A cura di di Matteo Bruno Ricozzi e Carlo Zanetti
Le proiezioni sull’andamento del clima in Piemonte illustrate da Loglisci e Barbarino in questo numero di Politiche Piemonte confermano il trend individuato nel V rapporto dell’IPCC, indicando per i decenni a venire un aumento delle temperature e dei periodi siccitosi, unito a una maggiore variabilità climatica, una maggiore frequenza di eventi estremi e una diminuzione degli accumuli nevosi alpini. Le trasformazioni connesse con questi cambiamenti sono già oggi percepibili tanto nella società quanto nell’economia. Il settore agricolo, in particolare, è probabile che venga messo a dura prova.
Sono molti infatti i determinanti climatici (rapide modificazioni dei climi locali, inasprimento di eventi estremi quali ondate di calore, siccità, geli primaverili e grandinate) che si prevede influenzeranno il comparto agroalimentare, tanto nella fase di produzione quanto in quella di stoccaggio, trasporto e vendita (Dasgupta et al., 2014; Porter et al., 2014). In quest’ottica, la ricerca qui descritta[1] analizza le variazioni spaziali future degli areali definiti “ottimali per la viticoltura piemontese” in regime di cambiamento climatico.
Il clima è una delle componenti fondamentali della vocazionalità vitivinicola di un territorio, i cui effetti si riversano sul potenziale produttivo, qualitativo e quantitativo, delle aree vitate. Inoltre, esso è parte fondamentale del terroir, ovvero di quel peculiare sistema di caratteristiche climatiche, pedologiche, topografiche e socio-ecologiche, che, certificate e protette attraverso i marchi DOP e IGP, contribuiscono alla definizione qualitativa del prodotto vino. La vite (Vitis Vinifera) è una coltura altamente clima-sensibile: una minima variazione della temperatura durante la stagione di crescita è sufficiente a cagionare un impatto notevole sulla fenologia della vite – ovvero le fasi di vita della pianta – e sul rischio fitosanitario, incidendo sulla qualità e la quantità del raccolto.
Dalla ricerca emerge che i cambiamenti climatici (CC) in atto impattano sulla durata e sul posizionamento temporale delle fasi fenologiche nonché sulla diffusione di agenti infestanti (es: tignoletta dell’uva), muffe e malattie (es: la peronospora e l’oidio) e sulle componenti biochimiche delle uve, da cui dipende la qualità e il potenziale di invecchiamento dei vini. A livello mondiale il CC sta così contribuendo allo spostamento a latitudini più elevate delle aree più adatte alla produzione vitivinicola, mentre a livello regionale, come nel caso del Piemonte, lo spostamento avviene verso zone ad altitudine più elevata.
Lo spostamento degli areali coltivabili
Lo studio analizza lo spostamento in Piemonte degli areali ottimali per la vite sviluppando proiezioni climatiche al 2100 per due diversi scenari emissivi: il primo prevede una significativa riduzione delle emissioni di gas climalteranti nei prossimi anni (RCP4.5: con mitigazione), mentre l’altro rappresenta lo scenario tendenziale (RCP8.5: senza mitigazione). Secondo tali scenari, a fine secolo avremo un Piemonte più caldo di 2°C per lo scenario con mitigazione, e un aumento di ben 5°C se non dovessero essere intraprese azioni di mitigazione. La variazione dei volumi di precipitazione – più difficili da simulare – non risulta invece significativa. La ricerca ha calcolato tre indici bioclimatici per la vite utilizzati dalla letteratura scientifica (Tonietto e Carbonneau, 2004) per determinare gli stress idrici e di temperatura. In questo modo è stata quantificata la riduzione dei potenziali areali viticoli, la percentuale di annate ottime e la variazione di quota degli stessi in tutto il territorio regionale. I risultati mostrano una evidente riduzione degli areali definiti “potenzialmente ottimali” (in cui sono state considerate anche le superfici non vitate ma potenzialmente tali dal punto di vista climatico), quantificata in 13 mila ettari all’anno per lo scenario con mitigazione e 17 mila per lo scenario tendenziale. A livello spaziale la ricerca mette in luce, per entrambi gli scenari, una riduzione delle percentuali di annate ottimali nelle zone padane, mentre nuove aree a potenziale viticolo si estenderanno verso l’arco alpino. La riduzione e lo spostamento verso l’arco alpino degli areali viticoli è ancora più evidente se si pone la condizione che un determinato areale debba avere, nell’arco di 30 anni, almeno il 50% di annate ottimali. Le mappe in Figura 1 restituiscono la situazione “tradizionale” degli areali ottimali di coltivazione della vite (relativa al trentennio 1976-2011) e la previsione di come questi si potranno modificare nel tempo (2011-2040; 2041-2070; 2071-2100) e in funzione dello scenario considerato (con mitigazione e tendenziale)[2]: evidente è la riduzione nel tempo degli areali ottimali per entrambi gli scenari, ma è nell’ultimo trentennio del secolo, secondo lo scenario tendenziale, che gli areali attualmente coltivati nel sud della regione non saranno più climaticamente ottimi.
