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di  Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. (Università di Torino)

Introduzione(1)

Progettare una filiera di lana rustica oggi significa riscoprire prodotti, e conseguentemente processi di trasformazione, già presenti nell'industria tessile nei primi decenni del Novecento, quando la lana rustica figurava tra le materie prime principali, e in seguito abbandonati a favore della lavorazione delle lane pregiate e delle fibre sintetiche che oggi incontrano maggiormente il favore del pubblico. Tale filiera si etichetta come sostenibile dal punto di vista ambientale in quanto trasforma lana considerata un rifiuto per via delle fibre grossolane che ne rendono difficile la lavorazione, e quindi smaltita con un elevato impatto ambientale.

La principale difficoltà nella strutturazione di una filiera risiede nel riuscire a rendere riconosciuto e riconoscibile il valore anche simbolico del capo finito anche mediante un marchio creato ad hoc.

Il processo di creazione del valore che avviene lungo la trasformazione della lana rustica in abbigliamento vede dialogare costantemente gli attori che ne sono artefici: progettatori, imprenditori tessili, operatori locali contribuiscono a una creazione partecipata di tale valore, che assume forti connotati sociali. Gli attori istituzionali, a loro volta, giocano un ruolo cruciale nell'indirizzare la direzione della ricerca e sviluppo nel settore, incentivando i tecnici ad applicare know-how e competenze pratiche per superare le difficoltà pratiche della lavorazione di un lana uscita dal mercato ormai da decenni. La valutazione degli ostacoli e dei limiti a carattere tecnico e la ricerca partecipata di soluzioni per il loro superamento sono punti cruciali nel processo della costruzione sociale del valore dell'abbigliamento in lana rustica.

 

Analisi dei risultati in lettura

Il telaio nel distretto

Innanzitutto, da un punto di vista organizzativo, l'organizzazione dell'industria tessile presenta una forte connotazione nazionale: la specificità di quella italiana è l'articolazione in distretti industriali. Il concetto di distretto industriale, come è noto, identifica un sistema produttivo composto da piccole imprese situato in un'area definita e fortemente radicato nella struttura sociale locale. Nel caso del settore tessile, le filiere di produzione italiane sono localmente situate a Prato e a Biella, dove si sono sviluppati due distretti che si differenziano per i modelli organizzativi e la loro evoluzione nel tempo, ma anche per il tipo di prodotto: fin dall'Ottocento, Biella si specializza nei tessuti pettinati, più morbidi e fini, adatti all'abbigliamento di alta gamma, mentre Prato in quelli cardati.

Concentrandoci sul distretto di Biella, il fenomeno "dell'estinzione" degli operatori è letteralmente visibile sul territorio biellese, dove molte aziende del comparto tessile hanno chiuso negli ultimi anni, lasciando ampi edifici industriali dismessi. Dopo la tendenza alla deverticalizzazione delle imprese negli anni Settanta (Maggioni, 2009), il distretto ha visto l'opposta tendenza alla concentrazione negli anni Ottanta, che ha svuotato le valli dalle piccole e piccolissime imprese, nate presso i corsi d'acqua, e si è ampliato nelle zone intorno alla città di Biella. Questi processi di profonda ristrutturazione hanno provocato una contrazione del numero di imprese contoterziste, ma nel contempo hanno permesso al distretto biellese di posizionarsi sui mercati internazionali per la produzione di filati e tessuti di alta gamma in lana e fibre pregiate (cachemire, alpaca, mohair). Oggi questo sistema mostra segni di cedimento, dovuti in particolare a cambiamenti nella domanda mondiale di abbigliamento; nel distretto resistono le imprese di tessitura, tintura e finissaggio specializzate nelle fasce più alte di mercato, che si rivolgono però a imprese esterne per le fasi di filatura – meno strettamente correlata alle altre e quindi più facilmente delocalizzabile per il risparmio di costi – e provocando una crisi del comparto locale. Una delle risposte alla crisi è stata la creazione del marchio "Biella The Art of Excellence" con cui si vogliono distinguere tessuti interamente lavorati localmente e con criteri di eticità: un processo che vede il distretto di Biella assumere i connotati dell'idealtipico distretto culturale industriale in cui è centrale la valorizzazione del patrimonio territoriale, di cui però è ancora presto per fare una valutazione di efficacia (Ibidem).

In seguito alla ristrutturazione dei distretti tessili di Biella tra gli operatori specializzati che operano come contoterzisti è particolarmente sentita la necessità di diversificare la produzione e di convogliare investimenti nell'adattare i macchinari per la diversificazione produttiva. Alcuni operatori hanno fronteggiato questa situazione attuando una strategia di innovazione e sperimentando la lavorazione della lana rustica italiana, materia prima presente in grande quantità sul territorio. Tra questi innovatori nella tradizione, però, sono ancora pochissimi i casi che hanno deciso di confrontarsi con il mercato, ad esempio il consorzio Biella The Wool Company o la ditta Hi-Tex con il marchio B-Origin.

