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Donne senza figli: tra scelta e rinvio

di Francesca Luppi (IRES Piemonte)

 

Introduzione

Per molto tempo, nella rappresentazione pubblica della vita adulta femminile, la maternità è stata considerata un passaggio quasi obbligato. Essere donna significava, prima o poi, diventare madre. Oggi non è più così. In Italia, come in molte economie ad alto reddito, la presenza relativamente elevata di donne senza figli (le cosiddette childless) è diventata una componente strutturale delle società contemporanee. Tra queste, cresce in particolare il numero di donne che rimangono senza figli per tutta la vita riproduttiva.

Si tratta di un cambiamento importante, che però continua a essere raccontato in modo semplificato, spesso riducendo il fenomeno a una scelta individuale di libertà o di stile di vita. In realtà le traiettorie che conducono alla non maternità sono molto diverse tra loro e riflettono trasformazioni profonde delle relazioni di genere, del mercato del lavoro, dei modelli familiari e delle condizioni economiche.

Donne senza figli: un fenomeno in crescita

L’Italia è oggi uno dei paesi europei con i livelli più bassi di fecondità. Secondo le ultime stime dell’Istat, nel 2025 il tasso di fecondità totale (cioè il numero medio di figli per donna) è stato pari a 1,14, mentre le nascite sono state 355mila. Per avere un termine di confronto, nel 1963, anno simbolo del baby boom, le donne italiane avevano in media 2,7 figli e nacquero oltre un milione di bambini.

Accanto alla diminuzione del numero medio di figli per donna, un altro elemento ha assunto un peso crescente: l’aumento della quota di donne che non diventano madri. Tra le generazioni nate negli anni Quaranta e Cinquanta, diventate madri tra gli anni Sessanta e Settanta, la presenza di donne giunte al termine della vita riproduttiva senza figli era ancora relativamente contenuta, pari all’11%.

A partire dalle generazioni nate negli anni Sessanta e Settanta, tuttavia, la situazione cambia progressivamente. Si affermano nuovi modelli culturali e valoriali, maggiormente orientati alla realizzazione personale e all’autonomia individuale rispetto alle aspettative tradizionali legate al matrimonio e alla maternità. Soprattutto per le donne, i percorsi familiari iniziano a intrecciarsi sempre più strettamente con quelli formativi e professionali. In questi progetti di vita più individualizzati non viene meno l’importanza della famiglia o dell’avere figli, ma tali scelte vengono ripensate all’interno di un panorama più ampio di opportunità e aspirazioni.

Parallelamente a questi cambiamenti sociali e culturali, nelle generazioni più recenti la quota di donne senza figli ha raggiunto livelli significativamente più elevati rispetto al passato. Le stime Istat indicano infatti che tra le donne nate alla fine degli anni Settanta la quota di coloro che non hanno avuto figli si colloca intorno al 22%, con valori che arrivano al 25% tra le nate nei primi anni Ottanta: più del doppio rispetto alle generazioni nate negli anni Cinquanta.

Il fenomeno riguarda molti paesi ad alto reddito, ma in Italia assume caratteristiche specifiche, perché si intreccia con una transizione alla vita adulta, spesso tardiva e segnata da forte incertezza economica, e da uno dei gap più importanti in Europa fra fecondità attesa e realizzata (Beaujouan & Berghammer 2019). Un contesto che, peraltro, è molto differenziato a livello territoriale e che fa sì che questo gap e l’essere childless siano spesso il risultato di processi diversi, legati alle condizioni del mercato del lavoro, ai sistemi di welfare e ai differenti contesti culturali e valoriali.

Non tutte le donne senza figli sono uguali

La condizione di childlessness permanente individua un gruppo di donne tutt’altro che omogeneo. Dietro la stessa condizione finale si nascondono infatti storie e percorsi molto diversi.

Ci sono donne che non hanno mai desiderato avere figli e che rivendicano la non maternità come scelta consapevole. Si tratta di una quota minoritaria ma crescente, resa più visibile da un clima culturale in cui la maternità non è più percepita universalmente come destino naturale. In Italia, il desiderio di avere figli rimane comunque relativamente diffuso tra le giovani generazioni, anche se la quota di giovani che dichiara di voler avere figli nel corso della vita sta diminuendo, soprattutto tra le donne (Luppi, Bellani & Rosina2025).

Esistono poi situazioni di infertilità biologica o di difficoltà riproduttive, che possono trasformare un desiderio di maternità in una condizione involontaria di non maternità (Burgio et al. 2025). Anche in questo caso, però, il confine tra scelta e costrizione è spesso meno netto di quanto appaia.

Accanto a queste situazioni vi sono donne che hanno rinviato il progetto di avere figli per ragioni economiche, lavorative o relazionali, fino a quando il rinvio si è trasformato in rinuncia. In molti casi non si tratta di una decisione esplicita, ma dell’esito cumulativo di vincoli e incertezze. Secondo i dati Istat, tra le donne che nel 2016 dichiaravano di desiderare un figlio, meno della metà è riuscita ad averlo nei tre anni successivi. Per alcune, la condizione di childlessness sarà temporanea e legata a una posticipazione dei progetti familiari; per altre, invece, si trasformerà in una rinuncia definitiva.

