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I principali contenuti del rapporto annuale della Banca d’Italia sull’economia del Piemonte

A cura di Cristina Fabrizi (Banca d’Italia – Sede di Torino)

Introduzione e sintesi (1)

Nel 2023 l’economia del Piemonte è ancora cresciuta, ma a tassi più contenuti rispetto all’anno precedente: sul rallentamento hanno influito il dispiegarsi degli effetti della restrizione monetaria, la debolezza del ciclo macroeconomico internazionale e l’accresciuta incertezza connessa con le tensioni geopolitiche. Il sistema produttivo piemontese, come quello del resto del Paese, si è trovato a fronteggiare il rialzo dei tassi ufficiali da parte della Banca centrale europea potendo contare su una struttura finanziaria più solida rispetto al passato. Tra le nuove società, quelle ad alta crescita sono risultate nel quinquennio pre-pandemia meno diffuse in Piemonte rispetto al resto del Paese, mentre tra le unità produttive operanti in regione quelle che fanno parte di gruppi multinazionali sia italiani sia esteri contribuiscono in misura superiore alla media nazionale al valore aggiunto e all’occupazione. Sull’andamento dell’economia regionale e sulle prospettive di crescita influisce negativamente il declino demografico, più accentuato rispetto a quello già elevato della media del Paese.

Nel 2023 l’attività economica in Piemonte ha continuato a crescere, ma in misura molto più contenuta rispetto all’anno precedente. In base all’indicatore trimestrale dell’economia regionale della Banca d’Italia (ITER; fig. 1.a), il prodotto è aumentato dello 0,9 per cento (dal 2,7 del 2022), in linea con la media italiana, ma lievemente meno del Nord Ovest. L’andamento ha riflesso un’espansione nel primo semestre a cui è seguito un calo nel secondo, soprattutto nell’industria. Sul peggioramento della congiuntura hanno influito il dispiegarsi degli effetti della restrizione monetaria, la debolezza del ciclo macroeconomico internazionale (in particolare in alcuni importanti mercati di destinazione delle esportazioni regionali, come la Germania) e l’accresciuta incertezza connessa con le tensioni geopolitiche.

L’indicatore Regio-coin (che fornisce una stima dell’evoluzione delle componenti di fondo dell’economia regionale), divenuto negativo all’inizio dell’estate, ha ripreso a salire nello scorcio dell’anno e si è riportato su valori prossimi allo zero alla fine del primo trimestre 2024 (fig. 1.b).

Fonte: elaborazioni su dati Banca d’Italia, Infocamere e Istat. Cfr. la voce Indicatori ITER e Regio-
coin in Rapporti annuali regionali – Note metodologiche, Banca d’Italia, Economie regionali, giugno
2024.
(1) ITER per Piemonte e Nord Ovest; PIL per l’Italia. Valori concatenati base 2015=100. Dati
destagionalizzati e corretti per i giorni lavorativi. Indici: 1° trimestre 2007=100. – (2) Stime mensili delle
variazioni sul trimestre precedente delle componenti di fondo del PIL. – (3) Il PIL è riportato come
variazione media trimestrale, per comparabilità con l’indicatore Regio-coin. La variazione è di fonte
Istat sino al 2022 e ITER per il 2023.

Nel 2023 la propensione a investire delle imprese industriali è stata molto contenuta a causa soprattutto dell’elevato costo del credito e del peggioramento della congiuntura; in questo contesto un contributo importante all’accumulazione è ancora venuto dagli investimenti collegati alle transizioni digitale e verde, che sono tra i pilastri della strategia dell’Unione europea per rafforzare la competitività e l’efficienza del sistema produttivo. In particolare, nell’ultimo biennio gli investimenti nel fotovoltaico hanno accresciuto in regione la capacità produttiva di energia da fonti rinnovabili (FER): quest’ultima dovrà ulteriormente aumentare in misura rilevante entro il 2030 per consentire il raggiungimento degli obiettivi previsti a livello nazionale sulla copertura dei consumi di energia elettrica tramite FER.

