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di  Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. e Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. (IRES Piemonte)

Introduzione

Bene ma non benissimo. Così potremmo sintetizzare lo stato di salute dell'economia dei paesi più industrializzati sulla base dei dati disponibili a fine 2016. Better, but not good enough, secondo l'espressione di Catherine L. Mann, Chief Economist OECD commentando quelli disponibili a giugno 2017. I dati dell'estate hanno poi rafforzato la speranza di allora di trovarsi all'inizio di una crescita sostenuta, con ripresa degli investimenti, accelerazione dell'aumento della produttività e inflazione sotto controllo.

Buone previsioni anche per l'Italia, con Banca d'Italia e FMI che a metà estate 2017 concordano nel prevedere una crescita del PIL nell'anno in corso fra 1,3 e 1,4% e le più recenti stime che si spingono a ipotizzare +1,5%.

Per quanto riguarda il Piemonte, trovano conferma i segnali della timida ripresa già registrata nel 2015. Sebbene la produzione dell'industria regionale si sia complessivamente rafforzata (+2,2%), la crescita appare ancora lenta e incerta. Nel 2016 il PIL regionale è aumentato dello 0,8%, più o meno lo stesso valore registrato nel 2015. Sulla base delle previsioni, il 2017 non dovrebbe discostarsi molto dall'andamento registrato nell'ultimo biennio.

Se lo scorso anno leggere il segno più dinanzi ai principali indicatori economici faceva tirare un respiro di sollievo – dopo tre anni di decrescita infelice, si era quasi persa la speranza di una ripartenza – gli stessi valori, letti nel giugno del 2017, destano un senso di inappagamento o, addirittura, di preoccupazione. Principalmente per due motivi.

 

Primo motivo di preoccupazione: cresciamo meno degli altri

Il primo motivo discende dal confronto della nostra performance con quella dei nostri vicini. Laddove le principali regioni del Nord Italia crescono a un ritmo superiore alla media nazionale, il Piemonte rimane su alcuni importanti indicatori, come appunto il PIL, sotto media. Cresciamo dunque, ma meno degli altri. Lo provano le analisi condotte sul mercato del lavoro.

Nella nostra regione continuano a crescere gli occupati (+12.000 unità) e a diminuire i disoccupati (-18.000). Nel primo caso la crescita è stata molto meno consistente di quella registrata nel 2015, addirittura meno della metà; nel secondo caso la diminuzione dei disoccupati si è mantenuta pressoché costante. Si tratta di valori che dipingono naturalmente un quadro positivo, se non fosse che i nostri benchmark naturali mostrano performance assai migliori.

L'aumento del tasso di occupazione in Piemonte si ferma a +0,7%, contro l'1,4% registrato nel resto del Settentrione, dove Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna raggiungono in media il 2%. A prima vista va un po' meglio quando si analizza il tasso di disoccupazione complessiva che in Piemonte scende di quasi un punto percentuale (dal 10,2% al 9,3%), mentre il resto del Nord diminuisce solo di mezzo punto. Ma anche questo dato non può essere fonte di grande soddisfazione. Oltre al fatto che i livelli della disoccupazione piemontese restano comunque più elevati rispetto al resto del Nord, che si attesta intorno al 7,6%, il più alto calo della disoccupazione nella nostra regione è in parte spiegato dall'aumento degli inattivi, nella componente di coloro che, pur dichiarandosi alla ricerca di un lavoro, non hanno svolto azioni concrete per trovarlo.

Si dilata inoltre il divario nel tasso di disoccupazione giovanile tra il Piemonte e il resto del Nord. Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto, tutte quante sotto il 30%, presentano una diminuzione che va da un minimo di 2,4 ad un massimo di 7 punti percentuali. Il Piemonte, con un valore pari al 36%, registra rispetto allo scorso anno una diminuzione di 2 punti.

 

Secondo motivo di preoccupazione: siamo ancora lontani dai livelli pre-crisi

Il secondo motivo di preoccupazione dipende dal fatto che non riusciamo a recuperare i livelli di PIL e occupazione precedenti la crisi e a questi ritmi può sorgere il dubbio che mai ci riusciremo. Nel biennio 2006/2007 il PIL pro capite del Piemonte, oltre a essere in crescita, superava in media i 31.000 euro. Oggi torniamo finalmente a registrare un trend positivo che dura da due anni consecutivi, ma siamo ancora sotto i 28.000 euro.