Per quanto riguarda invece la variazione altitudinale, i modelli restituiscono un aumento della quota media di 3 metri all’anno per lo scenario con mitigazione e di 8 metri all’anno per lo scenario tendenziale, che porterà quindi la quota media degli areali a potenziale vocazionalità viticola dagli attuali 300m s.l.m. a 600m s.l.m. il primo scenario e a 1200m s.l.m. per il secondo entro fine secolo.
Figura 1: Areali con percentuali di annate ottime maggiori del 50% per il trentennio 1976-2005 (a), e per i trentenni futuri 2011-2040 (c, d), 2041-2070 (e, f) e 2071-2100 (g, h) per gli scenari emissivi con mitigazione (RCP4.5: c,e,g) e tendenziale (RCP8.5: d,f,h).
La variazione del giorno di vendemmia e delle componenti biochimiche delle uve
Per meglio capire le sfide che il comparto vitivinicolo piemontese potrebbe essere costretto ad affrontare se tali scenari climatici si avverassero, lo studio si concentra su una delle zone a maggiore vocazionalità vitivinicola, ovvero l’area di Langhe e Roero, e su due principali caratteristiche biochimiche delle uve che contribuiscono a definire la qualità di un vino e che sono direttamente associate alle condizioni climatiche: la concentrazione zuccherina e l’acidità totale[3].
Utilizzando i dati sulle caratteristiche organolettiche delle uve Nebbiolo nella fase che precede il raccolto, per 25 aree viticole nei territori di Barolo, Barbaresco e Roero[4], si è voluto verificare se, tra il 1996 e il 2017, zuccherinità e acidità delle uve Nebbiolo avessero mostrato variazioni significative, e se queste fossero riconducibili ai trend climatici delle aree in esame. Inoltre, i ricercatori hanno indagato come il giorno ottimale per la vendemmia cambiasse in funzione di parametri climatici. I risultati dello studio mostrano che mediamente, su tutta l’area Nebbiolo, tra il 1996 e il 2017, la concentrazione di zuccheri è aumentata in maniera significativa e il giorno ottimale di raccolta si è anticipato di circa un giorno all’anno. Applicando questi risultati alle simulazioni future fornite dai modelli climatici, si è quindi indagata la possibile evoluzione della concentrazione zuccherina e del giorno ottimale di raccolta in tutta l’area Nebbiolo.
Come mostra la Figura 2, la concentrazione zuccherina (TSS) media tra il 10 e il 20 settembre potrebbe raggiungere i 25.5°Brix entro la fine del secolo secondo lo scenario emissivo con mitigazione e addirittura a metà secolo per lo scenario tendenziale. Un valore di 25.5°Brix sarebbe già significativamente superiore al grado maturazione ottimale delle DOP Nebbiolo considerate nello studio. Una tale concentrazione si tradurrebbe in un potenziale alcolico di 15.3°vol, oltre ad aumentare la probabilità di avere fermentazioni alcoliche incomplete, dunque la permanenza di tracce di zuccheri nei vini, che facilitano il proliferare di batteri e mettono a rischio la capacità di invecchiamento dei vini (Mira de Orduña, 2010). Inoltre, i futuri vini a base di uve Nebbiolo delle Langhe rischierebbero di essere poveri in acidità, piatti nel gusto e con stabilità ridotta (Conde et al., 2007).