Nel 2023 la redditività complessiva delle imprese è stata ancora elevata, nonostante l’aumento dell’onerosità del debito; la bassa propensione a investire e il relativo risparmio di spesa in conto capitale hanno inoltre contribuito alla crescita delle disponibilità liquide, già su livelli storicamente alti alla fine dell’anno precedente.

I prestiti al sistema produttivo sono diminuiti, riflettendo il peggioramento delle condizioni di accesso al credito e la minore domanda di finanziamenti, soprattutto per investimenti. La qualità del credito è lievemente peggiorata, ma nel complesso la capacità di onorare i debiti da parte delle imprese è rimasta elevata. Il settore produttivo piemontese, come quello del resto del Paese, si è infatti trovato a fronteggiare il rialzo dei tassi ufficiali da parte della Banca centrale europea potendo contare su una struttura finanziaria più solida rispetto al passato: in particolare, all’avvio dell’irrigidimento delle condizioni monetarie la quota di aziende della regione con profili di fragilità finanziaria (ossia con oneri finanziari oppure leverage elevati) era significativamente più contenuta nel confronto con i due più recenti periodi di aumento generalizzato del costo del credito, corrispondenti al ciclo restrittivo di politica monetaria avviato alla fine del 2005 e agli anni della crisi dei debiti sovrani.

Nel 2023 l’occupazione è cresciuta con un’intensità simile a quella dell’anno precedente. L’incremento ha interessato il lavoro dipendente e a tempo pieno, soprattutto con contratti permanenti; il ricorso agli ammortizzatori sociali ha continuato a calare, come pure il tasso di disoccupazione. Gli adeguamenti salariali previsti dai contratti collettivi nazionali avrebbero determinato in regione un aumento delle retribuzioni lievemente maggiore di quello medio nazionale, ma comunque molto più contenuto rispetto all’incremento dei prezzi.

Il potere d’acquisto delle famiglie è ulteriormente diminuito a causa dell’inflazione che, pur in ridimensionamento nel corso dell’anno, è rimasta in media elevata. I consumi hanno notevolmente rallentato, dopo un biennio di forte crescita; sono stati in parte sostenuti dal ricorso ai finanziamenti finalizzati. Nostre analisi indicano che il costo per l’acquisto del paniere di beni e servizi ritenuti essenziali per soddisfare i bisogni fondamentali è in Piemonte lievemente inferiore a quello medio nazionale; tale divario è più ampio tra il capoluogo regionale e gli altri centri metropolitani del Paese.

L’incidenza del debito sul reddito è scesa al livello più basso dal 2011: vi ha contribuito il calo dei prestiti per l’acquisto di abitazioni, dopo sette anni di crescita ininterrotta, su cui ha influito l’ulteriore aumento del costo dei finanziamenti. Il credito al consumo è invece ancora aumentato, in particolare quello per l’acquisto di autoveicoli. La qualità del credito alle famiglie è solo lievemente peggiorata e i ritardi o le sospensioni dei pagamenti delle rate sono risultati inferiori rispetto alla media nazionale.

È proseguita la riallocazione del portafoglio finanziario delle famiglie verso strumenti più remunerativi: a fronte di un calo dei depositi in conto corrente, sono cresciuti quelli a risparmio e gli investimenti in titoli, soprattutto in quelli di Stato. Al rilevante incremento delle attività finanziarie nell’ultimo triennio ha contribuito il repentino aumento del tasso di risparmio durante la pandemia, sia per motivi precauzionali sia per le limitazioni alle possibilità di acquisto.

Il rapporto contiene due approfondimenti che analizzano il contributo all’economia regionale di alcune tipologie specifiche di imprese, ovvero quelle che fanno parte di gruppi multinazionali (sia italiani sia esteri) e quelle cosiddette ad alta crescita (2).

