Editoriale. L'innovazione in Piemonte

    A cura di Daniela Nepote

    Secondo l’ultimo rapporto dell’Ocse “Science, Technology and Innovation Outlook 2021”[1]. i sistemi di ricerca e innovazione hanno reagito alla pandemia in modo rapido e significativo con ruolo di preminenza nelle strategie nazionali ed internazionali di risposta al virus. Nella prima fase i finanziamenti di emergenza per ricerca e sviluppo (R&D) stanziati da enti nazionali ed internazionali ammontavano a un totale di 5 miliardi di dollari ripartiti tra 300 milioni di dollari in Asia e nei paesi del Pacifico (Cina esclusa), oltre 850 milioni di dollari in Europa e oltre 3,5 miliardi di dollari in Nord America.

    In linea con la posizione degli Stati sono molte, a livello globale, le aziende che hanno  adottato un comportamento analogo ed hanno aumentato i loro investimenti in R&D. Si tratta di  un trend anomalo visto che quando l’economia è in crisi le imprese tendono  solitamente a restringere i loro investimenti.

    Proprio per questo, secondo l’analisi proposta dall’Ocse, la pandemia può aver svolto un ruolo di acceleratore in R&D.

    Viene tuttavia puntualizzato che si tratta di un trend molto disomogeneo che riguarda alcuni settori economici che hanno sperimentato una fase espansiva durante la pandemia, ad esempio (farmaceutico e digitale) mentre altri (automotive, areospaziale, difesa) hanno ridotto la spesa in ricerca e sviluppo.

    Disomogenea appare anche l’adozione delle tecniche abilitanti[2] tra le imprese; se questo gap  non sarà opportunatamente affrontato, aumenterà il divario di produttività tra le imprese.

    La conseguenza di questo, secondo lo studio Ocse, potrebbe essere l’aggravamento dei divari esistenti non solo a livello settoriale tra settori leader e settori a traino ma anche tra grandi imprese e PMI (Piccole e Medie Imprese) e tra diverse aree geografiche. Questi gap potrebbero ampliare i divari di produttività, aumentare la vulnerabilità di alcune imprese e ridurre la resilienza del sistema economico.

    Il monito da parte dello studio Ocse è che bisogna mantenere il momentum per quanto riguarda l’accelerazione della ricerca, tuttavia la crisi a livello globale ha anche evidenziato i problemi strutturali e i limiti. Viene quindi raccomandato  un impegno maggiore da parte della politica  e dei policy makers per   promuovere  le politiche a sostegno dell’innovazione.

    A conferma dell’analisi Ocse, un recente studio condotto a livello nazionale[3] (a cura dell’Osservatorio Innovazione Digitale delle PMI) evidenzia quanto, anche in Italia,  la pandemia abbia accelerato  alcuni processi legati all’innovazione, soprattutto per contrastare il crollo del fatturato e sopperire alle difficoltà nella gestione della operatività aziendale.   Sembra che questo cambio di marcia verso le tecnologie digitali dovuta alla pandemia continuerà anche nella fase di ripresa.   Infatti, in questa crisi l’innovazione tecnologica si sta  dimostrando il settore strategico per eccellenza; dallo smart working, all’e-learning, dall’utilizzo dei dati per le analisi previsionali, sino alle ipotesi relative alla tracciabilità individuale e collettiva per contrastare la diffusione del virus, l’innovazione digitale dimostra il suo assoluto protagonismo nella realtà economica e sociale del paese.