Considerazioni simili possono essere formulate guardando di nuovo al mercato del lavoro. Nel biennio 2006/2007 il tasso di disoccupazione complessiva si aggirava intorno al 4,2%. Si trattava perlopiù di disoccupazione frizionale; era disoccupato chi stava cambiando lavoro o chi per problemi personali, di salute o altro, non riusciva a trovare un'adeguata collocazione. Oggi, come abbiamo già osservato, il tasso di disoccupazione è più del doppio (9,3%). Analoga situazione per la disoccupazione giovanile, che nel periodo precedente alla crisi si aggirava intorno al 15%. Un valore che nel 2017 sembra irraggiungibile anche nel medio periodo.

La doppia constatazione che stiamo un po' peggio dei nostri vicini e che siamo ancora molto lontani da "come eravamo" non dovrebbe però alimentare visioni rassegnate o troppo negative sul nostro futuro. Dovrebbe indurre piuttosto a riflessioni meditate sui cambiamenti profondi che stanno caratterizzando la società piemontese e sulle politiche da adottare per cambiare rotta. Riflessioni che non si possono basare soltanto su analisi di carattere congiunturale. Anzi, la grande attenzione ai dati congiunturali rischia di farci perdere una visione d'insieme. Occorre essere capaci di guardare oltre il presente, ampliando la visuale d'osservazione. Solo così possiamo capire le dinamiche che hanno guidato il nostro recente passato e progettare in modo diverso il nostro futuro.

 

Ma possiamo (e vogliamo) davvero tornare ai livelli pre-crisi?

Una consapevolezza dalla quale partire è che non torneremo quelli di prima. Molte cose sono cambiate rispetto a dieci anni fa. Cose che stavano già cambiando da tempo quando la crisi è iniziata. Le conseguenze di tali cambiamenti sono state nascoste dalla lunga fase di recessione, che offriva una spiegazione facile a ogni problema di crescita economica e di scarsa produttività. La crisi era la causa di tutto; quando fosse passata, le cose sarebbero tornate quelle di un tempo.

Ma indietro non si torna. Se anche PIL e occupazione potranno recuperare i livelli del passato, le trasformazioni strutturali intervenute nel sistema sociale e in quello produttivo hanno cambiato in modo decisivo lo scenario nel quale ci muoviamo.

Uno dei mutamenti più evidenti – per molti aspetti irreversibile - riguarda la popolazione. La nostra società sta diventando sempre più matura. È un fenomeno noto da tempo e che riguarda tutta l'Europa, ma interessa la nostra regione in modo particolare. In Piemonte l'indice di vecchiaia, ovvero il rapporto percentuale tra gli over 64 e gli under 15, ha abbondantemente superato quota 190 e negli ultimi 6/7 anni il trend di crescita di questo indice è aumentato in modo rilevante, guadagnando in media più di 2 punti all'anno.

Ma non è accaduto solo questo. La nostra popolazione è tornata a diminuire. Per il terzo anno consecutivo registriamo una riduzione nel numero dei residenti. Il calo piemontese è più intenso rispetto a quello delle altre regioni del Centro-Nord. Sono diminuiti i flussi di immigrati rispetto a pochi anni fa, sono aumentati gli espatri di nostri cittadini verso altri Paesi e soprattutto si è registrato un forte calo nelle nascite, sia nella popolazione italiana sia in quella straniera.

Riassumendo, siamo sempre di meno e abbiamo un'età più avanzata. Una società con questa struttura demografica può tornare a crescere e a svilupparsi? A quali condizioni?

 

Figura 1. Andamento indicatori di contesto: Piemonte e altre regioni del Nord, serie storica e proiezioni al 2020.

