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Introduzione

Le azioni messe in atto contro la crisi impegnano la città come un soggetto da cui partire per risollevare le sorti regionali e nazionali. Ma in che modo? Le risposte non sono univoche. Da un lato resta attiva una versione immobiliarista, molto 'italiana, che vede nel rilancio del Real Estate l'unico motore per la soluzione dei problemi urbani emersi con la crisi. Dall'altro fatica a emergere la Smart Specialisation Stategy (S3) messa in atto dalla S3-Platform della Unione Europea, quale terreno dell'innovazione tecnologica e nuova visione, anche del settore edilizio, in grado di contenere il consumo del suolo e di identificare i vantaggi competitivi e le specializzazioni tecnologiche più coerenti con il proprio potenziale innovativo: una strategia "che identifichi i vantaggi competitivi e le specializzazioni tecnologiche più coerenti con il proprio potenziale innovativo e su queste faccia convergere i differenti investimenti pubblici e privati in un'ottica di medio periodo", come recita la strategia S3.

Torino è chiamata a fare questo passaggio in quanto è stata la prima città a produrre un piano orientato al riuso e alla rigenerazione urbana ed è forse l'esempio meglio riuscito di trasformazione post-industriale. Per andare avanti potrà elaborare una strategia nuova? E' in grado di definire un progetto di area vasta che implementi l'operosità, la vivacità, la creatività e faccia convergere risorse e investimenti pubblici e privati in un'ottica di innovazione e di comune well-being ? Non si tratta tanto di continuare a implementare la 'movida', quale elemento di gentrificazione urbana quanto di sviluppare e tradurre in pratiche territoriali la sharing economy insieme alla green e circular economy, per ridare slancio agli investimenti e rinnovare i settori produttivi e i loro prodotti nelle 12 Aree di specializzazione individuate dalla S3-Strategy: aerospazio, agrifood, blue growth, chimica verde, design e creatività; energia, industria 4.0, mobilità sostenibile, salute,sicurezza e inclusività, tecnologie per gli ambienti di vita, tecnologie per il patrimonio culturale.

La legge n. 56/2014, Delrio, impone alle città metropolitana una cornice strategica: può essere l'occasione per integrare e valorizzare alcune aree (si pensi al progetto Corona verde) o specifici e qualificanti siti industriali dismessi, inserendoli in un disegno di medio-lungo periodo e in un quadro territoriale coerente che leghi il centro metropolitano agli ambiti più periferici. Può essere l'occasione per costruire una visione, un progetto di territorio di area vasta che ridia senso al nuovo territorio della Città metropolitana attraverso l'innovazione, il riciclo, la rigenerazione, la valorizzazione del suo capitale relazionale e sociale, la trasparenza delle sue istituzioni e attraverso una governance partecipata che premi un sistema di valori cooperativi e avvicini le aree urbane a quelle periferiche e/o rurali.

Sicuramente si parte in salita. Le riflessioni di Marco Orlando evidenziano il "disforfismo" tra il ruolo strategico attribuito alle città metropolitane con la legge Delrio e la precarietà delle risorse, diminuite nel tempo. Questa contraddizione tra le enormi potenzialità espresse dal disegno strategico delle città metropolitane e la pochezza degli strumenti a disposizione si consuma localmente nell'anomalia torinese di un "governo di minoranza", che quindi non è in grado di mobilitare risorse, persone, movimenti, che afferrino il filo di un processo nuovo di governance per lo sviluppo dell'area vasta.

Si continua in salita anche quando si passa dalla governance ai dati di competitività. Rispetto alla realtà metropolitana del continente europeo, come viene evidenziato nell'articolo di Fiorenzo Ferlaino e Francesca Rota, la città metropolitana di Torino ha perso competitività nel tempo. Ma il disegno strategico è una necessità che non si può eludere, come si dice nelle conclusioni e occorre essere capaci di catturare le risorse disponibili nel prossimo futuro.

Una certa "stanchezza" competitiva (seppur limitata) si avverte anche nella comparazione di Torino con le altre città metropolitane nazionali svolta da Francesca Silvia Rota in cui Torino occupa ( si potrebbe dire 'da sempre'), una posizione intermedia. In questo caso il dato determinante è la minore performance delle città metropolitane rispetto ai centri urbani minori nazionali.

Carlo Alberto Dondona mostra le specializzazioni prevalenti nella Città Metropolitana di Torino, nel terziario, nei servizi, nella formazione: più nello specifico nel commercio all'ingrosso e al dettaglio e nelle attività professionali, scientifiche e tecniche, nonché come sede delle maggiori attività metalmeccaniche, con oltre il 76% di export del settore, ben al di sopra tanto dei valori regionali che di quelli del Nord Ovest e dell'Italia.

Ludovica Lella tratteggia le differenze e le complementarietà esistenti tra le diverse Zone omogenee e mette in luce la sfida principale che la Città metropolitana dovrà affrontare nella sua governance interna: contrastare una dotazione di servizi, imprese e infrastrutture che si concentra prevalentemente nella fascia pianeggiante, dove sorgono i principali poli (Pinerolo, Avigliana, Ciriè, Rivarolo, Ivrea), centri attrattori per tutti i comuni che vi gravitano intorno e che a loro volta gravitano su Torino.

Santino Piazza mostra infine la diminuzione della quota di spesa comunale in conto capitale sul Pil (degli investimenti) che nel caso della città di Torino si traduce in un crollo. Un andamento che allinea e equilibra verso il basso la situazione del centro a quella dei comuni delle cinture esterne.

Come ricucire la contraddizione tra il potenziale enorme di crescita, di rilancio e di innovazione della città metropolitana con l'impasse generato dal taglio delle risorse pubbliche e da una oggettiva condizione di 'governo di minoranza'?