    Lo studio ha però evidenziato come solo una netta minoranza delle imprese, il 14%,  ha adottato un approccio strategico.  Il 29% reagisce solo con reazione ad uno stimolo esterno e con investimenti limitati su un orizzonte di breve periodo e il 57% dei casi scelgono una visione tattica con obiettivi specifici e contingenza di efficienza dei processi.  Questi dati mostrano come, nonostante la spinta accelerativa data dalla pandemia, le piccole e medie imprese italiane non hanno ancora sviluppato una cultura digitale. Tra il 14% delle imprese con una visione strategica, infatti, si trovano quasi esclusivamente realtà più grandi e redditizie, di natura meno familiare, collocate al Nord e con una propensione maggiore all’export. L’analisi mette in luce quanto non basti essere reattivi o tattici; per far fronte all’attuale crisi  occorre essere strategici, cogliendo tutte le opportunità che offre l’innovazione, che non è solo implementazione tecnologica ma anche cultura ed analisi.

    E’ ormai chiaro che le conseguenze della crisi pandemica hanno reso urgenti azioni per passare a società più sostenibili, eque e resilienti. Per realizzare questo passaggio la scienza, la tecnologia e l’innovazione sono essenziali. La pandemia ha tuttavia mostrato i limiti nei sistemi di R&D che se non opportunamente affrontati impediranno la realizzazione di questo potenziale.

    A fronte di queste analisi ci è sembrato doveroso fare una riflessione sul nostro territorio con l’obiettivo di tratteggiare, seppur parzialmente, un quadro descrittivo e prospettico sull’innovazione nel territorio piemontese: pratiche, attori, policies. Si tratta dunque di un’occasione di confronto su questi temi che si svolge alla vigilia del varo del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza e in parallelo con la riflessione regionale strategica sulla prossima programmazione dei fondi strutturali europei.

     

    Il numero di Politiche Piemonte presenta una pluralità di voci accomunate dall’idea che una buona performance innovativa necessita di risorse e competenze complesse ed eterogenee che non possono essere possedute da singoli attori.  E’ solo grazie a un mix di competenze scientifiche e conoscenze complementari di tipo manageriale se le performance innovative hanno efficacia. Solo in questo modo si genera una responsabilità collettiva dell’innovazione ovvero un impegno diffuso che accomuna imprenditori, imprese, attori politici e istituzioni di ricerca. In questo modo l’innovazione non è a se stante ma diventa catalizzatore, ingranaggio di un più ampio processo di cambiamento all’interno del tessuto socio-economico. Il salto di produttività, ci insegnano gli economisti, non viene generato  esclusivamente dall’arrivo di un’innovazione, ma dalla sua diffusa applicazione. Diventa quindi necessario dotare le amministrazioni locali e le autorità politiche di strumenti in grado di valutare le caratteristiche innovative del proprio territorio e di organi di governance che agiscano come ‘meta-organizzatori’, con capacità di abilitare ed indirizzare i potenziali di sviluppo emergenti e di sostenere le eccellenze consolidate.

    Entrando nel merito degli argomenti trattati, il numero si apre con un articolo di Sarah Bovini di Unioncamere che oltre a fornire alcune informazioni di contesto e carattere generale sul sistema innovativo piemontese focalizza l’attenzione sulle PMI innovative e start up.  Si tratta di un mondo fatto ancora di piccoli numeri che tuttavia fungono da catalizzatori che consentono di modificare dall’interno il tessuto economico e renderlo più adattivo e competitivo. Le PMI e start up innovative ci ricordano che non sono le imprese più forti a sopravvivere ma quelle che si adattano più rapidamente e quelle che innovano con maggior frequenza.

    Il secondo articolo, redatto da Marco Manero di Regione Piemonte è dedicato alla disamina delle principali politiche messe in campo dall’amministrazione regionale a sostegno dell’innovazione e traccia alcune prospettive di sviluppo per il futuro.

    Il terzo contributo sotto forma di intervista al Ceo di Environment Park,  Matteo Beccuti ci illustra le attività del parco tecnologico che opera sul territorio da più di 20 anni  ed è l’ente promotore della Piattaforma Economia Circolare e  punto di riferimento per  i settori della bioeconomia e dell’idrogeno sul territorio partecipando  attivamente a reti progettuali nazionali ed internazionali. Grazie al suo ruolo di broker in nuove tecnologie, Envipark è un interlocutore privilegiato per le aziende che investono sull’innovazione.  Come ci ricorda Beccuti:  l’innovazione per essere efficace e impattante deriva da un processo di contaminazione che deve tenere insieme centri di ricerca, policy makers ma anche i cittadini.

