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THUB06 un progetto per il contrasto della povertà educativa

di Martino GrandePaola Versino (Ires Piemonte), Barbara Posa (Liberi tutti s.c.s.) e Barbara Borlini (CDIE s.c.)

Nella città di Torino sul bando Prima Infanzia è stato finanziato il progetto Thub06. Il progetto offre strumenti e opportunità ai bambini e alle bambine di età 0-6 anni e alle loro famiglie, al fine di sostenere fragilità economiche, sociali e culturali, e coinvolge numerosi attori tra cui scuole, enti locali, cooperative, associazioni, fondazioni ed enti di ricerca [1]. 

Tra le misure di contrasto alla povertà e di inclusione sociale in atto un ruolo importante hanno i progetti finanziati dal Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile, che è destinato “al sostegno di interventi sperimentali finalizzati a rimuovere gli ociazioni, fondazioni ed enti di ricerca. Il progetto offre strumenti e opportunità ai bambini e alle bambine di età 0-6 anni e alle loro famiglie, al fine di sostenere fragilità economiche, sociali e culturali.

Prende forma all’interno dei servizi educativi tradizionali, coinvolgendo spazi quali nidi, scuole dell’infanzia, baby parking ma si amplia anche a coinvolgere luoghi più informali destinati alle famiglie. L’obiettivo è di sperimentare attività che aumentino la flessibilità dei servizi e trovare soluzioni innovative alle esigenze delle famiglie, in un’ottica di conciliazione di tempi di cura e vita familiare.

Il progetto agisce anche all’interno delle 10 Case del Quartiere: luoghi fisici diffusi su tutta la città, laboratori sociali e culturali, fertili incubatori di esperienze di partecipazione, coinvolgimento ed auto-organizzazione. Grazie al progetto Thub06, al loro interno sono stati allestiti o migliorati spazi gioco dedicati alla fascia 0-6 anni, dove vengono realizzate attività dedicate ai bambini e alle loro famiglie, proponendo azioni di sostegno alla genitorialità e attivando percorsi di sviluppo di comunità. Pur offrendo attività specifiche, gli snodi del progetto all’interno delle Case si caratterizzano tutti per essere luoghi accoglienti per i bambini e le famiglie dove sperimentare percorsi che promuovano le competenze genitoriali creando nuovi legami e reti di supporto. Ad oggi i bambini e le bambine tra gli 0 e i 6 anni che hanno beneficiato di attività del progetto sono circa 2.600.

Tra le attività che Thub06 sperimenta all’interno dei servizi educativi coinvolti, il First Step Method è un programma sviluppato per bambini con disabilità, ritardi dello sviluppo o bisogni speciali ma che punta a migliorare le capacità psicomotorie di tutti i bambini. Il metodo offre ai bambini la possibilità di scoprire nuove funzioni, superare le proprie vulnerabilità e creare nuovi percorsi di apprendimento che portino a prestazioni di vita migliori. Il metodo First Step, è utilizzato anche per sostenere i gruppi classe in cui sono presenti dinamiche complesse, sostiene le famiglie e gli insegnanti nello sviluppo dei minori, puntando ad incrementare pienamente le capacità motorie e di crescita. Durante un percorso di gioco-apprendimento i bambini si sperimentano e conoscono tutti i processi che potrebbero aver saltato nelle varie fasi della crescita e la cui assenza ha rallentato (o aggravato nei casi più significativi) lo sviluppo. Ad oggi sperimentano il First Step Method 161 bambini di 7 sezioni di 3 scuole per l’infanzia e 2 nidi.