Figura 2: Scenario futuro della concentrazione Zuccherina media tra il 10 e il 20 settembre, Totale Solidi in Soluzione (TSS) per ogni DOP (Barolo, Barbaresco e Roero); i valori sono stati predetti attraverso una funzione di regressione che usa come predittori la media delle minime e la precipitazione cumulata della stagione di crescita. I valori puntinati sono gli osservati del periodo storico.
Una pratica di adattamento già ampiamente diffusa è quella di anticipare la vendemmia per assecondare la sempre più anticipata maturazione delle uve. In Figura 3 vediamo però che questa pratica potrebbe non avere vita lunga. Infatti, secondo entrambi gli scenari il giorno ottimale di raccolta potrebbe subire una anticipazione significativa di 20 giorni nello scenario con mitigazione e di 50 giorni nello scenario emissivo tendenziale rispetto al presente.
Vendemmiare nella prima settimana di settembre, fino ad oggi considerato un caso eccezionale, avvenuto solo in annate particolarmente calde come il 2003 e il 2017, potrebbe divenire la normalità tra il 2050 e il 2075, a seconda dello scenario considerato. Lo spostamento del giorno ottimale di raccolta implica lo spostamento dell’intera fase di maturazione, e quindi condizioni estreme di caldo e siccità del mese di agosto potrebbero generare ulteriori scompensi nei processi biochimici coinvolti in questa importante fase. Secondo alcuni studiosi, le condizioni climatiche di agosto non sono adatte alla produzione di uva destinata a vini premium: specie per i vini rossi, le uve necessitano di ottenere la piena maturazione in microclimi freschi, necessari per compensare il moderato deficit idrico, spesso guidato dalla pedologia del territorio.

Figura 3: Scenario futuro del giorno (no. dal 01/01) in cui viene raggiunto il profilo di maturazione ottimale per ogni DOP (Barolo, Barbaresco e Roero); valori predetti attraverso una funzione di regressione che usa l’Huglin Index come predittori.
Quali azioni e quali politiche per reagire?
Per il Piemonte, le azioni di adattamento al clima suggerite dalla ricerca riguardano l’irrigazione artificiale per contrastare i periodi siccitosi, la sostituzione dei vitigni autoctoni con varietà più clima-resilienti e lo spostamento degli areali in zone con un clima favorevole. Queste azioni sono ormai urgenti, se non per l’attuazione quantomeno per la definizione di una strategia. In altre regioni italiane produttrici di vini di alta qualità, come Toscana e Trentino, sono già stati prodotti numerosi studi volti all’individuazione delle strategie di adattamento più efficaci. Anche in Piemonte si rende necessario aumentare il grado di conoscenza del fenomeno, al fine di svolgere un’analisi costi-benefici delle azioni di adattamento e individuare quelle più idonee. Inoltre, esistono dei limiti all’adattamento che andrebbero quantomeno ammorbiditi: ad esempio la Regione Piemonte attua una restrizione sulle varietà coltivabili, permettendo la coltivazione solo di quelle presenti in un apposito elenco. D’altro canto anche i disciplinari di produzione per i vini di indicazione geografica possono frenare l’adattamento.
Il clima concorre nella formazione del cosiddetto terroir vitivinicolo insieme ad altre componenti territoriali, quali le caratteristiche pedologiche, quelle topografiche morfologiche, il capitale umano e il know how radicati nel substrato agricolo e socioeconomico. La combinazione di queste componenti plasmano un unicum che si riflette nella straordinarietà e nel carattere della produzione enologica di un vino d’eccellenza, un vino di terroir, inscindibilmente legato alla sua origine geografica.
Le certificazioni di indicazione geografica (IGP e DOP; in Italia le DOP vitivinicole si dividono ulteriormente in DOC e DOCG) tutelano gli interessi dei produttori di vini premium e, nello stesso tempo, tutelano i consumatori, garantendo l’origine e la qualità del vino. Non di meno, alcuni studi ribadiscono l’importanza delle IG evidenziandone il carattere di beni pubblici: esse infatti stimolano la cooperazione e tutelano il patrimonio socio-culturale dei territori, producono esternalità positive per molteplici comparti economici (es: enogastronomico e turistico) e stimolano comportamenti virtuosi per la tutela dell’ambiente e del paesaggio (Belletti et al., 2017) .
