di Carla Nanni (IRES Piemonte)
Dall’ultimo quarto del secolo scorso le famiglie sono attraversate da profondi cambiamenti: mutano per numero e configurazione, si ridefiniscono gli equilibri interni e crescono i bisogni di conciliazione tra vita lavorativa e vita privata. Le politiche pubbliche sono chiamate a riconoscere e accompagnare queste trasformazioni. Dedichiamo questo numero di Politiche Piemonte a tali temi, con l’obiettivo di offrire spunti di riflessione utili al dibattito pubblico e ai decisori politici.
A produrre questi cambiamenti concorrono fenomeni demografici, sociali e culturali tra loro correlati e di lungo periodo. L’aumento della longevità insieme a tassi di fecondità costantemente bassi producono un progressivo invecchiamento della popolazione che incide in profondità nella morfologia delle famiglie. Le famiglie aumentano di numero ma diminuiscono di componenti con una crescita importante delle persone sole, perlopiù anziane. Questa trasformazione si accompagna ad un cambiamento profondo nei modi in cui le persone immaginano, costruiscono e vivono le relazioni familiari, con una diminuzione della propensione a sposarsi e un aumento dell’instabilità coniugale, anche in età avanzata. La famiglia nucleare tradizionale — coppia coniugata con figli — ha ceduto il passo ad un arcipelago di forme: libere unioni, famiglie monogenitoriali, nuclei ricomposti, coppie senza figli, anziani che invecchiano soli. Ogni forma porta con sé bisogni, risorse e vulnerabilità specifiche. A questo quadro si aggiunge la popolazione con cittadinanza straniera, che in Piemonte rappresenta quasi l’11% dei residenti e svolge un ruolo importante nel mitigare gli squilibri demografici. Le famiglie straniere e di origine straniera sono una presenza strutturale del tessuto sociale regionale che arricchisce e complica la fotografia delle famiglie piemontesi.
L’invecchiamento della popolazione e la denatalità ridisegnano anche la forma delle reti familiari, che diventano sempre più verticali: tanti nonni, pochi nipoti, con generazioni sempre più distanziate per età. In questo contesto si fa sempre più frequente la condizione di chi si trova nel mezzo — la cosiddetta generazione sandwich — alle prese contemporaneamente con la cura di genitori anziani con quella dei figli, ancora in casa o con bambini piccoli. Un doppio carico che in passato ricadeva prevalentemente su persone già uscite dal mercato del lavoro, mentre oggi coinvolge sempre più spesso chi è ancora pienamente attivo, rendendo ancora più acuta la difficoltà di tenere insieme lavoro e cura.
L’equilibrio del sistema famiglia-lavoro che fino agli anni Settanta si basava sulla divisione del lavoro e delle responsabilità in base al genere, è progressivamente messo in crisi, in primo luogo, dall’aumento della partecipazione delle donne al mercato del lavoro. La conciliazione nasce come questione di pari opportunità per le donne che lavorano, ma più recentemente si apre per comprendere anche gli uomini. C’è un lento mutamento dei modelli ideali maschili: l’ideale del “padre coinvolto” si è gradualmente affermato nel discorso pubblico e nelle aspettative culturali di molte famiglie. Ma tra l’ideale dichiarato e le pratiche quotidiane persiste un divario considerevole: il carico di cura resta in larga misura sulle spalle delle madri, e i congedi parentali maschili sono ancora poco utilizzati.
La conciliazione riguarda l’organizzazione del tempo di lavoro, la distribuzione del lavoro di cura all’interno delle famiglie, le infrastrutture di welfare che lo supportano. L’Italia sconta in questo ambito un ritardo: un sistema di welfare che ha a lungo delegato alla famiglia — e alle donne in particolare — il lavoro di cura, con servizi pubblici insufficienti, misure di sostegno frammentarie e un mercato del lavoro ancora poco amichevole rispetto alle esigenze delle famiglie. Il risultato è che per molte donne la maternità si trasforma in un ostacolo professionale, mentre per molti uomini la paternità attiva resta un’aspirazione più che una pratica quotidiana. La strada verso una distribuzione più equa del lavoro di cura è aperta, ma lunga. Richiede non solo politiche di supporto, ma una trasformazione culturale che attraversi le istituzioni, il mondo del lavoro e le relazioni quotidiane tra uomini e donne.
Le trasformazioni demografiche e culturali pongono una domanda di fondo alle politiche pubbliche: quale welfare è necessario per rispondere alla pluralità delle forme familiari contemporanee? La risposta non può limitarsi al sostegno alle famiglie con figli ma deve includere tutte le famiglie: gli anziani soli, le famiglie monogenitoriali, le coppie senza figli che invecchiano, i nuclei migranti alle prese con le seconde e terze generazioni.
I contributi di questo numero
Il numero si apre con l’articolo di Elisa Tursi (IRES Piemonte), che offre una lettura aggiornata e articolata delle trasformazioni delle famiglie piemontesi: dalla crescita delle famiglie unipersonali alla diffusione delle libere unioni, dall’aumento delle madri sole all’invecchiamento solitario. Segue il contributo di Roberta Ricucci (Università di Torino), che rilegge trent’anni di presenza delle famiglie straniere in Piemonte mettendo in luce i processi di radicamento delle famiglie migranti, il protagonismo delle seconde generazioni e le sfide poste dall’invecchiamento delle prime generazioni di immigrati.
Il terzo contributo, firmato da Francesca Luppi (Università Cattolica del Sacro Cuore), affronta il tema delle donne senza figli, fenomeno in crescita. L’articolo restituisce la complessità di questo fenomeno, distinguendo tra scelta consapevole, rinvio e rinuncia, e mostrando come le condizioni materiali giochino un ruolo importante. Il quarto contributo, di Arianna Santero ed Eugenia Mercuri (Università di Torino), esplora le pratiche di paternità dopo la separazione. L’analisi individua quattro modelli di paternità e mostra come la separazione non produca effetti univoci, ma apra piuttosto una fase di rinegoziazione delle responsabilità di cura.
Il quinto articolo, di Viviana Ruggeri (INAPP), presenta i risultati di una ricerca-intervento sui Centri per le Famiglie piemontesi, analizzati come infrastrutture sociali di prossimità capaci di intercettare vulnerabilità ordinarie e straordinarie del ciclo di vita familiare. Il Piemonte emerge come una delle esperienze più avanzate a livello nazionale. Il sesto articolo di Chiara Agostini ed Eleonora De Stefanis (Percorsi di Secondo Welfare) esamina le politiche di conciliazione vita-lavoro attraverso tre diritti che dovrebbero essere garantiti: il diritto al lavoro, il diritto alla cura e il diritto al tempo. Le autrici mostrano come in Italia il costo della mancata conciliazione ricada ancora in modo sproporzionato sulle donne e come le politiche stentino a fare il salto necessario: da strumenti pensati per sostenere l’occupazione femminile a leve per ridistribuire davvero il lavoro di cura tra i generi.
Chiude il numero l’articolo di Luisa Donato (IRES Piemonte), che propone una lettura della conciliazione tra lavoro, cura e tempi di vita come infrastruttura sociale del capitale umano femminile. L’autrice mostra come istruzione e partecipazione al lavoro non siano condizioni sufficienti a valorizzare le competenze delle donne, se maternità, carichi di cura e una disponibilità insufficiente dei servizi continuano a incidere negativamente sui loro percorsi professionali.