Progettare la vita in tempi di Covid

    Francesca Luppi (Università Cattolica del Sacro Cuore)

    Negli ultimi due anni, la crisi innescata dall’inizio della pandemia di Covid-19 ha prodotto importanti impatti sulla società italiana, sia sotto aspetti sanitari che socio-economici e demografici. Se dal punto di vista sanitario è stata la fascia di popolazione anziana quella posta sotto i riflettori, perché più vulnerabile all’infezione, le ricadute socio-economiche della crisi hanno invece maggiormente interessato la generazione dei giovani. Di conseguenza, mentre la crescita della mortalità ha insistito prevalentemente sulla fascia di popolazione più anziana, l’allungamento dei tempi di permanenza nella famiglia di origine e la contrazione delle nascite osservata già a partire da dicembre 2020 nel nostro Paese è uno degli effetti indiretti della crisi sulla progettualità dei giovani.

    La pandemia ha ostacolato i progetti di vita autonoma dei giovani

    L’Osservatorio Giovani dell’Istituto Toniolo ha seguito l’evolversi dell’impatto della crisi Covid sulle vite dei 18-34enni italiani ed europei già dai primissimi mesi della pandemia, attraverso una serie di indagini campionarie, condotte da IPSOS tramite tecnica CAWI (Computer Assisted Web Interviewing) su un campione rappresentativo di giovani italiani e di alcuni paesi europei (Francia, Germania, Regno Unito e Spagna)[1]. La prima indagine internazionale è stata condotta fra la fine di marzo e l’inizio di aprile 2020; quindi, altre tre indagini-sorelle sono state condotte a intervalli di circa 6 mesi (ottobre 2020, maggio 2021 e novembre 2021), coprendo un arco temporale di circa un anno e mezzo dall’inizio della pandemia.

    Un aspetto particolarmente monitorato nel corso di queste indagini è stata la progettualità dei giovani e come la pandemia sia intervenuta a ridisegnare i percorsi di transizione alla vita adulta. In generale, la pandemia ha esercitato un’azione negativa, ostacolando la realizzazione di alcune tappe di tale transizione e talvolta compromettendone addirittura la progettualità.

    Nel Secondo rapporto del Gruppo di esperti “Demografia e Covid-19”[2], istituito presso il Dipartimento per le Politiche della Famiglia (https://famiglia.governo.it/demografia/), vengono rielaborati alcuni dati di queste indagini. Emerge che, fin da marzo 2020 e a un anno di distanza, oltre il 60% dei giovani italiani percepiva come a rischio i propri progetti di vita a causa della pandemia. Percentuali simili si osservano anche in Spagna, mentre in Francia, Germania e Regno Unito, ad aprile 2021, lo dichiara meno del 50% dei giovani intervistati. Seppur in tutti i casi questi dati ci raccontano di un impatto importante e negativo della crisi sulle vite dei giovani, è evidente che nel contesto italiano e spagnolo la situazione sia peggiore che altrove. Soprattutto in Italia, poi, la vulnerabilità rispetto alla crisi riflette importanti disuguaglianze fra i generi: sono le donne (oltre il 66%), difatti, rispetto ai loro coetanei uomini (circa il 53%) a percepire maggiormente il rischio indotto dalla crisi circa la realizzazione dei propri progetti di vita. Inoltre, c’è una vulnerabilità legata alla condizione occupazionale. In generale, i giovani che percepiscono come a rischio il proprio reddito (attuale e futuro) a causa della crisi, sono anche coloro che più facilmente temono per i propri progetti di vita (75% fra le donne e 90% fra gli uomini). Pertanto, sono proprio coloro che soffrono una maggior vulnerabilità nel mercato del lavoro a veder ridotta la propria progettualità di vita come effetto della pandemia: chi detiene posizioni più precarie così come i disoccupati/inattivi mostrano una maggior propensione a dichiarare come a rischio i propri progetti, rispetto a chi ha una occupazione più stabile.