Tra le azioni di Thub06, una in particolare punta a sostenere le famiglie nel loro ruolo genitoriale fornendo momenti di riflessione, confronto e approfondimento con uno staff di esperti composto da pedagogisti, psicologi, logopedisti e specialisti sui temi legati al mondo dell’infanzia. Il progetto promuove un ciclo di incontri gratuiti presso gli snodi del progetto. per offrire strumenti ai genitori ma anche agli addetti ai lavori e a tutta la comunità educante, Gli incontri coinvolgono anche tre plessi scolastici, grazie al radicamento sul territorio degli snodi del progetto e al rafforzamento delle loro reti con altri enti. I temi degli incontri spaziano dalla difficoltà di trovare un equilibrio nell’utilizzo di tablet e smartphone da parte dei bimbi, alle strategie da attuare per condividere le regole, gestire i capricci e stabilire i ruoli all’interno della famiglia. Nell’ottica di sostenere i genitori nella relazione con i più piccoli, gli incontri sono pensati come momenti per favorire lo scambio di esperienze, con contributi pratici da parte degli esperti in ambienti informali e accoglienti. Questo ciclo di appuntamenti permette di condividere tra adulti anche il senso di solitudine, di inadeguatezza nel ricoprire il ruolo di genitori, il fallimento e la frustrazione che sono comuni a famiglie italiane e straniere. Dare spazio a dubbi ma soprattutto garantire un ascolto di qualità genera molteplici spunti di riflessione e possibili soluzioni senza paura del giudizio. Il messaggio che si vuole far passare è che, così come nessun bambino è uguale a un altro, allo stesso modo non esiste una sola maniera di essere genitore ma coesistono tante strade percorribili.

Ad oggi sono stati realizzati 67 percorsi formativi per circa 90 incontri che hanno coinvolto più di 2.000 genitori.

Al fine di confrontarsi sulle problematiche che sfidano quotidianamente sul campo, gli operatori di Thub06 si incontrano mensilmente, sin dall’inizio del progetto, per discutere e formarsi reciprocamente in merito ai problemi e alle possibili soluzioni. I temi all’ordine del giorno variano dalla declinazione sui propri territori della povertà educativa, alla difficoltà di rendere protagonisti i genitori nelle attività proposte ai loro figli all’interno dello spazio gioco. Ma ci si interroga anche sugli strumenti educativi che meglio si prestano a essere utilizzati in un luogo che non è un servizio educativo tradizionale e che “prende in carico” la famiglia nella sua interezza. Le domande degli operatori toccano molteplici temi: dall’accoglienza alla progettazione, dall’empowerment di bambini e adulti alle finalità stesse del progetto. Gli spazi gioco, così come più in generale le Case del Quartiere, vengono sempre più vissuti da chi li fruisce come “non servizi”, dove il “non” ha tutt’altro che un valore negativo. Si tratta, di luoghi nei quali è possibile trovare offerte educative e aggregative di qualità e in costante aggiornamento, ma contraddistinte dal coinvolgimento di coloro che li frequentano e da una scarsissima burocrazia e gerarchia. Qualche decennio fa, li si sarebbe definiti “servizi a bassa soglia” [2].

Il progetto sostiene la genitorialità anche attraverso l’accompagnamento di quei genitori con bimbi in fascia 0-6 anni che stanno pensando a come rientrare nel mondo del lavoro dopo che la famiglia si è allargata. Il percorso si rivolge a dieci donne e uomini disoccupati o male occupati, selezionati tramite un bando per accedere gratuitamente al programma di riprogettazione professionale. Storytelling e tecniche di empowerment sono utilizzate con l’obiettivo di valorizzare le competenze genitoriali per riavvicinarsi al mercato del lavoro.

Il progetto prevede anche la creazione di una rete di9 Madri di quartiere, che coinvolge le comunità locali che gravitano intorno alle Case del Quartiere grazie ad interventi mirati di cura. Nel suo ruolo di sentinella dei bisogni degli abitanti e cerniera tra le comunità straniere residenti e la rete delle Case, la Madre di Quartiere raggiunge le figure genitoriali più in difficoltà e che difficilmente si affidano al mondo dei servizi istituzionali. L’informalità con cui la Madre di Quartiere si accosta alle famiglie e il fatto di aver vissuto sulla propria pelle le criticità connesse al processo migratorio e di integrazione, sono elementi che permettono alle Madri di Quartiere di entrare con maggiore facilità in empatia e di costruire efficaci relazioni di sostegno basate sulla fiducia. Formazione e supervisione costanti garantiscono al gruppo di Madri la qualità di un intervento orientato all’empowerment e non all’assistenzialismo, oltre ad essere per loro un’ occasione di crescita umana e professionale.