01.Maggi-Grafo.1

 

Governare la transizione

La nostra regione è in trasformazione ormai da diversi anni. Sta diventando qualcosa di molto diverso rispetto a quella del recente passato. Ciò non significa necessariamente che diventerà una società più povera, incapace di progredire e di rigenerarsi. Tutt'altro. Dobbiamo però governare questa transizione, non ricorrendo a schemi interpretativi della realtà ormai superati e, soprattutto, non prendendo come esclusivi punti di riferimento modelli di produzione e di consumo non più sostenibili.

Come si governa la transizione verso una società più matura? Due sono gli elementi che possono aiutare: l'innovazione tecnologica e la qualificazione delle competenze.

Quando parliamo di innovazione tecnologica, non alludiamo solo all'uso di apparecchiature informatiche, alle connessioni su banda ultra larga o all'impiego dei più moderni strumenti digitali. Naturalmente la disponibilità di queste risorse rende possibili soluzioni in precedenza impensabili, ma l'innovazione di cui parliamo non si limita a questo e certamente non si misura in kilobyte o sotto forma di impulsi elettrici. Essa riguarda direttamente tutte le infrastrutture materiali e immateriali nelle quali viviamo, lavoriamo, studiamo, ci informiamo, ci spostiamo, ci prendiamo cura di noi stessi. Riguarda il funzionamento delle istituzioni pubbliche, l'organizzazione della nostra vita domestica e di quella lavorativa, il modo in cui ci alimentiamo, comunichiamo e socializziamo, le nostre scelte di consumo e di fruizione dei servizi. La prima condizione per gestire una società più matura è dunque investire in modo deciso nei processi di trasformazione tecnologica.

D'altra parte la tecnologia ci sta aiutando già molto: il miglioramento netto registrato su alcuni indicatori, come il tasso di mortalità infantile, la speranza di vita, gli incidenti sulle strade e persino nel numero degli omicidi, è in buona parte imputabile ai progressi tecnologici compiuti nell'arco di questi ultimi pochi anni.

Da questa considerazione discende anche la seconda leva sulla quale occorre agire per governare il cambiamento: la qualificazione del sistema di competenze in possesso delle persone.

Di tutte le persone e non solo dei lavoratori e delle lavoratrici. Detto in altri termini, non è un problema limitato all'ambito ristretto della "formazione professionale". All'obiettivo, sempre presente, di poter disporre di una forza lavoro più istruita e con maggiori abilità, si aggiunge quello di avere manager, imprenditori, studenti, professionisti e persino pensionati con capacità, culture, sensibilità e idee nuove. Persone in grado di sfruttare appieno ciò che la tecnologia offre per migliorare la propria vita e, di conseguenza, quella del prossimo.

 

Cinque domande cui rispondere (se vogliamo tornare a crescere)

Di seguito riportiamo cinque punti di particolare rilievo, che riguardano il mondo del lavoro e l'ambito della salute. Due settori, non a caso, direttamente interessati dalle dinamiche di invecchiamento della popolazione. Ogni punto si conclude con alcune domande che a nostro avviso, dovrebbero essere affrontate con più vigore in seno al dibattito pubblico.

1. Un esercito di veterani al lavoro... Tutte le società stanno diventando più mature. A Torino e in Piemonte questa tendenza si è presentata in anticipo e con maggiore intensità rispetto ad altre aree d'Italia e d'Europa. Ciò si accompagna a forti cambiamenti anche nella struttura della popolazione lavorativa; non solo il tasso d'occupazione della fascia d'età tra i 55 e i 59enni ha superato quello dei 25-34enni, ma lo stesso tasso relativo ai 60-64enni ha eguagliato quello dei 20-24enni. Naturalmente non era così dieci anni fa. Ci troviamo ad affrontare la quarta rivoluzione industriale con un esercito di veterani. Come fare in modo che questo esercito abbia tutti gli strumenti per sostenere la rivoluzione che ci attende? Quali innovazioni si devono promuovere, affinché la maggiore età della forza lavoro non rappresenti un freno alla crescita, ma un'opportunità da cogliere?

