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Le famiglie in Piemonte: soggetti plurali in trasformazione

di Elisa Tursi (IRES Piemonte)

 

Introduzione

Il Piemonte presenta oggi un panorama familiare profondamente trasformato rispetto a quello del secolo scorso. La famiglia nucleare tradizionale — coppia coniugata con figli — ha ceduto il passo a una pluralità di forme di convivenza, in un contesto demografico segnato da denatalità persistente, invecchiamento della popolazione e dinamiche migratorie che continuano a rivestire un ruolo cruciale[1].

Per comprendere queste trasformazioni occorre partire dal contesto demografico in cui si inscrivono. Dopo oltre un decennio di calo costante, la popolazione piemontese si mantiene oggi sostanzialmente stabile, ma si tratta di un equilibrio costruito sulla compensazione tra forze di segno opposto: da un lato una denatalità persistente tra le più accentuate del Centro-Nord, dall’altro flussi migratori positivi, che ne mitigano gli effetti, mantenendo la popolazione in equilibrio. In questo quadro, la presenza straniera — oggi l’11% della popolazione — concorre ad attenuare gli squilibri demografici, contribuendo alle nascite e rallentando l’invecchiamento. Nel lungo periodo, tuttavia, tale apporto risulterà meno determinante sia per la progressiva convergenza della fecondità delle donne straniere verso quella delle italiane, sia per rapidità del processo di invecchiamento anche questa componente della popolazione.

È all’interno di questo scenario che le famiglie piemontesi si trasformano e si diversificano, ponendo sfide nuove a chi è chiamato a governare i processi sociali della regione.

Le famiglie si frammentano e si diversificano

Nel 2024 in Piemonte si contano 2 milioni e 27mila famiglie, circa 39mila in più rispetto al 2018, nonostante nello stesso periodo la popolazione si sia ridotta di circa 77mila unità. Questa apparente contraddizione è l’esito dell’aumento delle famiglie unipersonali, in particolar modo quelle costituite da anziani soli, che numerosi si ritrovano a vivere l’ultima parte della loro vita da vedovi o separati. L’aumento delle famiglie unipersonali, unito alla denatalità fa sì che le famiglie piemontesi si riducano anche di dimensione: nel 2024 il numero medio di componenti è 2,07, nel 2018 era 2,16 (ISTAT, popolazione censimento permanente).

Nel 2024 la maggior parte delle famiglie piemontesi è ancora composta da un solo nucleo — coppie con o senza figli e genitori soli — ma la loro quota è in calo (dal 60% del 2018 al 58% nel 2024), mentre cresce quella delle famiglie senza nucleo, che raggiungono il 40% del totale e sono costituite quasi interamente da persone sole. Le famiglie estese e quelle composte da più nuclei si confermano una forma del tutto residuale, riguardando appena il 2% delle famiglie piemontesi (tab. 1).

Tabella 1. Famiglie per tipologia in Piemonte. Anni 2018 e 2024 (valori assoluti e percentuali)

TIPOLOGIE FAMILIARI

2018

2024

v.a.

%

v.a.

%

FAMIGLIE SENZA NUCLEO

757.642

37,8

803.773

40,1

di cui persona sola

734.397

36,6

782.364

39,0

FAMIGLIE CON UN SOLO NUCLEO

1.203.395

60,0

1.162.290

57,9

Coppie senza figli

479.615

23,9

476.219

23,7

Coppie con figli

574.602

28,7

533.828

26,6

Madre con figli

123.530

6,2

128.335

6,4

Padre con figli

25.647

1,3

23.909

1,2

FAMIGLIA ESTESA*

33.140

1,7

32.371

1,6

FAMIGLIE CON 2 O PIU’ NUCLEI

10.158

0,5

7.417

0,4

TOTALE

2.004.335

100,0

2.005.851

100,0

Fonte: elaborazioni IRES su dati Rilevazione Forze Lavoro ISTAT.