    Il Rapporto poi si concentra su alcuni dei progetti di vita che i giovani hanno percepito come a rischio, indagando se e come siano stati impattati dalla crisi; tra questi, la decisione di uscire dalla casa dei genitori e acquisire una autonomia abitativa, quella di andare a convivere o di sposarsi, e la scelta di avere un figlio.

    Sempre secondo i dati presentati nel Rapporto, un giovane italiano su quattro che stava programmando di andare a vivere per conto proprio prima della pandemia ha abbandonato il progetto, mentre oltre il 30% l’ha posticipato. Fra le ragioni più frequentemente citate da chi ha posticipato o abbandonato il piano, uno su quattro ha dichiarato di averlo fatto per perdita di reddito o per difficoltà legate alle misure di contenimento della Covid-19 (si pensi ad esempio agli studenti fuori sede che spesso condividono appartamenti con altri coetanei), mentre uno su cinque l’ha motivato con le aspettative negative circa le dinamiche economiche future. Non solo quindi un peggioramento del benessere economico personale e familiare ma anche il timore di ripercussioni negative prolungate della recessione guidano la decisione di sospendere, almeno temporaneamente, il graduale processo di acquisizione di autonomia dalla famiglia di origine.

    I fattori economici impattano sui progetti di vita dei giovani, ma più in Italia e Spagna

    Per comprendere se e come i fattori economici/occupazionali hanno impattato sulla decisione di andare a vivere per conto proprio, in uno studio pubblicato su Genus[3], si indagano se e come i piani pre-pandemici siano stati ridimensionati dalla crisi economica scaturita dall’emergenza sanitaria. I risultati emersi indicano chiaramente come una situazione occupazionale precaria e pessime prospettive finanziarie (personali e familiari) siano associate a una posticipazione o un abbandono dell’intenzione di lasciare la casa dei genitori. Tale esito è particolarmente evidente in Italia e Spagna, e solo in misura più limitata anche nel Regno Unito. Avere un lavoro precario o temporaneo e sentirsi insicuri riguardo il proprio reddito futuro aumenta la probabilità di sospendere i piani di autonomia elaborati nel periodo pre-crisi.

    La recessione economica e i suoi effetti (vissuti o attesi) rappresenta anche la principale motivazione legata alla rinuncia di sposarsi o andare a convivere con il proprio partner e alla sospensione della decisione di avere un figlio. In questo caso, almeno in Italia, le motivazioni economiche pesano maggiormente per gli uomini che per le donne, a testimoniare come anche fra le nuove generazioni il modello breadwinner maschile sia ancora culturalmente rilevante nel guidare aspettative e scelte degli individui. Nel primo studio internazionale sugli effetti della crisi Covid sulle intenzioni di fecondità, pubblicato su Demographic Research[4], si mostra come l’insorgere dell’emergenza sanitaria abbia avuto un impatto variegato fra i giovani europei. Fra coloro che, nei mesi pre-pandemia, stavano pianificando di avere un figlio nel 2020, oltre il 36% degli italiani ha abbandonato indeterminatamente il progetto, contro il 14,2% dei tedeschi, il 17,3% dei francesi, il 19,2% dei britannici e il 29,2% degli spagnoli. Sebbene ad un anno di distanza tali percentuali si siano in parte ridotte[5], la quota di coloro che è comunque riuscito a portare a termine il progetto, concependo un figlio, è di molto inferiore in Italia e in Spagna rispetto agli altri paesi: il 41% in entrambi i casi contro il 48% in Francia e oltre il 50% in Germania e Regno Unito. Per spiegare questo divario ancora una volta gli autori rimandano ai fattori che già nel periodo pre-pandemico erano considerati cruciali per comprendere la bassa fecondità dei due paesi del sud Europa in comparazione agli altri. In particolare, la difficile condizione del mercato del lavoro giovanile, la bassa occupazione femminile specie dopo la nascita del primo e soprattutto del secondo figlio, l’assenza di adeguate politiche a sostegno della stabilità di reddito e della casa rivolte ai giovani, nonché di politiche familiari efficaci a ridurre le difficoltà di conciliazione famiglia-lavoro.