    Il quarto  e quinto  contributo hanno come focus l’innovazione sociale e sono a cura rispettivamente di Filippo Barbera e Tania  Parisi dell’Università degli Studi di Torino e di Chiara Genova di Turin Social Impact. L'innovazione sociale viene citata nel progetto Horizon 2020  come prima politica da adottare nell'ambito dell'innovazione in campo industriale e ne riconosce un ruolo importante nei processi di cambiamento europei incentivando la nascita e lo sviluppo di queste pratiche. Gli autori presentano le progettualità presenti sul territorio regionale a sostegno dello sviluppo locale, volto a rafforzare la diffusione delle nuove tecnologie e a creare impatto sociale, offrendo nuove opportunità ai cittadini e alle imprese.

    Il sesto contributo a cura di Filomena Berardi, Piergiorgio Iacobelli e  Renato Pannella, affronta il tema dell’open innovation e analizza il funzionamento di due piattaforme tecnologiche: “Eroi” piattaforma per l’Open Innovation (OI)  della Regione Emilia-Romagna e “ToTem”, la piattaforma torinese di lancio per start-up. Oggi, grazie alla digitalizzazione, queste piattaforme tecnologiche consentono di strutturare e aprire  il confronto tra imprese e la domanda di innovazione lungo le reti che si formano con gli ingaggi virtuali. Agendo in questo modo si può raggiungere una platea molto ampia di potenziali detentori di know-how specifico creando quell’effetto sistema o meglio quell’ecosistema innovativo necessario allo sviluppo.

    Il settimo  articolo redatto da Annamaria Monterisi ci spiega quanto comunicare le politiche dell’innovazione sia una sfida  legata alla grande eterogeneità dei pubblici e dei contesti di riferimento e alla complessità di alcuni messaggi, che nascono per utenti spesso molto specifici e professionali. Ma, come dimostra il caso l’Agenzia dell’Innovazione della Puglia, è anche un fattore critico di successo per le amministrazioni pubbliche infatti aiuta a definirne l’identità, a creare riconoscibilità e autorevolezza, a presentarsi come aperte, trasparenti e inclusive.

    Conclude questo numero l’intervista alle economiste OCSE, Varinia Michelun e Sandra Hannig  che illustrano la loro esperienza  di studio del sistema dell’innovazione del Piemonte nell’ambito dell’azione pilota delle regioni in transizione industriale.  Le raccomandazioni che vengono fornite vanno nella direzione della creazione di un sistema innovativo non solo efficace ed efficiente ma che facilita la creazione di un ecosistema resiliente in grado di far crescere la competitività del territorio regionale.

     

     

    [1] E’ il rapporto  illustra e analizza le principali tendenze nelle politiche per la scienza, la tecnologia e l’innovazione, tra gli Stati membri Ocse  ed in alcuni paesi partner.

    [2] Le tecnologie abilitanti o KET  (Key Enabling Technologies)  sono tecnologie “ad alta intensità

    conoscenza e associate a elevata intensità di R&D.Le tecnologie abilitanti  alimentano il valore della catena del sistema produttivo e hanno la capacità di innovare i processi, i prodotti e i servizi in tutti i settori economici dell’attività umana. Un prodotto basato su una tecnologia abilitante utilizza tecnologie di fabbricazione avanzate e accresce il valore commerciale e sociale di un bene o di un servizio.

    [3] PMI, industria e digitale, la sfida è adesso!” a cura dell’Osservatorio Innovazione Digitale nelle PMI del Politecnico di Milano presentata durante il convegno di apertura della 15° edizione della Fiera A&T,  Automation & Testing, dedicata a Innovazione, Tecnologie e Competenze 4.0, che si è svolta online dal 10 al 12 febbraio 2021.

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