* Nuclei in cui sono presenti altre persone

Il cambiamento più significativo riguarda l’evoluzione delle famiglie unipersonali: oltre 800mila nel 2024, circa 48mila in più rispetto al 2018, alimentate da due dinamiche distinte. Da un lato, l’invecchiamento della popolazione porta un numero crescente di anziani — soprattutto donne — a vivere soli l’ultima fase della vita. Dall’altro, aumentano i giovani under 34 che scelgono di uscire dalla famiglia di origine per vivere in autonomia, prima di formare una propria famiglia o in alternativa ad essa.

Nell’ambito delle famiglie costituite da coppie, invece, la trasformazione più rilevante è la crescita delle libere unioni, che oggi rappresentano il 16% del totale di riferimento, contro il 13% del 2018. Più diffusa tra i giovani e tra i più istruiti, questa forma familiare si configura sempre più spesso come alternativa stabile al matrimonio, piuttosto che come fase preparatoria. Lo confermano la crescita delle convivenze con figli (+17% tra il 2018 e il 2024) e il forte incremento delle nascite fuori dal matrimonio, la cui incidenza è quasi triplicata in un decennio, passando dal 16% al 46% del totale dei nati.

Le famiglie monogenitoriali — circa 152mila, composte per oltre l’82% da madri sole — restano stabili, ma si trasformano al loro interno. Se la separazione e il divorzio continuano a rappresentare la causa principale della formazione di famiglie composte da genitori soli, cresce significativamente la quota di madri nubili (+66% tra il 2018 e il 2024), segnale di un modo nuovo di concepire la famiglia, possibile anche fuori dalla coppia e dal matrimonio. Le famiglie monoparentali presentano maggiori fragilità socioeconomiche rispetto alle altre tipologie familiari: il rischio di povertà o di esclusione sociale[2] (indicatore composito Europa 2030) nel 2024 è pari al 32%[3], soltanto le famiglie con 3 o più figli presentano un rischio maggiore (35%), il che le rende tra le più vulnerabili del panorama piemontese.

 

I giovani: tra permanenza prolungata e nuove forme di autonomia

Nel 2024 il 60% dei giovani piemontesi tra i 18 e i 34 anni vive nella famiglia di origine, una quota in crescita rispetto al 55% del 2017 (ISTAT, Rilevazione Forze Lavoro). La condizione occupazionale offre solo una spiegazione parziale di questo fenomeno: un reddito percepito può risultare insufficiente a sostenere autonomamente il costo di un’abitazione, pur essendo adeguato a contribuire alle spese familiari. Nonostante la crescente partecipazione ai percorsi formativi, la quota di studenti tra coloro che vivono in famiglia resta pressoché invariata, attestandosi intorno al 40%. Il prolungamento della permanenza nella famiglia d’origine appare dunque sempre più come una strategia consapevole di mediazione tra aspirazioni individuali e vincoli materiali, in un contesto sociale che ne ha progressivamente legittimato la scelta (Sciolla, 2023).

La permanenza in famiglia diminuisce al crescere dell’età e con differenze di genere rilevanti per via dei diversi modelli di transizione alla vita adulta che caratterizzano le donne e gli uomini. A parità di età, i giovani uomini permangono con i genitori più delle giovani donne, che hanno un’età media alla formazione di una famiglia più bassa rispetto ai coetanei. Tra il 2018 e il 2024 la quota di giovani che resta nella famiglia di origine fino alla soglia dei 35 anni in Piemonte è lievemente cresciuta, ma unicamente per le giovani donne, al contrario si segnala un calo dei giovani uomini. La riduzione del differenziale di genere è più marcata nella fascia 20-24 anni, dove aumentano le donne che restano in famiglia (+4 punti percentuali), e nella fascia 25-29 anni, dove calano gli uomini che scelgono di rimanere in famiglia (−6 punti percentuali). Nella fascia 30-34 anni il gap permane: il 23% degli uomini vive ancora con i genitori, contro il 17% delle donne. Si mantiene invece stabile, sia per i maschi sia per le femmine, la permanenza in famiglia tra i giovanissimi (18 e 19 anni), con valori prossimi al 100% (fig. 1).

