Editoriale: I giovani e le difficoltà incrementate dalla pandemia

    Carla Nanni (IRES Piemonte)

     

    In questo numero di Politiche Piemonte si esplorano alcuni aspetti del mondo dei giovani, con attenzione al Piemonte e - laddove si dispone dei dati - degli effetti della crisi sanitaria da Covid-19. Chi intendiamo per giovani? La fascia di età considerata può variare a seconda del fenomeno su cui si appunta l’attenzione. Generalmente si osserva la fascia di età 15-29 anni quando si indagano i giovani che non studiano e non lavorano (Neet), mentre si usano altre fasce di età fino ai 34 anni per le analisi sul mercato del lavoro.

    Una prima considerazione riguarda la numerosità: in Piemonte i giovani sono pochi in una popolazione che invecchia. All’inizio degli anni Novanta i giovani 15-29enni costituivano oltre un quinto della popolazione piemontese; dopo un primo forte ridimensionamento nell’ultimo decennio il numero dei giovani si è stabilizzato intorno al 14% (poco più di 597mila persone). Con il nuovo secolo, la tenuta del numero dei giovani piemontesi si deve, principalmente, al contributo della popolazione di origine straniera, che rappresenta, nell’anno più recente il 13% del totale giovani (80mila persone).

    La seconda considerazione riguarda i livelli di istruzione e il mondo del lavoro. Le giovani generazioni sono sempre più istruite. Nel 2021, i giovani 25-34enni piemontesi che hanno ottenuto almeno un titolo del secondo ciclo (dalla qualifica professionale fino al dottorato) sono 79 su 100, erano appena 59 nei primi anni del secolo. Un notevole passo in avanti, se si considera che rispetto alla media dell’Unione europea ci separano 6 punti percentuali mentre vent’anni prima il gap era di 17 punti.  Ma a fronte di una maggiore istruzione i giovani sperimentano maggiori difficoltà lavorative per quota di disoccupazione, periodi di inattività, bassi redditi e precarietà del posto di lavoro. Da un lato presentano una più alta incidenza di contratti temporanei e dall’altro i tempi di stabilizzazione risultano più lunghi rispetto al passato.

    Le difficoltà dei giovani si evincono anche dalla notevole mole di coloro che si trovano in una condizione di inattività, al di fuori sia da percorsi di istruzione o formativi sia dal mondo del lavoro, i cosidetti Neet (Not in Education, Employment or Training). In Piemonte quasi 1 giovane su 5 si trova nella condizione di essere definito Neet e in Italia la quota è ancora più elevata (23%), decisamente al di sopra della media dell’Unione europea (12,5% nel 2020). È vero che si tratta pur sempre di un insieme eterogeneo in cui occorrerebbe distinguere, ma non è sempre possibile, coloro che sono effettivamente in una condizione di scoraggiamento dal cercare lavoro rispetto ad altri che, invece, si trovano in attesa di intraprendere un’attività o sono in una fase della vita dedicata ad altri obiettivi (come ad esempio nel caso di donne in maternità non ancora entrate nel mondo del lavoro). Anche tenendo conto di questo, l’Italia mostra un triste record negativo che interroga policy maker e opinionisti su quanto è possibile realizzare per migliorare la condizione dei giovani.

    Un ultimo aspetto, strettamente connesso con quelli precedenti, riguarda le fasi di transizione alla vita adulta, da tempo, progressivamente spostate in avanti, fenomeno che Massimo Livi Bacci definisce “sindrome del ritardo”. Si studia più a lungo e si entra nel mercato del lavoro più tardi, si rimane più a lungo ad abitare con la famiglia di origine. Aumenta l’età con cui si costituisce una famiglia propria in una abitazione autonoma, di conseguenza si fanno figli più tardi col rischio di non riuscire a realizzare i propri progetti riproduttivi o di realizzarli solo in parte.