Una filiera complessa e da incentivare

Attualmente gli imprenditori delle aziende di lavaggio, già contoterzisti e ora commercianti in proprio, i soggetti che raccolgono la lana autoctona dagli allevatori, riconoscendole un valore bassissimo, e la rivendono in Cina, India e Russia. La nobilitazione in atto della lana rustica italiana mostra un tentativo di organizzazione di una filiera più complessa, finalizzata a creare e distribuire sul territorio e tra gli operatori della filiera un valore aggiunto maggiore. Attualmente esistono un centro di raccolta a Biella, con annesso lavaggio, di iniziativa privata (The Wool Company), e il consorzio L'Escaroun di Demonte (CN) per la pecora Sambucana, su iniziativa della Comunità Montana. Il consorzio l'Escarun di Demonte (CN) è un importante esempio di recupero di una razza quasi estinta, la pecora sambucana. Il consorzio si occupa della raccolta della fibra, gestisce i rapporti con il Lanificio Fratelli Piacenza di Pollone (BI) e cura la vendita dei manufatti presso il locale Ecomuseo della Pastorizia, strumento di valorizzazione del patrimonio culturale, naturalistico ambientale e di rivitalizzazione economica del territorio. Una parte della lana viene venduta a trasformatori esterni al Consorzio, es. alla piccola ditta La Tineola della Valle Pellice: la possibilità di differenziare il mercato vendendo la lana a più canali è un elemento importante per la sostenibilità economica di tali progetti. Inoltre, il primo prodotto della pecora, a triplice attitudine (produzione latte, carne e lana), è stata la carne di agnello, ora protetta da un marchio gestito dal Consorzio e dal 2001 Presidio Slow Food; per la commercializzazione della carne il Consorzio ha supportato la creazione di una cooperativa locale, la Cooperativa Lou Barmaset.

L'importanza dei centri di raccolta va ben oltre la logistica: sono i soggetti che spesso assumono il ruolo di coordinamento e intermediazione tra gli allevatori e gli operatori tessili, facendosi promotori della richiesta di un prezzo migliore per la fibra in cambio di una migliore qualità della stessa. I centri di raccolta possono dunque farsi motore di processi di trasformazione locale. Analoghe realtà in Italia sono partnership pubblico-private previste e incentivate dalla struttura di distribuzione dei fondi europei per l'agricoltura e lo sviluppo del territorio, come i Piani di Sviluppo Rurale o i GAL, Gruppi di Azione Locale che si configurano come una forma di partenariato attivo tra rappresentanti degli Enti pubblici territoriali (Comuni, Comunità Montane, etc.) e attori privati.

L'importanza della fase di filatura

In questo quadro, la filatura è una fase cruciale per la trasformazione di lana rustica. Da un lato presenta i problemi tecnici più rilevanti, dall'altra una buona filatura è determinante per ottenere un tessuto di qualità, che non si sformi e non punga. Dall'altro, un discorso delicato dal punto di vista dell'immagine di sostenibilità dei manufatti in lana rustica riguarda le mischie con altri tipi di fibre, naturali o sintetiche, che ne compensino i difetti. Nel panorama nazionale emergono in particolare solo due soggetti, entrambi operativi in Piemonte: Biella The Wool Company, consorzio di contoterzisti sul mercato, e il Lanificio Fratelli Piacenza, che si distingue per l'estesa partecipazione a progetti di Ricerca e Sviluppo finanziati per lo sviluppo di competenze interne su innovazione di processo e prodotto, e che lavora a stretto contatto con l'ente di promozione delle lane rustiche Agenzia Lane d'Italia. L'agenzia, con sede a Biella, vede la collaborazione del Consiglio Nazionale delle Ricerche – Istituto Ismac di Biella e della sede biellese del Politecnico. Ha supportato negli anni Duemila un progetto con l'obiettivo di creare una linea di prototipi di capi di abbigliamento in lana rustica. Il design e la progettazione dei capi erano affidati a Patrizia Maggia, responsabile del Centro di arti applicate Kandinskij, scuola di arte, design e artigianato di Biella, mentre Slow Food era coinvolta per il collegamento con i presidi di allevamento ovino. Il progetto mostrava una forte componente culturale: l'obiettivo ambizioso era di reintrodurre nei consumatori il piacere per tessuti ruvidi e per un taglio di abiti proprio della tradizione contadina, che valorizza le caratteristiche intrinseche della lana rustica.

