A cura di Enzo Risso, Presidente dell’Ires Piemonte.
Lo stato di salute del Piemonte è in miglioramento, ma la realtà sociale è ancora febbricitante. Pensare e programmare il futuro implica, in primo luogo, uno sforzo: guardare al domani come una possibilità da edificare e non solo, secondo il consolidato vezzo italico, come l’oggi spostato in avanti. Pensare e immaginare il futuro significa lavorare alacremente (anche correggendo la rotta cammin facendo) senza inutili scontri e sgambetti, senza pensare di possedere la “verità”, la ricetta giusta. Il presupposto da cui partire, in questa riflessione, è semplice (di per sé) ma altamente complesso da realizzare: trovare azioni e strategie unificanti, in grado di pensare a tutti, perché da soli si va poco lontano.
È all’interno di questo spazio di visuale, orientato a individuare alcuni elementi edificanti il bene comune, che acquisisce senso il soffermarsi su alcuni concetti che, nel loro insieme, possono comporre l’acronimo “CREA”: creatività, reliance, equilibrio-equità, ambiente.
Partiamo dalla “C”. Creatività. Dobbiamo intendere tale concetto in una dimensione vasta, come faro guida per la costruzione e la fertilizzazione di una nuova classe dirigente (economica, sociale, politica ecc). Ciò implica allontanarsi dalla visione riduttiva che ci offre il dizionario (Devoto-Oli: “creatività: capacità produttiva della ragione e della fantasia, inventiva”), per cercare di far propria una accezione complessiva e strutturale del tema: la creatività come modo di essere classe dirigente. Tale accezione comporta una molteplicità di comportamenti, che riguardano “come” si dirige un’azienda, “come” si fa il proprio lavoro, “come” si fa politica e “come” si affronta l’intreccio tra società-economia-benessere. Ma in che cosa si esplica tale accezione della creatività? Essa è l’abilità di selezionare; è la capacità di amalgamare e connettere; è la valorizzazione delle competenze, della preparazione e del sapere; è l’apertura, lo sguardo che si muove ed è disponibile a scorrere lungo percorsi nuovi; è la curiosità, quale fattore che dispone la mente e le persone a porsi domande e ad esplorare; è l’esperienza, la possibilità di accumulare tettonicamente i diversi percorsi di vita e professionali; è la disponibilità all’intuizione, a non recedere di fronte a ciò che è mutevole, per arroccarsi su quanto è stabile; è la forza delle relazioni, intese come un sistema fertile di interscambi, di presenze e compresenze. La creatività di essere classe dirigente, in poche parole, è orientamento, preparazione, analisi, ideazione, incubazione, decisione e sintesi, valutazione e verifica.
Tutto ciò, non è mera astrazione, ma implica scelte e azioni concrete come, ad esempio, investimenti sui giovani, politiche sulle pari opportunità e sul lavoro femminile, valorizzazione e sostegno delle nuove idee e della ricerca, volontà di puntare sul cambiamento. Implica una strategia volta ad attrarre persone e talenti (e non solo investimenti dall’estero), costruendo occasioni e progetti capaci di fare del Piemonte la piattaforma nazionale dell’incontro e della contaminazione tra talenti. Occorre progettare e programmare una logistica dei talenti e del cambiamento.
La forza del mutamento, la tenacia e la capacità di affrontarlo, può avere gambe solo se il Piemonte si presenta come una realtà solida socialmente. E qui, troviamo, la seconda gamba del nostro acronimo: la “R” di reliance. Il sociologo francese Michel Maffesoli parla della reliance come di una pulsione ad essere con l’altro. Per anni, nel nostro paese, si sono spesi fiumi di parole intorno al concetto di “fare sistema”. Il futuro del nostro paese e del Piemonte si fonda sulla capacità delle persone, della classe dirigente, dell’impresa come della politica, di identificare temi e contenuti dei legami e non solo di ciò che ci separa. La reticolarità e l’unione delle forze e delle energie, con molta probabilità, è una delle chiavi di volta per affrontare le sfide globali. Costruire reti, reticoli, alleanze, unioni di intenti, è indispensabile per tornare a crescere. E tutto ciò non ha valenza solo ideale, ma può divenire pratica: occorre spingere la società e le imprese a unirsi. Occorre finanziare e sostenere, da parte del pubblico e del sistema del credito, i progetti e le idee che comportano alleanze, unioni, impegni comuni. A dare l’esempio, anche in questo caso, deve essere la politica: la sua capacità di trovare temi e progetti su cui non ci si divide per partito preso, ma si collabora per trovare il senso unitario, il valore comune per la crescita e lo sviluppo. Gli aspetti su cui in Piemonte si può provare a sviluppare una logica della reliance non mancano. C’è la necessità di definire una forte e condivisa politica industriale, che punti a stimolare la crescita di una nuova mentalità e di un nuovo orientamento verso la green economy, verso l’innovazione del sistema e verso la qualità del lavoro. C’è l’urgenza di mettere al centro il tema del lavoro e della sua qualità, come asset dello sviluppo e della tenuta sociale di questo territorio. C’è la sfida dello sviluppo delle competenze e dei saperi che, unita alla valorizzazione del sapere pratico, stimoli il mondo delle imprese a essere sempre più capaci di investire sulle conoscenze e sull’innovazione. C’è la sfida del rafforzamento del sistema imprenditoriale, superando la parcellizzazione e la miniaturizzazione delle imprese, per foraggiare la nascita di network produttivi e imprenditoriali. C’è tanto da fare, per costruire una economia della reliance, o come diceva Edmondo Berseli, un’economia più giusta.
