Famiglie straniere e di origine straniera. Una riflessione sul futuro già presente
di Roberta Ricucci (Università di Torino)
Introduzione
Il protagonismo familiare straniero è da tempo parte del contesto piemontese. Sin dalla fine degli anni Novanta, la scena migratoria internazionale nella regione si è popolata di famiglie, soprattutto attraverso i ricongiungimenti familiari di donne e di uomini (all’interno di catene migratorie come quelle filippine o latino-americane) e minori.
Eppure, anche sulla scena migratoria quando si parla di famiglie l’accento è messo sulla loro componente femminile, soprattutto sottolineandone, quasi esclusivamente, le debolezze (vere o presunte) nelle dinamiche di integrazione, nella relazione con i servizi sanitari o ancora nella funzione genitoriale (Naldini, Caponio, Ricucci 2024). Con oltre trent’anni di storia di confronto con i temi del ricomporsi o del diventare famiglia nel contesto italiano e piemontese, è ormai possibile arricchire il quadro delle riflessioni, superando visioni stereotipate e immaginari che negli anni hanno dipinto le famiglie straniere solo con i tratti della mancanza (di autonomia delle donne), della vulnerabilità socioeconomica (e spesso fisica), delle fragilità nei percorsi di inclusione e di integrazione. La fotografia è ben più mossa di questi semplici tratti. Pur non volendo dimenticare situazioni emergenziali (e ve ne sono, dalle famiglie spezzate dai viaggi a situazioni faticose dovute al ricongiungersi dopo anni di lontananza, dalla precarietà giuridica ai processi di discriminazione nell’accesso alla casa), nel tempo si sono irrobustiti processi di forte stabilizzazione, radicamento territoriale, cittadinizzazione, protagonismo civico: tratti da classe media, in cui le famiglie (sempre più straniere di origine e cittadine italiane per acquisizione) sono divenute la parte costruens di quartieri, territori, borghi. Testimonianza dell’essere ormai elemento strutturante le eterogenee realtà italiane e piemontesi sono i percorsi dei figli e delle figlie, delle cosiddette seconde e altre generazioni, così come la dispersione territoriale, il lasciare i luoghi connotati etnicamente per acquistare abitazioni in zone, quando non vie, non stigmatizzate nell’immaginario pubblico perché abitate da stranieri, e ancora di più da immigrati. E ancora, la crescente presenza di anziani (nonni) ricongiunti, così come il diventare anziani delle famiglie dell’immigrazione della prima ora, ovvero degli anni Ottanta, avanguardie oggi delle future dinamiche intra-familiari sugli oneri della cura e fra servizi e popolazione anziana immigrata o di origine immigrata (Ricucci, Elia, Cellini 2025).
Questi processi coinvolgono soprattutto le collettività con una più lunga storia di immigrazione, meno chi è arrivato più recentemente. Ovviamente l’anzianità migratoria non è l’unica variabile da considerare. Conta l’inserimento professionale, la rete sociale, ancora di più se interetnica e interculturale, che si possiede.
Il Piemonte. Famiglie migranti, fra inserimento e sguardo al futuro
Le famiglie straniere rappresentano oggi una componente strutturale del tessuto sociale piemontese legato ai processi di mobilità internazionale. Al 1° gennaio 2025 le persone straniere residenti in Piemonte erano 448.862, con una sostanziale parità di genere (223.940 donne su 224.922 uomini), e con la loro incidenza sul totale dei residenti pari al 10,6%, al di sopra della media nazionale del 9,2%. Si tratta di una presenza ormai radicata, distribuita capillarmente sul territorio regionale, che, data la più che decennale storia di collettività come quelle marocchine, egiziane, cinesi, albanesi, senegalesi, ma anche rumene, ha progressivamente assunto i caratteri di elemento strutturale.
Il ricongiungimento familiare è da tempo uno degli assi portanti dei processi migratori in Piemonte: gli arrivi legati a motivi familiari si inscrivono in questa categoria a conferma dei progetti migratori ormai definitivi nella realtà, seguiti dalla protezione internazionale e dalla richiesta di asilo e dagli ingressi per lavoro. Sono soprattutto le donne a giungere attraverso questo canale, per ricongiungersi al coniuge o per ricostruire un nucleo familiare interrotto dalla migrazione. Molte di loro, tuttavia, una volta arrivate, si trovano confinate all’interno della comunità familiare o della collettività nazionale, etnica e religiosa di appartenenza, faticando nel costruire relazioni con il contesto circostante, come molte progettualità pubbliche e del privato sociale conoscono e su cui cercano di intervenire agendo soprattutto su apprendimento linguistico, conoscenze dei servizi socio-assistenziali e scolastici, orientamento al lavoro, talora sostenendo meno il loro protagonismo sociale e civico, la valorizzazione di competenze e conoscenze di cui sono portatrici, temi che negli ultimi anni hanno attirato l’attenzione discutendo del capitale umano straniero in generale e meno connesso alla dimensione familiare.
