Di Alessandro Corsi – Università di Torino
Introduzione
L’agricoltura biologica è una realtà in crescita a livello mondiale, europeo e italiano, anche se rimane largamente minoritaria. L’interesse che suscita non deriva solo dal fatto di trovare crescente consenso fra i consumatori (i consumi di biologico sono in crescita anche in questo periodo di crisi), ma anche dagli effetti ambientali positivi che produce o, più esattamente, perché riduce gli effetti ambientali negativi che invece genera l’agricoltura convenzionale.
Di qui l’interesse dell’operatore pubblico a incentivarla. Non solo: anche in assenza di incentivi pubblici, è il mercato che produce questo beneficio per l’ambiente, essendovi consumatori disposti a pagare anche prezzi più alti del convenzionale per i prodotti biologici. Quindi l’operatore pubblico ha interesse non solo a favorire la coltivazione secondo questa tecnica, ma anche a far sì che domanda e offerta di prodotti biologici si incontrino. Sono queste le ragioni per le quali l’Unione Europea sostiene l’agricoltura biologica, attraverso sussidi inseriti nei Programmi di Sviluppo Rurale. Di qui anche l’interesse per lo sviluppo dell’agricoltura biologica a livello regionale piemontese, dimostrato da una serie di iniziative dell’Assessorato all’Agricoltura, fra le quali due indagini svolte in collaborazione col Dipartimento di Economia e riguardanti, rispettivamente, le caratteristiche delle aziende biologiche e i loro circuiti di commercializzazione, e i risultati economici delle aziende biologiche. Le indagini servivano a rispondere fondamentalmente a tre domande:
1) qual è il peso dell’agricoltura biologica rispetto al complesso del settore agricolo in Piemonte?
2) quali sono le caratteristiche strutturali delle aziende biologiche, anche in raffronto a quelle che praticano l’agricoltura convenzionale?
3) quali sono i problemi che si presentano nel settore e le sue prospettive di sviluppo?
L’analisi
Quanto “vale” dunque l’agricoltura biologica in Piemonte? Secondo la prima ricerca, condotta nel 2006 (Corsi, 2007), il valore delle produzioni biologiche era pari all’1,5% del totale regionale. Se si esclude dal confronto il valore delle produzioni degli allevamenti, per i quali la comparabilità è più problematica, il peso del biologico sale al 2%. Se poi si considerano le sole produzioni biologiche commercializzate come tali, le percentuali calano rispettivamente all’1,1 e all’1,6%. Tuttavia il peso delle produzioni biologiche è molto diverso a seconda dei settori, in alcuni casi largamente superiore alla media (ad es. le piante industriali, col 5,6%, le pere, col 9,9% ecc.), mentre per gli allevamenti è generalmente basso salvo per gli ovi-caprini (3,1%). Se poi viene conteggiato non il valore totale delle produzioni biologiche, ma solo quello delle produzioni biologiche effettivamente vendute sul circuito biologico, il quadro non cambia sostanzialmente ma le percentuali sul totale regionale sono ancora minori: un segno delle difficoltà che alcune produzioni e alcune aziende incontrano nel trovare gli opportuni sbocchi commerciali per le proprie produzioni biologiche, che sono di conseguenza vendute come convenzionali. In sostanza, dal punto di vista puramente quantitativo, l’agricoltura biologica ha un peso limitato in regione.
La seconda domanda è sostanzialmente: le aziende biologiche sono diverse da quelle convenzionali? Una vecchia immagine dell’agricoltura biologica la concepiva infatti come composta da piccole aziende, per lo più condotte da appassionati, sostanzialmente un settore di agricoltura “alternativo” e marginale. L’indagine smentisce questo vecchio luogo comune. Per quanto riguarda le dimensioni aziendali, esiste senza dubbio una grossa percentuale di aziende biologiche di ampiezza limitata: più del 65% aveva meno di 10 ettari, e il 45% meno di 5 ettari. Tuttavia questa non è una caratteristica delle sole aziende biologiche poiché una distribuzione simile caratterizza anche il complesso delle aziende. Inoltre, esisteva una percentuale non trascurabile di aziende biologiche di dimensioni medie e grandi, sicuramente presenti attivamente sul mercato: quasi il 9% delle aziende biologiche aveva più di 50 ha, coprendo quasi il 64% della superficie agricola utilizzata (SAU); la dimensione media delle aziende biologiche era superiore a quella generale. Anche per gli allevamenti i dati indicano una distribuzione più spostata verso le dimensioni medio-grandi nelle aziende biologiche rispetto al complesso aziende del settore, anche se in generale è invece minore il peso degli allevamenti grandissimi. In generale la coltivazione è meno intensiva, anche per via dell’integrazione fra colture e allevamento richiesta dall’impostazione biologica, e le aziende biologiche presentano un ordinamento produttivo meno specializzato di quelle convenzionali, ma non di molto (il 77% delle aziende biologiche possono essere definite come specializzate, contro l’83% del complesso). In sintesi, pur con alcune differenze, dal punto di vista strutturale l’agricoltura biologica non si differenzia molto da quella convenzionale. Come nel settore agricolo in generale, il maggior numero di aziende è di piccole dimensioni, ma genera la parte minore della produzione, mentre le aziende più grandi costituiscono una piccola parte del numero delle aziende, ma coprono gran parte della produzione. Esistono anche fra le biologiche le aziende marginali, e quelle hobbystiche, ma non sono la maggioranza; accanto a piccole aziende, esistono quelle di dimensioni medio-grandi, ben inserite nei circuiti commerciali.