    Le difficoltà sperimentate dai giovani sono state inasprite dalla crisi sanitaria e dai lockdown che ne sono conseguiti. I giovani sono stati investiti con maggiore forza dagli effetti indiretti di tipo economico e sociale: ad esempio le ripercussioni negative sono risultate più ampie tra i lavoratori con forme contrattuali instabili o per chi era alla ricerca di un primo impiego. Inoltre, molte indagini mostrano come la pandemia abbia incrementato tra i giovani stati d’animo negativi e pessimismo riguardo al proprio futuro. Diversi studiosi sostengono l’importanza di mettere in campo strumenti e azioni che possano incidere non solo sull’occupabilità dei giovani ma anche sulla riattivazione della fiducia in sé stessi e nella propria vita.

     

    I primi due articoli affrontano la condizione dei giovani nel mercato del lavoro. Nel primo Giorgio Vernoni mostra come il tasso di occupazione dei giovani sia in calo a fronte di un aumento di quella degli adulti maturi. Inoltre, tra i giovani occupati si conferma un maggior peso del lavoro a termine e la presenza in settori in cui si osservano quote di contratti “precari” più elevate. Il secondo articolo, a firma di Daniela Musto esplora gli esiti occupazionali dei laureati nel 2020, anno di inizio dell’emergenza sanitaria. La pandemia ha avuto un impatto negativo sull’occupazione dei neolaureati, ovvero su coloro che si sono affacciati per la prima volta sul mercato del lavoro, mentre risulta marginale l’effetto sull’occupazione dei laureati da più anni.

    La difficile transizione alla vita adulta e le difficoltà dei giovani accresciute dalla crisi sanitaria sono affrontate nel terzo articolo di Francesca Luppi. La pandemia ha avuto un influsso negativo sui progetti di vita dei giovani, aggiungendo ostacoli alla realizzazione di una vita autonoma: un effetto indiretto è visibile nell’ulteriore contrazione delle nascite a partire dalla fine del 2020.

    Uno sguardo alla condizione dei giovani stranieri è affrontato da Roberta Ricucci nel quarto articolo. La popolazione di origine straniera è una presenza strutturale della società piemontese, tuttavia i giovani stranieri spesso non riescono a realizzare una “mobilità ascendente”. Analisi di tipo qualitativo mostrano l’importanza del protagonismo civico e associativo per costruire percorsi di cittadinanza, giocando un ruolo propositivo: è in aumento il numero di chi si impegna in attività assistenziali e culturali nel terzo settore.

    Gli ultimi due articoli sono dedicati ai giovani in condizione di disagio identificati con la categoria dei Neet, i giovani che non lavorano e non studiano. Luigi Bollani mostra, in primo luogo, come questa categoria comprenda al suo interno diversi tipi di persone con bisogni differenti che occorre riconoscere per implementare azioni di contrasto efficaci. In secondo luogo segnala come sia fondamentale prevenire in maniera precoce fenomeni di scoraggiamento tra gli adolescenti, mettendo a punto buone pratiche da diffondere presso le scuole e le famiglie. Infine, Fabrizio Floris descrive un progetto rivolto ai giovani Neet (Su la Testa!) del Comune di Torino, che promuove azioni non limitate alla questione occupazionale, pur molto importante, ma allargate alla formazione, al volontariato e al tempo libero. L’autore nelle conclusioni offre alcuni suggerimenti per affrontare il disagio dei giovani Neet: tra questi la creazione di spazi di socialità e di prossimità” nel quartiere e percorsi di orientamento efficaci per comprendere le proprie potenzialità.

     

     

    Bibliografia

    Donato, L., Nanni, C. (2016). I giovani piemontesi tra scuola e lavoro, NetPaper Sisform 2/2016, IRES Piemonte.

    Istituto G. Toniolo di Studi Superiori (a cura di) (2021). La condizione giovanile in Italia, Rapporto Giovani 2021, Bologna, Il Mulino.

    Livi Bacci, M. (2008). Avanti giovani, alla riscossa. Come uscire dalla crisi giovanile in Italia, Bologna, Il Mulino.

    Rosina, A. Neet (2015). Giovani che non studiano e non lavorano, Milano, Vita e Pensiero

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