Le indicazioni geografiche sono dunque molto importanti, ma pongono anche delle serie obbligazioni che limitano la capacità adattiva di viticoltori e vinificatori.
I produttori di vini IG devono attenersi ai disciplinari di produzione che definiscono le caratteristiche pedo-morfologiche e climatiche dell’area, collegandole alle caratteristiche del prodotto; lo stesso principio vale anche per le materie prime, le pratiche enologiche e quelle vitivinicole da impiegare. L’attuale connotazione di questi dispositivi di protezione potrebbe quindi esporre – invece che difendere – i territori stessi, rendendoli più vulnerabili ai cambiamenti climatici.
I risultati di questa ricerca concordano con quanto affermato dalla letteratura scientifica (Webb et al., 2012; Moriondo et al. 2013; Fraga et al., 2014; Teslić et al. 2018; ), e dunque ribadiscono l’importanza di prendere in considerazione modifiche strutturali dei disciplinari, rendendoli più flessibili e più incentrati sugli aspetti socio-culturali del territorio, spostandone il centro dalle caratteristiche climatiche e pedo-morfologiche alla sapienza pluricentenaria di un comparto che saprà riorganizzarsi e rispondere alle sfide poste dal cambiamento climatico. Nel far ciò i disciplinari dovrebbero basarsi su una idea più dinamica di questi caratteri socio-culturali, e, piuttosto che definire in maniera esclusiva delle pratiche colturali ed enologiche tradizionali, dovrebbero garantire maggiore spazio all’adattamento tecnologico sostenibile.
Tutelare e promuovere le indicazioni geografiche dovrebbe essere una delle priorità del decisore politico in tema di sviluppo rurale e territoriale, per la loro importanza economica, culturale, sociale e ambientale. A tal proposito, oltre che a studiare e proporre nuove strategie di adattamento e relative modifiche dei disciplinari di produzione (anche in ambito UE), è fondamentale che la Regione, come anche lo Stato, assumano un ruolo di supporto ai territori, favoriscano un clima di cooperazione e dialogo e incentivino la ricerca.
Abstract: Dalla ricerca svolta emerge che il cambiamento climatico sta impattando e impatterà sulla vocazionalità vitivinicola del territorio piemontese. Si riscontra un possibile spostamento degli areali ottimali in zone con un profilo altitudinale più elevato, nonché la riduzione degli stessi. Non di meno, concentrandosi sulla specifica zona delle Langhe coltivata a Nebbiolo, si evince come il cambiamento climatico generi mutamenti significativi nelle principali componenti biochimiche delle uve, che in futuro mineranno la riconoscibilità dei vini a base di Nebbiolo dell’area.
Bibiografia
Dasgupta, P, J F Morton, D Dodman, B Karapinar, F Meza, M G Rivera-Ferre, A Toure Sarr, and K E Vincent. 2014. “Rural Areas.” In Climate Change 2014: Impacts, Adaptation, and Vulnerability. Part A: Global and Sectoral Aspects. Contribution of Working Group II to the Fifth Assessment Report of the Intergovernmental Panel of Climate Change, edited by C B Field, V R Barros, D J Dokken, K J Mach, M D Mastrandrea, T E Bilir, M Chatterjee, et al., 613–57. Cambridge, United Kingdom and New York, NY, USA: Cambridge University Press
Porter, J.R., L. Xie, A.J. Challinor, K. Cochrane, S.M. Howden, M.M. Iqbal, D.B. Lobell, and M.I. Travasso, 2014:Food security and food production systems. In: Climate Change 2014: Impacts, Adaptation, and Vulnerability.Part A: Global and Sectoral Aspects. Contribution of Working Group II to the Fifth Assessment Report of the Intergovernmental Panel on Climate Change[Field, C.B., V.R. Barros, D.J. Dokken, K.J. Mach, M.D. Mastrandrea,T.E. Bilir, M. Chatterjee, K.L. Ebi, Y.O. Estrada, R.C. Genova, B. Girma, E.S. Kissel, A.N. Levy, S. MacCracken,P.R. Mastrandrea, and L.L. White (eds.)]. Cambridge University Press, Cambridge, United Kingdom and New York, NY, USA, pp. 485-533.
