di Luisa Donato (IRES Piemonte)
Introduzione
Parlare di capitale umano significa interrogarsi non solo sui livelli di istruzione, sulle competenze disponibili e sulla partecipazione al mercato del lavoro, ma anche sulle condizioni sociali e organizzative che consentono a tali risorse di essere effettivamente valorizzate. In questa prospettiva, la conciliazione tra lavoro, responsabilità familiari e tempi di vita non può essere considerata un tema solo privato: rappresenta una infrastruttura sociale del capitale umano, in particolare di quello femminile.
La letteratura sui regimi di welfare e sull’economia della cura ha evidenziato come l’accesso delle donne al lavoro retribuito sia connesso alla distribuzione del lavoro domestico e di cura, alla disponibilità di servizi e alla configurazione delle politiche familiari e occupazionali (Esping-Andersen, 2009; Saraceno e Keck, 2010; ILO, 2018). Il Rapporto annuale Istat 2026 colloca il tema entro una riflessione più ampia sul capitale umano e sociale, sottolineando il peso delle disuguaglianze di genere e della persistente asimmetria nei carichi familiari.
Osservare il Piemonte attraverso questa lente consente di spostare l’attenzione da una lettura centrata esclusivamente sull’occupazione femminile a una prospettiva che tiene insieme lavoro, servizi, reti familiari, cura degli anziani e qualità del tempo. Il punto non è soltanto quante donne partecipano al mercato del lavoro, ma a quali condizioni riescono a farlo, con quale continuità e con quali possibilità di valorizzare il proprio titolo di studio.
Capitale umano femminile e divari nei percorsi lavorativi
Il Piemonte può contare su una presenza femminile qualificata. Tra le giovani donne piemontesi di 25-34 anni, il 35% ha un titolo di studio terziario, rispetto al 24% dei coetanei uomini. Tuttavia, il possesso di competenze e titoli di studio non si traduce automaticamente in pari opportunità lavorative. Nel 2025 risulta occupato l’87,9% delle giovani donne laureate tra 25 e 34 anni, a fronte del 92% degli uomini con lo stesso livello di istruzione (fonte dati: Eurostat 2025).
Il titolo di studio elevato resta un importante fattore di protezione, soprattutto per le donne, ma la piena valorizzazione del capitale umano femminile è condizionata da fattori che vanno oltre l’istruzione. Il nodo emerge in particolare nei passaggi legati alla maternità, alla cura e all’organizzazione dei tempi di vita. I dati Istat/BES e le analisi IRES Piemonte mostrano che, nella fascia 25-49 anni, la maternità continua a rappresentare uno snodo rilevante nei percorsi lavorativi femminili.
In Piemonte il rapporto tra il tasso di occupazione delle madri con figli piccoli, tra 0 e 5 anni, e quello delle donne senza figli è pari all’82,8%, un valore superiore alla media nazionale del 73%, ma comunque indicativo di un divario. Le madri risultano occupate nel 62% dei casi, rispetto al 75% delle donne senza figli, con una distanza di circa 13 punti percentuali. La parziale tenuta dell’occupazione delle donne con figli si regge anche sulla rimodulazione dell’orario: il 35% delle madri lavora part-time, contro il 31% delle donne senza figli. Tra le madri, inoltre, il part-time è involontario nel 36% dei casi.
La penalizzazione non assume sempre la forma di un’uscita esplicita dal mercato del lavoro. Più spesso passa attraverso riduzioni di orario, minore continuità professionale, rinuncia a opportunità di carriera o maggiore esposizione a forme di lavoro meno stabili. In questo senso, una parte del capitale umano femminile rischia di essere sottoutilizzata non per mancanza di competenze, ma per il costo quotidiano della cura.
Servizi e reti territoriali: la conciliazione come infrastruttura
Spostare lo sguardo dai percorsi individuali alle condizioni territoriali permette di leggere la conciliazione come una dimensione collettiva dello sviluppo regionale. Se i carichi familiari incidono sulle opportunità professionali e sulla continuità dei percorsi di vita, la possibilità di conciliare dipende dall’esistenza di un sistema di servizi capace di sostenere le famiglie nelle diverse fasi del ciclo di vita.
In questa prospettiva, servizi educativi, servizi sociali e domiciliari, presidi sanitari territoriali, misure economiche, welfare aziendale e strumenti di informazione non sono interventi separati, ma componenti di una stessa infrastruttura sociale. In Piemonte sono presenti diversi modelli organizzativi riconducibili a questa logica: voucher per l’accesso ai servizi, offerta educativa pubblica e paritaria, servizi di cura sociale e domiciliare, misure di welfare aziendale e strumenti di accompagnamento.
