URL: https://www.ecoi.net/en/document/1437604.html

    OIM, “La tratta di esseri umani attraverso la rotta del mediterraneo centrale”, 2017

    Piano nazionale di azione contro la tratta e il grave sfruttamento, 2016-2018

    Pomatto G., “L’attuazione del Buono per servizi al lavoro nella Regione Piemonte”, IRES Piemonte, Contributo di ricerca 269/2018

    Save the children, “Piccoli schiavi invisibili: rapporto 2018 sui minori vittime di tratta e sfruttamento in Italia”, 2018., URL https://s3.savethechildren.it/public/files/uploads/pubblicazioni/piccoli-schiavi-invisibili-2018_2.pdf

    Taliani S., “Corpi, debiti, feticci. Storie di spiritualità tra etica della partecipazione ed etica della cura”, 2010, in Pagine. Il sociale da fare e pensare, n°1/2011, Edizioni Gruppo Abele, pag. 55-56

    Taliani S., Vacchiano F., “Altri Corpi. Antropologia ed etnopsicologia della migrazione”, Edizioni Unicopli, Milano, 2006

    UNHCR, “Linee guida di protezione internazionale. L’applicazione dell’articolo 1A(2) della Convenzione del 1951 e/o del Protocollo del 1967 relativi allo status dei rifugiati alle vittime di tratta e alle persone a rischio di tratta”,

    URLhttp://www.refworld.org/cgi-bin/texis/vtx/rwmain/opendocpdf.pdf?reldoc=y&docid=5513c7834

    UNHCR e Commissione nazionale per il diritto d’asilo, “L’identificazione delle vittime di tratta tra i richiedenti protezione internazionale e procedure di referral”, 2017

     

     

    Parole chiave: tratta degli esseri umani, vittime, diritto di asilo, DPO, Regione Piemonte

     

    [1] Il progetto prevede interventi del valore di 1,7 milioni di Euro e ha una durata di 15 mesi (1 dicembre 2017 – 28 febbraio 2019), coinvolgendo 12 “enti attuatori”, di cui 3 pubblici e 9 privati, che coprono l’intero territorio regionale. Gli enti sono: il Comune di Torino e le associazioni Idea donna, Progetto Tenda, Gruppo Abele e Tampep (area metropolitana di Torino); l’associazione Comunità San Benedetto al porto e il consorzio CISSACA (provincia di Alessandria); il consorzio Monviso solidale e le associazioni Papa Giovanni XXIII e Granello di senape (provincia di Cuneo); l’associazione PIAM (provincia di Asti); l’associazione Liberazione e speranza (province di Novara, Vercelli e Verbano-Cusio-Ossola); la provincia di Biella è coperta dall’associazione Papa Giovanni XXIII per le sole attività di emersione. Nell’ambito de “L’Anello Forte”, ad IRES Piemonte sono state affidate dalla Regione le funzioni di monitoraggio e valutazione delle attività e di studio e analisi del fenomeno.

    [2] Destinati a concludersi entro il 31 dicembre 2018, che ha stanziato 1 milione di Euro.

    [3] Le esigenze identificate sono state condivise con le istituzioni competenti ed è a partire da esse che si sta lavorando alle prossime progettazioni.

    [4] Nell'ambito del progetto “L’Anello forte” sono previsti 78 posti di accoglienza presso gli enti anti-tratta, di cui 15 di emergenza. Il progetto prevede la presa in carico di 210 persone e il contatto con 3.000 potenziali vittime di tratta attraverso le attività di emersione. Tuttavia, secondo gli enti anti-tratta del  Piemonte, nel territorio regionale sarebbero necessari 280 posti per le vittime, di cui 107 di prima e 173 di seconda accoglienza. Se si guarda inoltre ai dati relativi alle persone accolte, valutate e contattate dagli enti anti-tratta nel periodo 2014-2018, si trova conferma della discrepanza tra l'entità del fabbisogno e l'offerta attuale dei servizi: nell'arco cronologico considerato, sono state accolte complessivamente 667 persone, sono stati effettuati 1.117 colloqui di valutazione presso CAS o SPRAR oppure su segnalazione della Commissione territoriale o del Numero verde nazionale anti-tratta e sono stati avviati oltre 8.500 contatti da parte delle unità di strada e degli sportelli.

     

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