Dati interessanti sono poi emersi dall’indagine per quanto riguarda la commercializzazione. La produzione può essere venduta come prodotto biologico certificato, o come convenzionale. La differenza è importante per le prospettive di sviluppo del settore, perché solo se il prodotto biologico viene venduto come tale può godere di un premio di prezzo che compensa i maggiori costi normalmente associati a questa tecnica. Secondo l’indagine piemontese, la percentuale di “commercializzazione” come biologico variava dal 7,4 al 100% della quantità a seconda dei prodotti, ma in generale è alta. Tuttavia alcuni prodotti mostravano qualche problema rispetto alla capacità di valorizzare adeguatamente la caratteristica biologica: fra i prodotti vegetali le colture arboree, fra i prodotti animali il latte e gli animali vivi, con l’eccezione degli ovini.
L’indagine piemontese aveva anche rilevato le tipologie di canale commerciale utilizzate dalle aziende biologiche, che possono essere raggruppate in tre categorie: filiera corta (in azienda, in mercati contadini, su Internet, a domicilio); filiera tradizionale (i grossisti, le cooperative, la grande distribuzione); filiera specializzata (i negozi specializzati e i ristoranti). Mentre i prodotti trasformati sono in larga misura venduti sulla filiera corta e specializzata (34 e 27%), questi due canali raggiungono insieme solo il 18,5% per i prodotti animali e l’11% per quelli vegetali, con una forte differenziazione fra questi ultimi: ad esempio, i cereali vengono commercializzati in misura minima sui due canali citati, mentre per gli ortaggi le percentuali sono notevoli. In molti casi sono questioni tecniche a determinare il canale: ad esempio, è difficile commercializzare direttamente i cereali, mentre la concentrazione stagionale della frutta crea probabilmente problemi a mantenere rapporti diretti costanti con i consumatori. Tuttavia anche dimensioni aziendali ridotte sembrano favorire i canali corti, a causa probabilmente delle maggiori esigenze di lavoro che comportano (Corsi et al., 2009).

La natura differenziata delle aziende biologiche si riflette anche sulla loro redditività. I risultati della seconda indagine (Corsi 2009), condotta nel 2008 su un campione rappresentativo delle aziende biologiche, indica che circa il 40% registrava profitti positivi, dopo aver remunerato ai valori di mercato i fattori propri (terra, capitale, lavoro); un altro 28% riusciva a coprire i costi espliciti e gli ammortamenti ma la remunerazione dei fattori propri era inferiore a quella di mercato; infine quasi un terzo delle aziende non arrivava a coprire i costi espliciti e gli ammortamenti. In molti casi i risultati negativi appaiono dovuti a un eccesso di mezzi meccanici e di dotazioni di capitali fissi, che incidono sui costi di ammortamento; tuttavia, anche tenendo conto che una parte delle aziende biologiche può essere hobbystica, non vi è dubbio che la percentuale di aziende con questi risultati sia preoccupante. Il quadro migliore migliora sensibilmente se si considera che le aziende in perdita netta coprivano solo l’8% della Produzione Lorda Vendibile biologica, mentre quelle che realizzavano profitti più del 70%. Anche dal punto di vista dei redditi, quindi, l’agricoltura biologica risulta piuttosto disomogenea e comprende sia aziende piccole e marginali sia aziende medio-grandi ben collocate sul mercato.