Durante lo svolgimento del progetto è emersa la necessità di sviluppare una riflessione sul ruolo degli operatori delle Case del Quartiere e degli educatori dei servizi per l’infanzia coinvolti nella gestione degli spazi gioco. Il percorso di confronto e formazione è stato gestito dal Dipartimento di Scienze dell’Educazione e della Formazione dell’Università degli Studi di Torino. Secondo gli operatori lo spazio gioco è un luogo all’interno delle Case del Quartiere “dove proporre e realizzare iniziative dedicate ai bambini, alle bambine e alle loro famiglie, sostenendo la genitorialità e attivando percorsi di sviluppo di comunità che rendano protagoniste le famiglie stesse”. Si tratta di spazi che, con cadenza diversa a seconda delle singole Case, accolgono i bimbi e i loro genitori per offrire ai primi un luogo in cui giocare e crescere insieme, ai secondi un modo per passare del tempo con i loro figli scordando per qualche ora le difficoltà e le fatiche del quotidiano, incontrare altri genitori e confrontarsi con educatori su eventuali problematiche.

Thub06 prevede, tra le sue azioni di valutazione, quella sulla partecipazione all’attività degli spazi gioco per verificare se e in che misura abbia prodotto gli effetti desiderati. Inizialmente i ricercatori e le ricercatrici di IRES Piemonte, che si occupano della valutazione, hanno esplorato la possibilità di applicare un approccio valutativo sperimentale, ma hanno riscontrato la difficoltà a ricostruire in modo convincente ciò che sarebbe successo in assenza di intervento, poiché la numerosità dei gruppi di destinatari di alcune attività non era conforme a ciò che richiede una valutazione controfattuale o a causa dell’eterogeneità delle metodologie applicate per altre attività. Di comune accordo con la Cabina di Regia del progetto, IRES ha quindi optato per un approccio di valutazione partecipata, orientato a valutare la rilevanza dei cambiamenti generati da un intervento per i destinatari e gli altri attori che operano nel contesto di riferimento. L’analisi valutativa di tipo prettamente qualitativo prende in considerazione quindi la percezione dei diversi attori coinvolti, basandosi su criteri di rilevanza condivisi e su indicatori eterogenei e multidimensionali.

Note 

[1] Il progetto, vede una rete di 23 partner di cui la Cooperativa sociale Liberitutti è capofila e soggetto responsabile e si realizza grazie all’impegno dei seguenti soggetti provenienti dal mondo del terzo settore, enti locali, istituzioni private: Agenzia per lo sviluppo locale San Salvario, Educadora onlus, Fondazione Cascina Roccafranca, Fondazione della Comunità di Mirafiori, Il Campanile onlus, La Casa delle Rane, Stalker Teatro, Il Mondo di Joele, Educazione Progetto, Terzo Tempo, Centro come noi Sandro Pertini-Sermig, RE.TE ong, Uisp, Kairos mestieri, Piano C, Comune di Torino, Ufficio Pio – Compagnia di San Paolo, Confcooperative Piemonte Nord, PLUG, Centro di iniziativa europea, Università degli Studi di Torino – Dipartimento di Filosofia e Scienze dell’Educazione, Istituto di ricerche economico e sociali del Piemonte IRES.

[2] A cura di Paola Molinatto e Susanna Ronconi. Sostegno tra pari e servizi a bassa soglia, Edizioni Gruppo Abele, Torino, 2003,

 

Parole chiave: snodi, flessibilità, comunità educante