Figura 1. Giovani di 18-34 anni che vivono con almeno un genitore, per sesso e classi di età in Piemonte. Anni 2018-2024 (per 100 giovani)

Fonte: elaborazioni IRES su dati Rilevazione Forze Lavoro ISTAT

Si osserva un cambiamento significativo nelle modalità di uscita dal nucleo familiare d’origine, con dinamiche diverse tra uomini e donne:

  • l’ascesa dei “single” under 35: Tra il 2018 e il 2024, le famiglie unipersonali composte da giovani sotto i 35 anni sono aumentate del 32%. Questo fenomeno è trainato principalmente dalla componente maschile (+47%), costituita quasi interamente da celibi.
  • Il divario nelle prime fasi (20-24 anni): Le giovani donne tendono ad abbandonare la casa dei genitori già in coppia: il 66% delle ventenni che vivono fuori casa convive con un partner (prevalentemente senza figli), mentre gli uomini della stessa fascia di età costituiscono famiglie unipersonali oltre l’80% dei casi.
  • la transizione verso la genitorialità (30-34 anni): se nella fascia 25-29 anni i comportamenti tendono a convergere, il divario si ripresenta tra i 30-34enni. In questo segmento, le coppie con figli includono il 52% delle donne contro il 35% degli uomini.

I dati confermano come la componente femminile continui a intraprendere i percorsi di convivenza e genitorialità con maggiore precocità rispetto a quella maschile.

La diminuzione complessiva delle coppie con figli tra i giovani under 35 (-9 punti percentuali tra il 2018 e il 2024) è tra gli effetti più diretti della posticipazione della transizione alla vita adulta, con conseguenze sulla natalità già nel breve periodo.

       Gli anziani tra solitudine e nuove sfide per il Welfare

L’invecchiamento della popolazione trasforma anche la composizione delle famiglie in cui vivono le persone anziane. Nel 2023, nel 41% delle famiglie piemontesi è presente almeno una persona di 65 anni e più, quota superiore alla media nazionale (39,6%) e del Nord-ovest (38,9%). Di queste famiglie il 44% è costituita da anziani soli, la forma in crescita più rapida nel periodo osservato. La prevalenza femminile è netta: tra gli ultra85enni il 78% delle persone sole è donna. Ciò non dipende solo dalla maggiore longevità femminile, ma anche dal differenziale di età al matrimonio: le donne si uniscono mediamente a un’età inferiore rispetto agli uomini e hanno quindi maggiori probabilità di sopravvivere al partner. Tra le donne sole con almeno 65 anni, il 53,5% è vedova, contro il 13% degli uomini nella stessa situazione. Con il passare degli anni questa asimmetria si accentua: tra gli over 85 le vedove superano il 70%, mentre tra gli uomini la stessa condizione riguarda meno del 20% della popolazione di riferimento.

Un elemento di novità rilevante riguarda l’instabilità coniugale in età avanzata: tra il 2018 e il 2024, il numero di anziani separati o divorziati che vivono soli è cresciuto del 35% per gli uomini e del 15% per le donne. Parallelamente cresce anche il numero di anziani coniugati, soprattutto nelle fasce d’età più avanzate, grazie alla riduzione del divario di longevità tra i sessi e alla diffusione dei secondi matrimoni: nel 2024 il 60% degli ultrasessantacinquenni risulta coniugato, contro il 50% del 1994.

Non trascurabile è infine la coabitazione intergenerazionale: i nuclei di anziani in coppia con figli adulti ancora in casa sono cresciuti del 3,2% tra il 2018 e il 2024. Il fenomeno si spiega con la prolungata permanenza dei figli nella famiglia d’origine, ma anche con la posticipazione della prima genitorialità, che rende più probabile avere figli giovani ancora in formazione quando si raggiunge la soglia dei 65 anni. Questa coabitazione genera una relazione di reciprocità: i genitori anziani offrono supporto economico e organizzativo, i figli adulti rappresentano una risorsa informale in caso di bisogno.