Le prime, infatti, rivestono un ruolo significativo nelle economie regionali: operando su scala globale, queste aziende contribuiscono in misura rilevante alla crescita economica, alla creazione di occupazione e al trasferimento di competenze tecnologiche nei territori dove sono presenti. In Piemonte nel 2021 (ultimo anno di disponibilità dei dati) tali unità produttive, pur rappresentando solo il 3,7 per cento degli stabilimenti attivi, occupavano oltre un quarto degli addetti e generavano quasi il 40 per cento del valore aggiunto, valori superiori a quelli medi nazionali. Nel confronto con le altre imprese della regione tali aziende si caratterizzano per una produttività del lavoro più elevata sia nella manifattura sia nei servizi, occupano una quota maggiore di lavoratori a tempo indeterminato e garantiscono retribuzioni più elevate; hanno infine una più alta propensione sia all’innovazione sia all’export(3).

L’incidenza delle imprese ad alta crescita nel quinquennio pre-pandemia è stata invece inferiore in Piemonte rispetto alla media nazionale, soprattutto in relazione alla minore rilevanza dei comparti dove esse sono strutturalmente più presenti. Tra i circa 30.000 soci fondatori di tale tipo di aziende in Italia, 1.414 sono nati in Piemonte: quasi il 30 per cento di loro ha fondato la società in un’altra regione, un valore superiore alla media nazionale (23 per cento).

Il rapporto contiene inoltre alcuni approfondimenti sull’impatto delle dinamiche demografiche sul mercato del lavoro e in particolare in alcuni comparti, come quello dei servizi sanitari. Nonostante la crescita dell’ultimo triennio, infatti, in Piemonte l’occupazione e soprattutto l’offerta di lavoro sono rimaste inferiori ai livelli pre-pandemia. Tali andamenti, peggiori della media nazionale e delle altre regioni settentrionali, riflettono in misura rilevante il declino demografico più accentuato rispetto a quello delle aree di confronto (fig. 2.a). Vi contribuisce una dinamica naturale (ovvero la differenza tra natalità e mortalità della popolazione residente) molto negativa, non compensata dal saldo migratorio. In particolare, i flussi migratori di italiani hanno contribuito negativamente, soprattutto per i trasferimenti all’estero, in gran parte di giovani. Le previsioni formulate dall’Istat per i prossimi venti anni prospettano per la regione un ulteriore calo dei residenti, più intenso delle aree di confronto, a cui si assocerebbe una significativa contrazione delle forze di lavoro a parità di tassi di attività. In un’analisi di scenario, il calo della forza lavoro rimarrebbe se anche il tasso di attività delle donne salisse fino a raggiungere quello degli uomini (fig. 2.b).

Fonte: elaborazioni su dati Istat. Cfr. la voce Determinanti e previsioni dell’andamento demografico regionale in Rapporti annuali regionali – Note metodologiche, Banca d’Italia, Economie regionali, giugno 2024.
(1) Le forze di lavoro al 2042 sono calcolate applicando i tassi di attività del 2022 per genere e classe di età alle previsioni della popolazione. Nello scenario per genere (M=maschi; F=femmine), il maggiore contributo delle donne (contr. agg. F) deriva dalla crescita del tasso di attività femminile fino al raggiungimento di quello maschile.

Lo sbilanciamento generazionale è elevato soprattutto nel comparto pubblico. In particolare, per il Comune di Torino e per la Regione gli occupati con più di 60 anni sono nel complesso oltre il triplo di quelli con meno di 40. Nella sanità si prospettano nel breve-medio termine importanti criticità connesse con le uscite per pensionamento (oltre a quelle volontarie) di un numero consistente di figure professionali e con la maggiore domanda di personale indotta dalle misure previste dal PNRR per il rafforzamento dell’assistenza territoriale.

1 Il documento è consultabile all’indirizzo: https://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/economie-regionali/2024/2024-0001/index.html.

2 Si definiscono ad alta crescita le società aventi un fatturato di almeno 50.000 euro nell’anno successivo alla propria nascita e in grado di triplicarlo nel triennio seguente.

3 Alle imprese multinazionali è infatti riconducibile quasi il 70 per cento delle innovazioni brevettate nel biennio 2018-19 e il 67 per cento delle esportazioni totali del Piemonte nel quinquennio 2018-22, valori superiori a quelli medi nazionali e delle regioni del Nord.