La terza gamba del nostro acronimo è la “E”, di equilibrio-equità. La fase di difficoltà in cui si trova il tessuto sociale piemontese implica accortezza e equilibrio. Alla base di questo processo c’è un’imprescindibile premessa: non si possono alimentare ulteriori divisioni e tensioni sociali, ma occorre lo sforzo e la partecipazione di tutti affinché il processo di ripresa economica sia, al contempo, un percorso di vitalizzazione e armonizzazione sociale. Equilibrio-equità significa attenzione alla tenuta sociale del Piemonte, in modo da non lasciare alcuno indietro. Significa puntare al riequilibrio delle storture sociali, investendo su una prospettiva di benessere e armonia sociale.
Interpretare e delineare un nuovo quadro di sviluppo equilibrato è, innanzitutto, uno sforzo di rilettura o di nuova lettura delle sue dinamiche sociali. Un atteggiamento che, prima di tutto, vuol dire affrontare e porre attenzione alle dinamiche presenti nel territorio, fra cui non possiamo dimenticare:
– i processi di dequalificazione: comprendono tutti quei fattori che impediscono il raggiungimento di un livello di qualità della vita proporzionato. I temi su cui intervenire sono le difficoltà di accesso al lavoro, il reddito vicino alla soglia di sussistenza, la dequalificazione legata alla salute, la discriminazione di genere, le difficoltà di accesso ai servizi, le barriere all’accesso alla formazione e all’istruzione, i pericoli ambientali, gli effetti e dinamiche delle migrazioni;
– i processi di disorientamento: coinvolgono i fattori che riducono la capacità delle persone di sentirsi a proprio agio nell’ambiente in cui vivono;
– i processi di disordine: i fattori che espongono le persone agli effetti dei conflitti istituzionali o organizzativi delle pubbliche amministrazioni e delle agenzie erogatrici di servizi;
– i processi di perdita del capitale sociale relazionale, che tendono a limitare o impedire la formazione o l’utilizzazione di risorse umane per la costruzione o la ricostruzione della coesione sociale e della capacità di sicurezza.
Il tema dell’equilibrio-equità si fonda su scelte concrete, come le politiche per il lavoro (contro la precarizzazione permanente e esistenziale), quelle per la famiglia, i giovani e le donne. Una strategia dell’equilibrio consta di tante action. Vuol dire premiare l’impresa sana che assume a tempo indeterminato e, al contempo, difendere la qualità dei servizi (da quelli sociali e sanitari, a quelli per l’impresa e le persone); vuol dire meno burocrazia e più riconoscimento per chi fa le cose, ma anche regole chiare e certe; vuol dire una società, una comunità, che si guarda e percepisce collettivamente, cosciente del fatto che il suo futuro sarà tanto più solido, quanto nel suo agire saprà valorizzare e premiare chi investe sui beni comuni.
Infine, l’ultima gamba del nostro acronimo, la “A” di ambiente. Molto si è detto sul tema dello sviluppo sostenibile. Non si tratta, qui, di ripercorre tutte le articolazioni e le sue valenze. Nel quadro delle strategie per la crescita futura del Piemonte, tuttavia, il tema dell’eco-development è centrale. Esso può essere identificato come uno dei fattori trainanti la futura crescita economica, produttiva e sociale del territorio. L’eco-development trova traino nella spinta a creare network delle imprese che fanno innovazione ambientale, che producono green. Un nuovo modello di sviluppo non può prescindere da una strategia complessiva di sostenibilità, con l’obiettivo di fare dell’ambiente non solo un vettore della qualità della vita e dei territori (con la riduzione di tutte le forme di inquinamento e il recupero di aree e spazi), ma anche uno strumento di nuova economia.