2. ...e di giovani reclute a casa Allo stesso tempo persiste - a dire il vero un po' paradossalmente, considerata la struttura demografica attuale - il problema dell'occupazione giovanile. In Piemonte i Neet, ovvero le persone tra i 15 e i 29 anni che non studiano e non lavorano, sono anch'essi un discreto esercito: 118.000 unità, più o meno lo stesso numero registrato lo scorso anno. E in ogni caso, anche i pochi che trovano lavoro sono impiegati in mansioni non particolarmente qualificate e spesso al di sotto delle loro reali competenze. Si tratta di un problema legato alla domanda di lavoro? Ovvero le nostre imprese – sia nell'industria sia nei servizi – non riescono ad assorbire la pur minima offerta di lavoro proveniente dalle fasce d'età più basse? Oppure è un problema di competenze disponibili?

3. La questione delle competenze In questi ultimi anni sono stati compiuti molti passi avanti riguardo alla scolarizzazione delle fasce d'età più giovani. In primo luogo, si registra un tasso di dispersione scolastica molto più contenuto rispetto al passato; nel 2016 la percentuale di 18-24enni non più in formazione e con al più la terza media è scesa al 10,2% (era al 22% nel 2004) un soffio dall'obiettivo europeo del 10% fissato per il 2020. In secondo luogo, si è ridotta la quota di quindicenni con livelli insufficienti di competenze nei tre ambiti rilevati dall'indagine OCSE-PISA: matematica, lettura e scienze. Infine, crescono anche coloro che hanno una formazione superiore al diploma: la quota di persone in possesso di un titolo terziario nella fascia d'età 30-34enni è pari al 24,5%. Il dato è basso se confrontato alla media europea, ormai vicina al 40%, ma ricordiamo che era fermo al 18% solo 8 anni fa. Si tratta dunque di buoni risultati, sui quali occorre continuare a lavorare. Resta però un tema aperto intorno al quale conviene riflettere: al di là dei titoli di studio, i giovani piemontesi sono davvero in possesso di tutte le competenze utili alle imprese più innovative? Per competenza si intende far riferimento alla capacità degli individui di rispondere a problemi reali e di adottare comportamenti sociali idonei a un'organizzazione lavorativa. O esiste piuttosto un problema legato alla "qualificazione reale" dei giovani, anche a livello di istruzione medio elevato? Da questo punto di vista, le esperienze di "alternanza scuola lavoro" ampiamente realizzate anche nella nostra regione possono fornirci qualche utile elemento di conoscenza?

4. La salute dei piemontesi Una società con un'alta percentuale di persone sopra ai 65 anni vede aumentare inevitabilmente anche la quota di pazienti cronici, bisognosi di assistenza e cure continuative. L'età porta con sé acciacchi, malattie e problemi fisici persistenti. Fortunatamente chi diventerà anziano nei prossimi anni è nato e vissuto in contesti ambientali più salubri rispetto a quelli nei quali hanno vissuto le generazioni precedenti; si tratterà dunque di persone tendenzialmente più in salute rispetto ai loro coetanei di qualche anno fa. Nonostante ciò, è pressoché certo che i costi complessivi dell'assistenza sanitaria nel prossimo futuro cresceranno e, a condizioni date, il rischio che l'attuale sistema diventi finanziariamente insostenibile è elevato. Nel 2017 il Piemonte ha concluso con successo il suo Piano di rientro dal debito sanitario. Grazie ad alcuni interventi di razionalizzazione, il Piemonte è tornato a valori di spesa sanitaria pubblica più bassi rispetto alla media italiana: 1813 euro pro capite contro i 1838 euro registrati a livello nazionale. La domanda da porsi è la seguente: nei prossimi anni il Piemonte riuscirà a contenere la spesa entri limiti accettabili e, nel contempo, ad affrontare in modo efficace la maggiore diffusione di malattie croniche? Come si sta attrezzando per sostenere questa sfida? Un aiuto non potrebbe provenire da un investimento in politiche di prevenzione e di promozione della salute che aiutino un invecchiamento sano e attivo degli individui e abbassino l'incidenza delle cronicità? Non è anche questo un problema di "competenze" da trasferire alla popolazione? E in che modo riorganizzare i servizi rivolti alle persone più anziane, così da offrir loro una risposta adeguata, senza aumentare i costi complessivi? Ad esempio, sistemi di telemedicina, magari accompagnati da interventi capillari di assistenza infermieristica domiciliare, possono essere una soluzione?

