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Ottimismo operativo

 

di Alessandro Ciro Sciretti, Presidente Ires Piemonte

Ci va un certo coraggio, oggi, nel dichiararsi ottimisti. Ma, dopotutto, il coraggio è una virtù piemontese: sobria, poco rumorosa, a volte quasi testarda. È il coraggio di chi continua a lavorare, a fare impresa, a studiare, ad innovare, anche quando il contesto sembra invitare più alla prudenza che all’entusiasmo.

Il 2024 non è stato certo un anno facile. Il manifatturiero è stato segnato da alti e bassi, l’export ha accusato colpi pesanti, e il nostro comparto automotive – simbolo di decenni di identità industriale – ha attraversato una trasformazione che forse qualcuno, un po’ troppo frettolosamente, ha scambiato per declino. Eppure, come molto spesso accade da queste parti, mentre qualcuno scriveva necrologi industriali, altri già costruivano nuovi capitoli: nell’aerospazio, nella microelettronica, nella logistica, nella chimica verde, nell’agroalimentare evoluto ed in altri settori.

È il segno di un Piemonte che cambia senza proclami, in modo quasi impercettibile ma costante. Si ridisegna il suo sistema produttivo, si riorganizzano i territori, si sperimentano nuove forme di collaborazione tra istituzioni, università e imprese. È un cambiamento che non si vede nei titoli dei giornali – e quando mai! Mica è una cattiva notizia – ma si riconosce, chiaramente, nei numeri: nella crescita dell’occupazione, nel ritorno degli investimenti pubblici, nella vitalità di un terziario che innova, nella tenuta – sorprendente – del mercato del lavoro.

Certo, i problemi non mancano. La produttività resta bassa, il divario demografico pesa, la transizione ecologica e digitale è ancora un cantiere aperto. Ma forse è proprio questo il punto: non serve nascondere le difficoltà, basta imparare a leggerle come parte del percorso. Se guardiamo con attenzione, dietro ogni limite si intravedono le energie che stanno ridisegnando il futuro regionale – un futuro fatto di competenze, sostenibilità, reti locali più coese e una pubblica amministrazione che, con tutti i suoi limiti, ha imparato a muoversi più velocemente di quanto si creda.

Questo numero di Politiche Piemonte fotografa un momento cruciale. È la fase in cui il Piemonte smette di raccontarsi come “ex regione industriale” e comincia a riconoscersi come laboratorio di transizione. Dentro ci sono segnali incoraggianti: la spinta del PNRR sulle infrastrutture e sull’innovazione digitale, la resilienza delle reti territoriali, il protagonismo crescente delle università, l’evoluzione della sanità verso modelli più integrati e prossimi ai cittadini, la maturità con cui le comunità locali affrontano le sfide ambientali.

È vero: la nostra velocità non è quella di chi corre, ma di chi tiene la rotta. E in tempi come questi, non è poco. Il Piemonte non ha bisogno di slogan, ma di metodo, di continuità e di un pizzico di ironia per affrontare la realtà senza farsene travolgere.

Essere ottimisti, dunque, non significa ignorare le difficoltà, ma riconoscere che dentro di esse si nascondono le risorse per superarle. E noi piemontesi – per storia, cultura, temperamento e sfortune vissute – abbiamo una discreta esperienza nel farlo: silenziosamente, ostinatamente, con quel pragmatismo che ci fa dire, più che “andrà tutto bene”, “rimbocchiamoci le maniche”.

Forse è questo, oggi, l’ottimismo di cui abbiamo bisogno: non quello di facciata, ma quello operativo. Quello che non si misura in parole, ma nei cantieri aperti, nei brevetti depositati, nei posti di lavoro creati, nei giovani che restano (o tornano) perché trovano un motivo per farlo.

Un ottimismo che non si dichiara: si pratica.