IPCC, 2014: Summary for policymakers. In: Climate Change 2014: Impacts, Adaptation, and Vulnerability.Part A: Global and Sectoral Aspects. Contribution of Working Group II to the Fifth Assessment Report of the Intergovernmental Panel on Climate Change[Field, C.B., V.R. Barros, D.J. Dokken, K.J. Mach, M.D. Mastrandrea,T.E. Bilir, M. Chatterjee, K.L. Ebi, Y.O. Estrada, R.C. Genova, B. Girma, E.S. Kissel, A.N. Levy, S. MacCracken,P.R. Mastrandrea, and L.L. White (eds.)]. Cambridge University Press, Cambridge, United Kingdom and New York, NY, USA, pp. 1-32.
Belletti, G., Marescotti, A., & Touzard, J. M. 2017. Geographical indications, public goods, and sustainable development: The roles of actors’ strategies and public policies. World Development, 98, 45-57.
Conde, Carlos, Paulo Silva, Natacha Fontes, C Alberto P Dias, M Rui Tavares, J Maria Sousa, Alice Agasse, Serge Delrot, and Hernâni Gerós. 2007. “Biochemical Changes throughout Grape Berry Development and Fruit and Wine Quality.”
Mira de Orduña, Ramón. 2010. “Climate Change Associated Effects on Grape and Wine Quality and Production.” Food Research International 43 (7): 1844–55.
Webb, L. B., Whetton, P. H., & Barlow, E. W. R. 2011. Observed trends in winegrape maturity in Australia. Global Change Biology, 17(8), 2707-2719.
Teslić, N., Zinzani, G., Parpinello, G. P., & Versari, A. 2018. Climate change trends, grape production, and potential alcohol concentration in wine from the “Romagna Sangiovese” appellation area (Italy). Theoretical and applied climatology, 131(1-2), 793-803.
Moriondo, M., G. V. Jones, B. Bois, C. Dibari, R. Ferrise, G. Trombi, and M. Bindi. 2013. “Projected Shifts of Wine Regions in Response to Climate Change.” Climatic Change 119 (3–4). Springer Netherlands: 825–39.
Fraga, H., Malheiro, A. C., Moutinho-Pereira, J., Jones, G. V., Alves, F., Pinto, J. G., & Santos, J. A. 2014. Very high resolution bioclimatic zoning of Portuguese wine regions: present and future scenarios. Regional environmental change, 14(1), 295-306.
Tonietto, J., & Carbonneau, A. 2004. A multicriteria climatic classification system for grape-growing regions worldwide. Agricultural and Forest Meteorology, 124(1-2), 81-97.
[1] La ricerca, inserita nella più ampia cornice del progetto europeo Alcotra Cclima-TT, deriva da una collaborazione del Dipartimento di Sistemi Previsionali – Meteorologia e Clima di Arpa Piemonte, e l’Università degli Studi di Torino, Dipartimento di Economia e Statistica “Cognetti de Martiis”, corso di laurea magistrale in Economia dell’Ambiente, della Cultura e del Territorio, ed è stata condotta sotto la supervisione di Renata Pelosini e Nicola Loglisci (ARPA) e di Marco Bagliani (Unito).
[2] Si veda l’articolo nr. 1 di questo numero di Politiche Piemonte.
[3] Elevate temperature e una moderata disponibilità idrica favoriscono l’accumulo e la concentrazione degli zuccheri nelle uve, mentre l’acidità contribuisce alla definizione delle caratteristiche sensoriali e per la stabilità dei vini: uve con bassa acidità tendono a produrre vini dal gusto piatto e monotono, oltre che a rallentare la fermentazione e a destabilizzare il vino.
[4] Dati forniti da Enocontrol S.c.a.r.l. di Alba, centro ricerca attivo nell’analisi biofisica e microchimica delle uve, dei vini e di altri prodotti agroalimentari.