    Avere figli durante la pandemia: i fattori economici si intrecciano a quelli individuali e di contesto

    Integrando anche i dati provenienti dalle indagini successive, altri studi fanno emergere con maggior chiarezza quali fattori a livello individuale e di contesto possano intervenire nel definire le diverse chance di realizzare o rimandare il progetto di avere figli durante la pandemia. Anzitutto emerge una salda relazione fra la percezione (soggettiva) che la crisi Covid stia minacciando il reddito individuale (presente o futuro) e la decisione di abbandonare il progetto di avere un figlio[6]. Inoltre, le caratteristiche del mercato del lavoro e il sistema valoriale legato al genere a livello locale (regionale) sembrano moderare la relazione fra condizione occupazionale e revisione dei piani di fecondità[7]. In particolare, nelle regioni in cui vi è una minore disoccupazione giovanile o una maggiore occupazione femminile (tendenzialmente le regioni del Centro-Nord Italia), coloro che sono senza lavoro o hanno lavori precari riportano maggiori chance di abbandonare i piani di fecondità pre-COVID rispetto a chi ha una occupazione stabile. Al contrario, nelle regioni con maggiore disoccupazione giovanile o minore occupazione femminile (il Meridione), le stesse categorie sono più inclini a confermare i propri piani originari. Una relazione simile è stata riscontrata anche tra regioni con una diversa profilazione per valori di genere. In particolare, dove i valori egualitari predominano, compare la stessa associazione che si trova nelle regioni con mercati del lavoro più performanti. Nei contesti tradizionali di genere, invece, come nelle regioni con un mercato del lavoro poco performante, condizioni di lavoro più precarie sono associate a una maggiore probabilità di confermare i piani pre-pandemici. Questa evidenza suggerisce che nelle regioni in cui le opportunità di trovare (e mantenere) un lavoro sono maggiori, in momenti di crisi economica, dove comunque la domanda di lavoro cala, per chi ha un lavoro precario avere un figlio riduce la competitività (e quindi le chance occupazionali) sul mercato del lavoro. Al contrario, laddove il mercato del lavoro offre minori possibilità occupazionali e dove la cultura di genere è più tradizionale, la recessione sembra scoraggiare ulteriormente i giovani disoccupati o precari nella ricerca di un lavoro, aumentando la convinzione che un lavoro per loro non ci sarà almeno fintanto che gli effetti della crisi saranno evidenti. Tali giovani potrebbero essere più propensi, quindi, a sostituire il proprio investimento nella carriera lavorativa con un investimento più soddisfacente (e meno incerto) nella pianificazione familiare.

     

     

    Chi fa figli durante la crisi?

    Infine, I momenti di crisi rappresentano fasi di passaggio, occasioni di transizioni importanti anche a livello culturale e generazionale, e possono far emergere nuovi modi di percepire la realtà, nuove priorità e valori, nonché nuovi modi di agire. Accanto alle ragioni per rimandare la scelta di fare un figlio durante la crisi, ci sono le motivazioni di chi, invece, la scelta di concepire un figlio l’ha maturata proprio durante la pandemia[8]. Sebbene lo sconvolgimento della vita quotidiana e delle garanzie economiche e lavorative abbia sicuramente avuto effetti negativi sulla progettualità intorno al diventare genitori, è anche vero che per alcune coppie proprio la “nuova normalità” portata dalla crisi ha favorito la decisione di avere un figlio. Si tratta di coppie che solo in parte motivano la neonata scelta di concepire sulla base di un miglioramento delle proprie condizioni finanziarie. Emerge invece un legame fra la decisione di avere un figlio e il miglioramento della qualità delle relazioni di coppia, l’accresciuto contributo del partner nell’esecuzione dei compiti domestici, l'impatto positivo dello smart-working sulla riconciliazione tra lavoro e famiglia e la maggiore rilevanza data ai piani familiari durante la pandemia. In altri termini, il maggior tempo trascorso assieme dalle coppie e la flessibilizzazione dei luoghi e dei tempi di lavoro potrebbe aver favorito, per alcune di loro, un miglioramento della relazione e la possibilità di confrontarsi e distribuire in modo più equo il carico di compiti domestici (tra cui, in prospettiva, anche quello di cura del figlio). Questi fattori potrebbero essere particolarmente rilevanti per i giovani dato che più difficilmente in questa fascia d’età hanno già altri figli, la cui presenza potrebbe invece aver complicato, per le coppie più âgée, la conciliazione soprattutto nei periodi di chiusura delle scuole o quarantene.