Accanto alle famiglie stabilizzate, esistono tuttavia nuclei in condizione di marcata vulnerabilità, la cui fragilità si intreccia con quella del percorso migratorio stesso. È il caso delle donne che arrivano sole — o si ritrovano sole dopo il viaggio — con figli a carico, prive di reti di supporto e spesso in una condizione di vulnerabilità giuridica, economica e psicologica. Nei percorsi di richiesta di protezione internazionale, la separazione dai propri cari è una delle ferite più difficili da elaborare: mariti dispersi o rimasti nel paese d’origine, figli lasciati indietro in attesa di un ricongiungimento che può richiedere anni, o che non arriva mai. In Piemonte, i titolari di protezione e i richiedenti asilo rappresentano lo 0,8% della popolazione regionale, con una forte sproporzione di genere: l’86% sono uomini e il 14% donne. Un dato che, lungi dall’indicare una minore presenza femminile, riflette la concentrazione delle donne richiedenti asilo in percorsi di accoglienza differenziati. A livello nazionale, il decreto-legge 133/2023 ha riconosciuto tutte le donne richiedenti asilo come soggetti vulnerabili, aprendo le premesse a una progressiva “femminilizzazione” del sistema Accoglienza Integrazione (SAI). In Piemonte, tuttavia, il circuito SAI rimane minoritario: solo il 17,7% delle persone accolte vi trova posto, mentre l’82,3% è ospitata nei Centri Accoglienza Straordinaria (CAS), strutture spesso meno attrezzate per rispondere ai bisogni specifici di madri sole o di donne segnate dal trauma.
Le famiglie “spezzate”, ovvero quelle in cui uno dei genitori è assente, lontano o irraggiungibile, rappresentano un caso estremo di fragilità, in cui la gestione quotidiana della vita ricade interamente sulle spalle di una madre che deve essere al tempo stesso capofamiglia, lavoratrice e punto di riferimento emotivo per i propri figli, spesso senza gli strumenti linguistici e istituzionali per farcela. La gestione di queste situazioni — tanto sul piano pratico quanto su quello interculturale — richiede un impegno significativo del terzo settore accanto al pubblico: nel territorio piemontese, per questa specifica casistica, la centralità del capoluogo (in termini di progettualità, sperimentazioni e attività) rimane forte, sebbene negli ultimi anni numerosi progetti del Fondo Asilo e Migrazioni stiano lavorando a livello regionale nell’ottica della knowledge & skills transferability.
È in questo insieme composito di famiglie — stabili o precarie, riunite o spezzate, radicate o appena arrivate — che si formano le nuove generazioni. Sono per lo più figlie e figli cresciuti in Italia, plasmati da più appartenenze, portatori di lingue e memorie eterogenee. Tra loro, le ragazze occupano una posizione particolare. Eredi di madri che hanno attraversato frontiere e silenzi, che hanno tenuto insieme famiglie a distanza o ricostruito legami su nuove basi, le giovani di origine straniera portano con sé una stratificazione di esperienze che non si lascia ridurre a un’unica etichetta. L’essere “straniera” rischia di oscurare tutto il resto: il percorso scolastico, le amicizie, le scelte, le contraddizioni ordinarie dell’essere giovane oggi in Piemonte. Sono anche loro — figlie dell’immigrazione, ragazze di seconda generazione — le protagoniste delle famiglie straniere. La provenienza resta ancora una pesante zavorra e i tratti somatici o le interferenze linguistiche elementi stigmatizzanti. In questi casi, al di là dell’essere figlia della mobilità internazionale, l’etichetta di “straniera” rischia di essere più pesante di quella di “giovane”. Soprattutto rischia di mettere in ombra le innumerevoli sfaccettature dell’essere giovani di origine straniera.
Eppure, fra i diversi percorsi e le possibili definizioni identitarie si possono cogliere dei tratti comuni, senza rientrare in immagini stereotipate. Innanzitutto, pluralità e flessibilità sembrano essere due parole chiave per descrivere le traiettorie che stanno conducendo le giovani immigrate o di origine straniera:
- Pluralità perché numerosi possono essere le esperienze vissute e le strategie identitarie assunte. Ma anche perché assai eterogenee sono le condizioni individuali, familiari e del contesto (dal quartiere al comune) entro cui si è inseriti.
- Flessibilità perché esse dimostrano di possedere straordinarie capacità di muoversi fra più ambiti, dando vita, talvolta, a innovative sperimentazioni interculturali.
In ciò non si distanziano da molte delle loro coetanee italiane, le quali costruiscono le loro biografie in maniera sempre più cosmopolita e meno standardizzata rispetto alla generazione dei padri e delle madri. Entrambi i gruppi, difatti, attraverso esperienze quotidiane e incontri/scontri con le numerose diversità proprie della società di oggi, danno vita al mosaico della loro biografia all’interno di società attraversate dalle turbolenze di una recessione economica che dispiega i suoi effetti su delicati processi di coesione sociale.
La crescita delle seconde generazioni anche discutendo di famiglie presenta aspetti di novità; in particolare le donne, già protagoniste di una socialità ristretta, all’interno del nucleo familiare allargato, si mettono in rilievo in altri ambiti di socializzazione.