È interessante osservare come esista una matrice comune tra il non desiderio di figli e la continua posticipazione dei progetti di genitorialità. Entrambi, infatti, si collegano strettamente alle condizioni materiali della vita quotidiana (Luppi, Rosina & Testa 2025): precarietà occupazionale, bassi salari, difficoltà di accesso alla casa, scarsità di servizi e misure di conciliazione tra lavoro e famiglia, come asili nido e lavoro flessibile. Questo per dire quanto sia labile il confine fra il non desiderio di avere figli e l’adattamento a una condizione di vita che non permette la realizzazione dei progetti di genitorialità.

Soprattutto sul versante femminile, le condizioni socioeconomiche giocano un ruolo decisivo nell’alimentare la bassa natalità italiana (Comolli & Vignoli 2021). In un paese in cui il welfare familiare continua a poggiare in larga misura sul lavoro di cura delle donne e sul supporto delle reti familiari, avere un figlio significa spesso aggiungere ulteriori ostacoli, fatiche e rinunce. Rinunce che assumono forme diverse a seconda della posizione sociale delle donne. Le più fragili sul piano lavorativo ed economico possono trovarsi costrette a rimandare la maternità perché prive delle condizioni minime di sicurezza; quelle più istruite e occupate, invece, si confrontano spesso con il costo professionale e organizzativo della genitorialità. Recenti studi mostrano come se in passato il lavoro delle donne sembrava entrare in competizione con la maternità, oggi, soprattutto nelle aree del Centro-Nord, l’occupazione femminile tende piuttosto a rappresentare una condizione che rende più sostenibile la scelta di avere un figlio. Dove esistono maggiori opportunità lavorative, servizi e strumenti di conciliazione, il lavoro non è necessariamente un ostacolo alla genitorialità, ma può diventare una risorsa. Al contrario, nel Mezzogiorno, dove la disoccupazione femminile è più alta e i servizi più carenti, la maternità continua più spesso a collocarsi dentro un quadro di vincoli e vulnerabilità. La differenza territoriale mostra quindi che il problema non è l’occupazione femminile in sé, ma la qualità del contesto in cui lavoro e famiglia devono essere tenuti insieme (Alderotti 2022).

 

Alcune riflessioni

La crescita delle donne senza figli ha certamente implicazioni demografiche rilevanti. In un paese segnato da bassissima fecondità e rapido invecchiamento della popolazione, l’aumento della childlessness contribuisce alla riduzione delle nascite. Ma la diffusione della non maternità racconta anche di un cambiamento dei modi in cui le persone immaginano la propria vita, costruiscono relazioni affettive e definiscono priorità, aspettative e forme della realizzazione personale. Nelle società contemporanee, i percorsi biografici sono diventati sempre meno lineari e prevedibili. Matrimonio, lavoro e genitorialità non seguono più sequenze obbligate né tempi condivisi. La non maternità si inserisce dentro questa trasformazione più ampia, fatta di maggiore libertà individuale ma anche di nuove fragilità e incertezze.

Per questo il tema non può essere affrontato soltanto come un problema di “denatalità”. Le scelte riproduttive si formano dentro condizioni sociali concrete: qualità del lavoro, stabilità economica, accesso alla casa, servizi per l’infanzia, distribuzione del lavoro di cura tra uomini e donne. In assenza di queste condizioni, il rischio è che il rinvio della genitorialità si trasformi progressivamente in rinuncia. Allo stesso tempo, è necessario riconoscere che non esiste un unico modello legittimo di vita adulta femminile: per alcune donne la maternità rappresenta un desiderio centrale, per altre no. E sempre più spesso, tra questi due poli, esistono percorsi complessi, ambivalenti e mutevoli nel tempo.

 

Riferimenti

Alderotti, G. (2022). Female employment and first childbirth in Italy: what news? Genus, 78(1), 14.

Beaujouan, E., Berghammer, C. (2019). The Gap Between Lifetime Fertility Intentions and Completed Fertility in Europe and the United States: A Cohort Approach. Population Research and Policy Review, 38, 507–535.

Burgio, A., Castagnaro, C., Vignoli, D., & Vitali, A. (2025). The contribution of medically assisted reproduction to total, age-, and parity-specific fertility in Italy. Human Reproduction, 40(10), 1972-1979.

Comolli, C. L., & Vignoli, D. (2021). Spreading uncertainty, shrinking birth rates: A natural experiment for Italy. European Sociological Review, 37(4), 555-570.

Luppi, F., Bellani, D., & Rosina, A. (2025). Trends in fertility preferences among Italian young adults. Population Studies, 1-18.

Luppi, F., Rosina, A., & Testa, M. R. (2025). Parenthood and self-fulfilment: does having children matter to Italian young adults? Genus, 81(1), 31.

 

Parole chiave: Donne senza figli, famiglie