La rete regionale comprende oltre 1.100 strutture per la prima infanzia, pubbliche e private, distribuite in 396 Comuni, per più di 29.000 posti disponibili. Il tasso di copertura dei servizi educativi 0-3 anni si colloca, nel 2025, intorno al 38,8%[1], un valore significativo nel percorso verso l’obiettivo europeo del 45% entro il 2030. A questi strumenti si affianca una rete di 49 Centri per le famiglie, con funzioni di informazione, orientamento, sostegno alla genitorialità e collegamento con i servizi socioassistenziali e una misura di voucher di conciliazione che sarà attivata a fine 2026 e che prevede fino a 6.000 euro per nucleo familiare con ISEE al di sotto dei 40.000 euro.
La presenza di strumenti non garantisce però automaticamente pari capacità di accesso. L’analisi territoriale evidenzia una geografia differenziata: nei contesti urbani pesa la complessità della governance e il rischio di servizi educativi, sociali e sanitari non sempre coordinati; nei territori montani o rurali, come alcune aree del Cuneese, del Verbano-Cusio-Ossola o del Vercellese, pesano dispersione territoriale, tempi di accesso e sostenibilità dei servizi di prossimità. Inoltre, la conciliazione si intreccia sempre più con l’invecchiamento della popolazione e con la cura degli anziani, spostando il baricentro dalla prima infanzia alla gestione dei carichi familiari lungo tutto il ciclo di vita.
La sfida, dunque, non è soltanto aumentare l’offerta, ma costruire connessioni stabili tra i nodi della rete. La conciliazione diventa davvero infrastruttura quando i servizi educativi, sanitari e assistenziali non operano come comparti separati, ma come un sistema integrato, capace di accompagnare le famiglie nell’individuazione delle risposte più adeguate. Standard minimi di funzionamento, accesso unico, protocolli di invio tra servizi, voucher guidati, micro-reti di prossimità e pacchetti integrati possono evitare che la conciliazione sia una risorsa accessibile solo a chi dispone di più capitale informativo o di maggiori risorse economiche.
Conciliazione, equità e sviluppo territoriale
Guardare alla conciliazione come infrastruttura significa riconoscere che il capitale umano femminile dipende anche dalle condizioni concrete che permettono alle competenze di essere utilizzate: disponibilità di tempo, accesso ai servizi, reti di sostegno, qualità dell’organizzazione del lavoro e distribuzione dei carichi familiari. Valorizzare il capitale umano femminile significa quindi rendere sostenibili i percorsi professionali lungo le diverse fasi della vita.
Per le politiche pubbliche, questo implica tre direzioni. La prima è consolidare l’accessibilità dei servizi, riducendo le differenze territoriali e rafforzando le soluzioni di prossimità nei contesti rurali e montani. La seconda è promuovere una governance integrata tra servizi educativi, sociali, sanitari, Centri per le famiglie, terzo settore e imprese, così da passare dalla somma di misure alla costruzione di un ecosistema territoriale della conciliazione. La terza è collegare più strettamente politiche familiari, politiche del lavoro e welfare aziendale, affinché la cura diventi una responsabilità socialmente condivisa e non una responsabilità privata, affidata alle strategie delle singole donne o delle singole famiglie.
In questa direzione, la conciliazione è una politica per l’equità, ma anche una politica per lo sviluppo: riduce i divari di genere, migliora la qualità della vita delle famiglie, sostiene la qualità del lavoro e rafforza la capacità del Piemonte di trattenere, riconoscere e valorizzare le competenze disponibili.
Bibliografia
Esping-Andersen, G. (2009), The Incomplete Revolution: Adapting to Women’s New Roles, Polity Press.
International Labour Office – ILO (2018), Care work and care jobs for the future of decent work, Geneva: ILO.
Saraceno, C. e Keck, W. (2010), “Can we identify intergenerational policy regimes in Europe?”, European Societies, 12(5), 675-696.
Istat (2026), Rapporto annuale 2026. Capitolo 3: Capitale umano e sociale: risorse strategiche per il futuro.
Per approfondimenti:
Donato, L. (2026), La conciliazione come infrastruttura del capitale umano femminile in Piemonte, Articolo Sisform 1/2026, IRES Piemonte.
[1] Dato provvisorio. La popolazione al 31 dicembre 2025 è provvisoria.