Questi "colossi" della filatura lavorano anche in collaborazione con piccole esperienze di trasformazione locale, che non tessono ma realizzano filati o capi in feltro, come La Tineola della Val Pellice (Piemonte). Si tratta di un laboratorio artigianale per l'utilizzo di lane autoctone: Sambucana, Biellese, Langarola, Garessina e Frabosana. Si occupa di tutto il ciclo della lavorazione (anche della lavatura) per la produzione di manufatti in feltro, utilizzando esclusivamente prodotti naturali: dal sapone di Marsiglia alle tinture naturali. La lana della Sambucana proviene da un allevamento della Val Maira e dal consorzio l'Escaroun in valle Stura. Il progetto si caratterizza per una scelta fortemente "alternativa" rispetto all'attuale mercato del tessile: i lavoratori si alternano e gran parte della manodopera è gratuita e legata a progetti di sensibilizzazione alla sostenibilità. Progetto simile è Gaiadilana, produce capi di abbigliamento filati con lane rustiche e capi in feltro. I primi sono prodotti con lana proveniente da allevamenti familiari della provincia del Verbano-Cusio-Ossola e filati dal consorzio Biella The Wool Company. I prodotti in feltro sono invece a ciclo completo con appoggio a terzisti locali. La titolare, Gaia Di Stefano, cura il contato diretto con gli allevatori locali.

 

Conclusioni

Il prodotto finito e l'importanza dei designer

Gli utilizzi principali delle lane rustiche sono ad oggi di due tipi: plaid e capospalla. Se per tutte le realtà il punto principale è la trasformazione di un rifiuto in un valore aggiunto, per alcune prevale il collegamento con il territorio mediante l'utilizzo di pura lana autoctona, per altre la valorizzazione del design del capo, per altre ancora il canale di vendita alternativo al mercato tradizionale (es. i GAS – Gruppi di Acquisto Solidale).

Infine, occorre sottolineare che se i designer giocano un ruolo decisivo nella progettazione e curano direttamente i rapporti con i produttori, i limiti dovuti ai macchinari utilizzati per la lana fine risultano meno vincolanti, anche perché i filatori investono risorse maggiori in ricerca e sviluppo. Nel contempo, altri strumenti attivano il controllo dei designer sulla filiera di produzione: ad esempio, i modelli di capi in lana rustica del Novecento, recuperati dagli archivi dei lanifici piemontesi dalla designer nel progetto di Agenzia Lane d'Italia. L'utilizzo dei modelli sin dalle prime fasi della progettazione ha facilitato il fatto che la regola da applicare per sciogliere i molti nodi decisionali lungo il processo produttivo fosse la valorizzazione del know-how tradizionale e del capitale culturale locale. In questo caso, dunque, il valore della lana rustica non dipende dal suo essere un "rifiuto da nobilitare" e la sua valorizzazione non entra in gioco nell'ultima fase di lavorazione, quando il tessuto è pronto e deve essere confezionato in un capo. Il valore è intrinseco alla lana stessa: ad esempio, la sua pesantezza ben si presta a far cadere perfettamente un cappotto, come mostrano gli antichi modelli, e la valorizzazione di questa e altre caratteristiche sono tenute presenti lungo tutte le fasi operative. Questo è possibile grazie a un costante scambio tra la designer e l'azienda incaricata della produzione del filato, uno scambio denso di fiducia e fondato su un comune radicamento territoriale nel tessuto industriale e creativo biellese.

 

Bibliografia

Cariola, M., Falavigna, G., Moiso, V. e Pagliarino, E. (2014), Il concetto di sostenibilità nella moda: il caso della lana rustica italiana, in: C. Coletta, S. Colombo, P. Magaudda, A. Mattozzi, L.L Parolin e L. Rampino (a cura di), A Matter of Design. Making Society through Science and Technology - Proceedings of the 5th STS Italia Conference 2014, STS Italia Publishing: Milano, pp. 797-812.

Dansero, E., Caldera, G. (2013), Green economy e tessile: chi passa per la cruna dell'ago? in F. Ferlaino, M. Bagliani, A. Crescimanno, D. Nepote (a cura di), La Green Economy in Piemonte, Rapporto Ires, Torino, Ires Piemonte, pp. 125-145.

Maggioni, M.A. (2009), Il distretto tessile biellese. L'eccellenza sfida la crisi. Enciclopedia delle economie territoriali, Quaderni Fondazione Fiera Milano.

 

 

Nota(1) L'articolo è un estratto selettivo del capitolo "Il telaio nel distretto? La filiera della lana rustica fra tradizione e innovazione", di Valentina Moiso, in E. Pagliarino, M. Cariola, V. Moiso "Economia del tessile sostenibile: la lana italiana", Franco Angeli, Collana Agricoltura e benessere, 2016