I problemi e le prospettive
Le difficoltà che impediscono a molte aziende di conseguire profitti trovano probabilmente un’ulteriore spiegazione – e qui veniamo alla terza domanda sui problemi e prospettive- oltre che nella impossibilità per molte piccole aziende di sfruttare le economie di scala, anche nella difficoltà rispetto agli sbocchi di mercato. Quest’ultimo aspetto è stato indicato dagli agricoltori biologici come la più importante criticità (53%),, insieme ai prezzi non remunerativi, ed era la maggiore causa di abbandono fra quelli che avevano smesso di produrre biologico. Un secondo punto critico è la dipendenza, per molti agricoltori, della scelta del biologico dai sussidi pubblici. L’aspetto negativo non è che lo facciano per ottenere il sussidio: in fin dei conti, lo scopo dell’operatore pubblico di produrre meno inquinamento è raggiunto. Il problema è che, se la finalità principale risiede nel sussidio che si può ottenere, ma il prodotto non si vende come biologico, viene a mancare il consolidamento di una vera e propria filiera biologica: l’effetto positivo sull’ambiente continua in tal modo a dipendere dalla spesa pubblica, anziché avvenire spontaneamente per effetto del mercato. Siccome la domanda di prodotti biologici continua a essere in crescita, anche in tempi di crisi, sarebbe di interesse per l’operatore pubblico favorire l’incontro con l’offerta. Da questo punto di vista, una difficoltà deriva probabilmente dalle ridotte dimensioni produttive di molte aziende: sarebbe necessario concentrare l’offerta per poter accedere ad alcuni canali – come i supermercati – che richiedono grosse partite di merce. L’intervento pubblico, da parte sua, appare sbilanciato verso incentivi alla produzione, mentre sono quasi assenti interventi che aiutino il settore a sviluppare la commercializzazione delle produzioni su canali che permettano la loro valorizzazione. Il problema riguarda soprattutto i piccoli agricoltori, perché i grandi hanno spesso rapporti diretti con la grande distribuzione. L’operatore pubblico potrebbe allora svolgere un’azione per aiutare gli agricoltori nell’organizzazione della filiera, in particolare della catena corta. Esistono possibilità in questo senso: a Roma, ad esempio, è stato creato un negozio cui gli agricoltori conferiscono i prodotti in conto vendita, permettendo così una forma di vendita diretta senza dover impegnare il tempo di lavoro degli agricoltori.
Una considerazione finale riguarda il fatto che, mentre alle sue origini l’agricoltura biologica invocava un diverso modo di fare agricoltura, oggi esiste indubbiamente una tendenza, da parte di aziende biologiche commerciali, a una forte specializzazione aziendale, all’intensificazione della produzione e al semplice rispetto delle regole previste, al di fuori della concezione originale; tanto che si parla quindi di una possibile “convenzionalizzazione” dell’agricoltura biologica. Questa tendenza potrebbe essere negativa se mettesse in dubbio il beneficio ambientale dell’agricoltura biologica. Per questa ragione alcuni indicano come rimedio la ricerca di rapporti più diretti fra consumatori e produttori (prodotti “chilometro zero”, Gruppi di Acquisto Solidale, varie forme di community supported agriculture, mercati degli agricoltori, ecc.). Questi approcci si prestano bene in particolare per le piccole aziende. Tuttavia non possono risolvere il problema in generale, soprattutto per la diversità di localizzazione della produzione e del consumo, ma anche perché vanno verificate la convenienza economica dei produttori (la filiera corta comporta maggiori impegni di lavoro) e il beneficio ambientale (uno studio sull’Umbria ha mostrato che la filiera del latte regionale aveva un minore impatto di quella nazionale, ma minore di quella basata sulla vendita diretta con distributori). Si tratta quindi di adottare una strategia flessibile che si basi sull’analisi caso per caso delle forme più opportune per raggiungere gli obiettivi di miglioramento ambientale e di redditività per gli agricoltori.
Riferimenti bibliografici
Corsi A. (2007), L’agricoltura biologica Piemontese. Un’analisi delle strutture e delle forme di commercializzazione, Supplemento al n. 56 di “Quaderni della Regione Piemonte – Agricoltura”, novembre 2007, pp. 99
Corsi A. (2009), I risultati economici ed i costi di produzione nell’agricoltura biologica piemontese, Rapporto di ricerca, Dipartimento di Economia dell’Università di Torino, giugno 2009
Corsi A., Borsotto P., Borri I., Strøm S. (2009) Diversification of the marketing chains among organic producers, Paper prepared for presentation at the 27th International Conference of Agricultural Economists, Beijing, China, 16-22 August 2009
Willer H., Youssefi-Menzler M., Sorensen N. (eds.) (2008) The World of Organic Agriculture. Statistics and emerging trends, IFOAM-FIBL, Earthscan, London