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Editoriale n.24 – I servizi per l’infanzia tra crisi economica e innovazione sociale

di Luciano Abburrà e Carla Nanni – Ires Piemonte

Quasi ovunque in Europa, al di là dei differenti modelli culturali e operativi, si è assistito negli scorsi decenni ad una crescita dell’offerta dei servizi educativi dedicati ai bambini con meno di tre anni. In Italia, in particolare con il Piano straordinario per lo sviluppo dei servizi per la prima infanzia (2007), la disponibilità dei posti è cresciuta e si è allineata alla media europea.

Recentemente si registra una diminuzione delle iscrizioni, in parte ascrivibile al lieve ma ininterrotto calo delle nascite dal 2008, in parte alle conseguenze della crisi economica in corso, che si riflettono sia sulle risorse a disposizione delle amministrazioni pubbliche sia sulle condizioni occupazionali e sui redditi della popolazione.

Dunque, perché occuparsi oggi in particolare dei servizi per l’infanzia? Da un lato, per una serie di ragioni molto contingenti: l’Ires Piemonte ha da poco condotto una ricerca sul tema(1), stimolato da una richiesta del Consiglio regionale; altri ricercatori, per conto di altre amministrazioni pubbliche o di istituzioni private, hanno condotto in Piemonte studi sullo stesso tema da angolature diverse e con contenuti potenzialmente complementari(2); diverse iniziative di singole amministrazioni locali hanno alimentato un vivace dibattito pubblico, che si intreccia talvolta con riflessioni e stimoli all’azione provenienti anche dalle istituzioni internazionali, a partire dalla Unione Europea. Ma vi sono altri e più importanti motivi d’interesse, che possono collegare i servizi per l’infanzia con tematiche più generali riguardanti la riforma dei sistemi di welfare, che con la crisi economica generale e dentro la crisi sono diventati via via più rilevanti. Si tratta infatti di un ambito che meglio di altri può esemplificare alcune problematiche che dalla crisi sono state evidenziate, ma che in realtà la precedono e soprattutto, che rappresentano nodi problematici che è necessario affrontare per poterne uscire.

Volendo sintetizzare, vi sono almeno tre motivi di particolare interesse per riflettere sui servizi per l’infanzia nell’ambito delle problematiche che attengono ai servizi di welfare nella crisi.

  1. Si tratta di una parte importante del sistema di risposta al bisogno crescente di una miglior conciliazione tra famiglia-lavoro di cura e lavoro professionale: uno dei bisogni sociali emergenti con più forza e una delle aree di policy in cui più chiara si fa la connessione strutturale tra politiche sociali e politiche di sviluppo. Sempre più diventa evidente nella crisi che non si tratta di alternative fra cui scegliere, ma di esigenze che convergono. Investire sui servizi per l’infanzia significa infatti, contemporaneamente, accrescere oggi la disponibilità all’impiego di risorse umane pregiate, accrescere la qualità di quelle di domani e incrementare direttamente le opportunità di occupazione retribuita nella produzione dei servizi stessi.
  2. Per le loro caratteristiche e finalità plurime i servizi per l’infanzia sono uno dei più evidenti oggetti di “investimento sociale”, fra quelli che possono caratterizzare un nuovo welfare proattivo anziché reattivo, abilitante anziché riparatorio/risarcitorio; orientato alla promozione dell’inclusione anziché alla cura dell’esclusione. L’investimento in socializzazione stimolante ed educazione precoce della popolazione infantile, infatti, può servire contemporaneamente a rafforzare le potenzialità dei bambini (quando sono più malleabili) e a contrastare le diseguaglianze di partenza, quando queste esercitano i loro effetti più nefasti e meno emendabili successivamente.
  3. I servizi per l’infanzia rappresentano un’area di servizi pubblici di recente sviluppo (paradigmatica anche rispetto ad altre più consolidate) che presentano oggi costi e configurazioni organizzativo/gestionali che meritano un’attenta riconsiderazione: alla luce sia delle caratteristiche assunte dalla domanda attuale e potenziale, sia della evidenza crescente della necessità di risposte sempre più diversificate agli stessi bisogni, con l’intervento di una più ampia varietà di soggetti anche privati (dal non profit al for profit; dall’associazionismo alle famiglie) e di forme di maggior integrazione fra pubblico e privato che configurano anche innovazioni di tipo sociale e istituzionale.