    Conclusioni

    Il quadro, anche se non definitivo, che emerge dalle indagini qui presentate racconta pertanto di una situazione difficile vissuta dai giovani italiani, che emerge soprattutto nel confronto internazionale. Disuguaglianze di genere, occupazionali, contestuali e più in generale di vulnerabilità reddituale segnano marcatamente le disparità in termini di realizzazione dei propri progetti di vita, quelli più tipicamente legati alla transizione alla vita adulta. Tutto ciò insiste su una situazione, quella dei giovani italiani, già seriamente compromessa negli anni pre-pandemia dalla mancanza di politiche indirizzate a sostenere i giovani e il loro inserimento in società come soggetti capaci (e messi nella condizione) di assumersi le responsabilità tipiche della fase adulta. Allo stesso tempo si apre uno spiraglio anche su altre possibili dinamiche che possono positivamente favorire la realizzazione di progetti di vita quale quello di avere un figlio. Se da una parte, cioè, è imprescindibile agire per ridurre la vulnerabilità di reddito e di lavoro, emerge (certo non inaspettato) il valore centrale dell’equilibrio fra lavoro e famiglia, come possibile precondizione ed esito di un miglior rapporto di coppia e meccanismo rilevante per sostenere la motivazione ad avere figli, nonostante i tempi incerti.

     

    Parole chiave: giovani, pandemia, transizione

     

    [1] La rappresentatività del campione è garantita dal rispetto di alcune quote definite in base a numerose variabili socio-demografiche, per maggiori informazioni si veda https://www.rapportogiovani.it/.

    [2] Luppi F. & Rosina A. (2022) Progetti di vita dei giovani dopo un anno vissuto in emergenza Covid-19 in L’impatto della pandemia di Covid-19 su natalità e condizioni delle nuove generazioni. Secondo Rapporto del Gruppo di esperti “Demografia e Covid-19”, Dipartimento per le politiche della famiglia. Available at: https://famiglia.governo.it/media/2671/secondo-report_gde-demografia-e-covid-19_finale.pdf

    [3] Luppi, F., Rosina, A., & Sironi, E. (2021). On the changes of the intention to leave the parental home during the COVID-19 pandemic: a comparison among five European countries. Genus, 77(1), 1-23.

    [4] Luppi, F., Arpino, B., & Rosina, A. (2020). The impact of COVID-19 on fertility plans in Italy, Germany, France, Spain, and the United Kingdom. Demographic Research, 43, 1399-1412.

    [5] Luppi F. & Rosina A. (2022) Progetti di vita dei giovani dopo un anno vissuto in emergenza Covid-19 in L’impatto della pandemia di Covid-19 su natalità e condizioni delle nuove generazioni. Secondo Rapporto del Gruppo di esperti “Demografia e Covid-19”, Dipartimento per le politiche della famiglia. Available at: https://famiglia.governo.it/media/2671/secondo-report_gde-demografia-e-covid-19_finale.pdf.

    [6] Arpino, B., Luppi, F., & Rosina, A. (2021). Changes in fertility plans during the COVID-19 pandemic in Italy: the role of occupation and income vulnerability.  https://doi.org/10.31235/osf.io/4sjvm.

    [7] Luppi F., Rosina A. (2022) Young people fertility plans in Italy during the COVID-19 pandemic: variations across occupational conditions and institutional contexts, Rassegna Italiana di Sociologia 3/2022 (in stampa).

    [8] Luppi, F., Arpino, B., & Rosina, A. (2022, May 11). Dismissed and newly planned babies during the COVID-19 pandemic. A study of the motivations behind changes in fertility plans and behaviors in Italy. https://doi.org/10.31235/osf.io/qpwba

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