Secondo le più recenti previsioni delle famiglie (Istat 2025) nei prossimi vent’anni cresceranno fortemente le famiglie composte da anziani soli: nel 2044 si stima che 337mila ultra75enni vivranno da soli — di cui il 72% donne — con un incremento di 79mila unità rispetto a oggi. Si tratta di una popolazione che porta con sé anche maggiori probabilità di sperimentare malattie croniche e lunghi periodi di vita non più autonoma.

Il cambiamento delle strutture familiari concorre a indebolire progressivamente quel modello di welfare familiare che si basava sulla distribuzione del carico assistenziale tra più familiari, sia per la riduzione del numero di componenti presenti nelle famiglie, sia per la maggior partecipazione al mercato del lavoro delle donne. Ne consegue che la domanda di assistenza domiciliare, di residenze per anziani e di servizi di prossimità è destinata a crescere in modo significativo, ponendo sfide rilevanti alla sostenibilità del welfare regionale e richiedendo risposte integrate che sappiano combinare servizi pubblici, terzo settore e nuove forme di solidarietà di comunità.

Conclusioni

Il quadro che emerge dall’analisi delle famiglie piemontesi è quello di una realtà in profonda trasformazione, nella quale la pluralità delle forme familiari non è più un fenomeno emergente, ma una condizione strutturale. Le coppie con figli, un tempo modello dominante, rappresentano oggi meno di un quarto del totale delle famiglie. Al loro posto si moltiplicano le persone sole, le libere unioni, le famiglie monoparentali, le coppie senza figli: ciascuna con specificità, bisogni e vulnerabilità proprie.

Questa pluralità chiama in causa le politiche regionali su fronti diversi e interconnessi. La crescita delle famiglie composte da anziani soli pone con urgenza la questione della non autosufficienza in un contesto di reti familiari sempre più fragili. Sul versante dei giovani la permanenza prolungata nella famiglia di origine segnala ostacoli strutturali che ritardano l’accesso all’indipendenza e, con essa, la formazione di nuovi nuclei familiari e la nascita di figli.

In conclusione, a partire da un contesto demografico complesso, in cui dopo oltre un decennio di declino, si è raggiunto un equilibrio, principalmente per merito della componente migratoria, che compensa la denatalità e mitiga la perdita di popolazione, emerge un quadro di precarietà, che solleva interrogativi sulla sostenibilità di lungo periodo. In particolare, la denatalità, l’invecchiamento della popolazione e la permanenza prolungata dei giovani in famiglia sono nodi interconnessi di una stessa tela, che chiamano in causa strategie integrate, di lungo periodo, che sappiano orientare l’azione dei policy maker. Si fa riferimento principalmente all’implementazione e al miglioramento dei servizi di assistenza domiciliare e residenziale, a politiche abitative per i giovani e al contrasto alla precarietà occupazionale.

Bibliografia

Istat, 2025, Previsioni della popolazione residente e delle famiglie. Base 1/1/2024.

Sciolla L. (2023), La transizione all’età adulta, in Il Mulino n. 4/2023.

Per approfondimenti:

https://www.demos.piemonte.it/images/pubblicazioni/2025/Rapporto-DinamicheDemograficheFamigliePiemonte-IRES2025.pdf

Parole chiave: invecchiamento, denatalità, famiglie

[1] L’articolo è tratto da un rapporto di ricerca Ires realizzato per Regione Piemonte nell’ambito del Piano di valutazione PR FSE+ 2021-2027: E. Tursi, C. Nanni, (2025), Dinamiche demografiche e famiglie in Piemonte: focus su giovani e anziani, Ires Piemonte.

[2] Percentuale di famiglie che si trovano in almeno una delle seguenti tre condizioni: vivono in famiglie a rischio di povertà; vivono in famiglie in condizioni di grave deprivazione materiale e sociale (indicatore Europa 2030); vivono in famiglie a bassa intensità di lavoro (indicatore Europa 2030).

[3] Media nazionale