Di fronte alla crisi ed ai suoi effetti di accentuazione/disvelamento dei nodi problematici del nostro sviluppo e dell’organizzazione sociale, si può dire che, in Piemonte non meno che in altre aree più sviluppate, il processo storico di espansione dei servizi per l’infanzia, per non regredire, richieda di essere convertito in un processo di innovazione che riconfermi (attualizzati) i fini e gli obiettivi originari, ridefinendo anche sensibilmente i modelli organizzativi e le forme istituzionali con le quali essi possono essere perseguiti oggi.

Alla formulazione di questo giudizio e all’enucleazione di alcune sue implicazioni operative possono dare un contributo anche gli articoli che sono stati raccolti in questo numero di Politiche Piemonte.

Le caratteristiche dei servizi educativi in Piemonte, a confronto con le altre regioni italiane, sono illustrate nel primo contributo a firma di Luca Davico. L’autore presenta un quadro comparato dei tassi di copertura e partecipazione al servizio rispetto alla popolazione in età per “frequentare” (bambini al di sotto dei tre anni), inoltre, esamina la progressiva differenziazione delle forme organizzative e gestionali: accanto al tradizionale gestore pubblico sono sempre più presenti, in qualità di erogatori del servizio, soggetti privati e del terzo settore. Inoltre, negli anni recenti, il cambiamento ha investito anche l’articolazione dei servizi educativi: gli asili nido tradizionali sono stati affiancati da attività diversificate, quali baby parking, spazi gioco e servizi domiciliari. Si tratta di tendenze sollecitate dalle difficoltà delle finanze comunali ma possono dar conto anche dell’emergere di una domanda differenziata da parte dalle famiglie.

Il secondo contributo, di Stefano Molina, muove da alcune riflessioni generali sui servizi dell’infanzia, in particolare, sul loro ruolo strategico. Da un lato questi servizi svolgono una funzione di supporto fondamentale al benessere della famiglia rendendo possibile la conciliazione tra vita familiare e lavoro, dall’altro sempre più studi individuano nella frequenza dei servizi dell’infanzia un possibile elemento di contrasto alle disuguaglianze, soprattutto nei confronti delle famiglie immigrate. Da qui l’autore descrive i risultati di una ricerca, svolta per conto del Comune di Torino, dedicata ai fattori che influenzano la domanda di servizi educativi. Le motivazioni alla base della scelta di affidare il proprio figlio al nido appaiono, nella maggior parte delle risposte, centrate sia sul bambino (possibilità di socializzare, offrirgli esperienze educative, ecc.) sia sulle esigenze dei genitori: i servizi non sono solo più un luogo di custodia (come in passato) ma uno spazio di socializzazione con specifici progetti educativi.

Il terzo articolo, di Chiara Pronzato, è dedicato ad una comparazione di costi, criteri di accesso e tariffe dei nidi nelle principali realtà metropolitane d’Italia. Il tasso di copertura media di quanto pagato dalle famiglie, sul costo complessivo, appare a Torino più elevato rispetto a città come Roma e Napoli; inoltre, i criteri di accesso ai nidi del capoluogo piemontese privilegiano le famiglie con disagio, disoccupate e numerose. La scelta dei diversi criteri di accesso e delle tariffe da parte dei Comuni appare cruciale in una fase di complessivo impoverimento delle famiglie. Influenza infatti al contempo la sostenibilità del servizio e l’eterogeneità dell’utenza dal punto di vista socio economico, anche al fine di non creare situazioni di segregazione.

Chiude questo numero l’articolo di Daniela Ghidini dei Servizi Educativi del Comune di Torino, nel quale si racconta il “percorso partecipato” attivato dalla Città per ripensare i propri servizi della prima infanzia. Si descrive un cambiamento in corso: Torino, come altre pubbliche amministrazioni, sta mutando la propria missione dalla gestione diretta dei servizi ad un ruolo sempre più di governo e controllo. Il percorso partecipato ha coinvolto il Comune, genitori, e operatori (non profit, privati, associazioni). Emergono due temi fondamentali: in primo luogo, la necessità di innovare il servizio con un sistema di offerta più flessibile, che si adatti alle mutate esigenze delle famiglie; in secondo luogo, l’importanza di costruire un sistema integrato dei servizi educativi con organismi di governance e chiari criteri, comuni e indispensabili, di qualità.

 

 

Nota(1) S. Crivello, L. Davico, Innovazione per i servizi della prima infanzia 0-2 anni, Contributi Ires, 254/2013.

Nota(2) S. Molina, Uso dei servizi per la prima infanzia: opinioni e preferenze dei genitori a Torino, 2013, Fondazione Agnelli; D. Del Boca, Chiara Pronzato, G. Sorrenti (Università di Torino-Collegio Carlo Alberto), Selection criteria, costs and benefits of the Italian early childcare system (2014).