Ci si chiede come l’esperienza migratoria sia in grado di modificare, e anche di trasformare radicalmente, la vita di un nucleo famigliare, a partire dalle relazioni con le famiglie di origine rimaste in patria e delle dinamiche di cura/assistenza transnazionali, così come sul loro essere importanti soggetti della formazione delle future generazioni (Ricucci 2026). Allo stesso tempo è importante riflettere in profondità sulle dinamiche di confronto generazionale (e talvolta di vero e proprio scontro) tra le generazioni delle madri e quelle delle figlie: un confronto che riguarda, come in tutte le famiglie, valori e scelte di vita, ma che nelle famiglie migranti si arricchisce delle complessità sottese all’identità straniera e alla sua percezione (non ovunque positiva, come confermano i dati sulle discriminazioni) che necessariamente mette le protagoniste a confronto con una realtà diversa dal punto di vita culturale, religioso, relazionale.
Le ragazze di origine straniera possono dimostrarsi abili nel gestire la tensione che deriva dalle richieste (della famiglia, del gruppo dei pari, della scuola, del contesto lavorativo, della società) di tradurre e reinterpretare codici di comportamento e istanze culturali per cercare di essere considerati adolescenti e giovani figli del tempo in cui vivono e non solo figli dell’immigrazione. Allo stesso tempo è impossibile non riconoscere le similitudini che queste giovani hanno con le coetanee italiane di origine italiana, con cui condividono timori e preoccupazioni di fronte al futuro.
Diventa centrale l’elaborazione del rapporto con le proprie origini, che spesso si scontra con una certa carenza di figure educative in grado di accompagnare questo, a tratti difficile, percorso, che riguarda da un lato il rispetto di sé stessi ed il riconoscimento dell’appartenenza al proprio contesto sociale, dall’altro la ricerca della propria identità, anche se si traduce in un allontanamento dei desiderata della famiglia che, spesso in emigrazione, assegna alle ragazze l’onere del rispetto e della riproducibilità delle tradizioni e dei legami con chi è rimasto in patria.
Conclusioni. Nuove piste di ricerca
La riflessione sulle famiglie straniere va completata con due sfide e altrettanti interrogativi di ricerca che questo specifico gruppo della popolazione in Italia presenta.
Innanzitutto, il tema di coloro che fanno parte dei più recenti flussi migratori (richiedenti asilo, in particolare e refugee like[1]), per i quali il dibattito mediatico e politico si polarizza fra accoglienza e respingimento, tra un fardello pesante per la nazione e un debole aiuto dall’Unione Europea. Molte donne, spesso giovani e giovanissime, sono parte di questo flusso, talora con pesanti fardelli di violenze subite, di gravidanze frutto di stupri. Esse non pongono solo interrogativi rispetto a una loro adeguata accoglienza, ma anche su come sostenerle nel percorso di inserimento, tutela, ricostruzione di biografie interrotte. La ricerca sui percorsi di arrivo e sulle caratteristiche dell’inserimento delle immigrate arrivate negli ultimi anni e inserite nei percorsi di accoglienza di chi chiede di essere accolta come profuga è agli inizi, ma già carica di attese per i suoi risultati e soprattutto per le sue valenze simboliche e politiche.
Se questi studi faranno luce su quelli che sono oggi volti della precarietà, della sofferenza o dell’anacronismo di un sistema giuridico nazionale e di un vuoto normativo (cogente) europeo, altre ricerche stanno approfondendo le biografie di chi, giovane adulta, si appresta a creare una famiglia d’elezione o procrastina questo momento. È questa la seconda pista di ricerca. Il tema è approfondire le decisioni endogamiche o esogamiche, se si debba parlare nello specifico di genitorialità delle seconde generazioni, se vi siano delle differenze e delle peculiarità rispetto a coetanei nativi italiani, se le relazioni con le famiglie di origine risentano di specifiche richieste connesse al background migratorio o a prospettive transnazionali.
La transizione verso una famiglia di elezione è però solo una faccia della medaglia: l’altra riguarda il quando, con quali prospettive professionali e verso dove lasceranno il nido familiare i figli dell’immigrazione.
Riferimenti
Caponio, T., Naldini, M., Ricucci, R. (a cura di), 2019, Politiche e pratiche di genitorialità in un contesto multiculturale, Il Mulino, Bologna.
Ricucci R., Elia A., Cellini G., Il futuro già qui. Immigrati anziani, una realtà su cui riflettere e progettare, “Mondi Migranti”, 2025, 1, pp. 9-21.
Ricucci, R., 2026, Topografie interculturali, Seb27, Torino.
Parole chiave: famiglie, immigrazione, donne, seconde generazioni
[1] Il termine “refugee-like” (o “situazione simile a quella di rifugiato”) è un concetto utilizzato dall’UNHCR (Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati) per descrivere gruppi di persone che si trovano al di fuori del proprio Paese di origine e che affrontano gravi rischi di protezione, ma che non sono state formalmente riconosciute come rifugiati.