5. Gli investimenti sul sistema sanitario L'invecchiamento del Piemonte non riguarda solo la popolazione. Anche i beni (mobili e immobili) invecchiano e perdono con il tempo di valore e funzionalità. La stessa cosa accade ai modelli organizzativi, se non si aggiornano, essi diventano desueti, superati, molto spesso inefficienti e comunque costosi. Dalle analisi condotte emerge la necessità di procedere a cospicui investimenti di adeguamento in tutti i campi: sulle infrastrutture edilizie e sul parco tecnologico – che presentano notevoli problemi di obsolescenza – così come sui modelli di gestione e movimentazione dei farmaci. Vi è naturalmente la necessità di investire cifre elevate; basti pensare che la stima del fabbisogno per l'adeguamento degli ospedali dal punto di vista edilizio è di 1,5 miliardi di euro ed è rimasto invariato nell'ultimo decennio. Si tratta però di investimenti che, oltre a rendere i servizi di cura più efficaci e tempestivi, permettono di operare importanti risparmi da reinvestire in seguito nel sistema. Il problema da affrontare è dunque il reperimento dei capitali necessari a realizzare gli investimenti iniziali e introdurre le prime innovazioni.

 

Passato e futuro: tre analogie e due sfide

Oltre il presente significa futuro, ma anche passato. I grafici dell'immagine 2 hanno tre cose in comune.

La prima è che tutti parlano della vita. Ventotto vittime in meno all'anno sui posti di lavoro, oggi rispetto a vent'anni prima. E sono 121 nei reparti maternità, 271 sulle strade e 17 le vite scampate a una mano omicida. Il tutto mentre la speranza di vita aumentava di quasi quattro anni e mezzo.

La seconda cosa in comune, meno evidente, è che sotto questi fenomeni c'è un lento e potente cambiamento tecnologico: cure migliori, auto più sicure, tecnologie anti-crimine. E naturalmente la tecnologia è stata tanto più efficace quanto meglio si è integrata con regole e comportamenti individuali diversi.

La terza analogia è più difficile da apprezzare, forse perché ci facciamo spesso abbagliante dal contingente, è che questi fenomeni acquistano senso nel lungo periodo. Nel breve sono segmentati e a volte contraddittori: le vittime sul lavoro o sulle strade possono anche aumentare da un anno all'altro, ma la tendenza è chiara.

Questi grafici non vogliono essere consolatori (perdiamo occupazione ma viviamo più a lungo). Piuttosto ci ricordano che le tecnologie non sono solo una promessa: stanno già operando, lo fanno da anni. E non sono solo una minaccia (posti di lavoro persi) ma possono cambiare in profondità il modo di vivere, lavorare, muoversi, consumare. L'aggiustamento però non è automatico e come nel caso della demografia, va governato.

Guardare oltre il presente non significa solo guardare al futuro ma anche al passato, uscire dal contingente. La grande attenzione ai dati congiunturali ci fa perdere di vista l'insieme. Se allarghiamo lo sguardo gli stessi dati e gli stessi indicatori raccontano storie diverse, meno condizionate dalle percezioni individuali e più aperte a cogliere i dati di fatto delle trasformazioni di lungo periodo. I grandi cambiamenti sono spesso profondi e lenti, non sono rivoluzioni, sono "correnti profonde", ma anche le "correnti profonde" richiedono di essere governate.

Abbiamo quindi due sfide di fronte a noi: la transizione demografica e quella tecnologica. Per l'Italia e per la nostra regione in modo particolare, le opportunità di sviluppo futuro si giocano in buona parte su come sapremo rispondere a entrambe.

 

Figura 2. Andamento indicatori di contesto in Piemonte: decessi e speranza di vita

01.Maggi-Grafo.2

 

 

Approfondimenti

È possibile scaricare il documento Relazione annuale sulla situazione economica, sociale e territoriale del Piemonte - 2017 Guardare oltre il presente http://www.ires.piemonte.it/index.php/relazione