di Stefano Molina – Fondazione Giovanni Agnelli
Introduzione
Dati recenti e validati dall’Istat non ce ne sono ancora, ma da più parti del Paese arrivano segnali preoccupanti circa un calo delle iscrizioni ai nidi e alle scuole dell’infanzia. Ai nidi torinesi, ad esempio, si parla di una diminuzione superiore al 10% in un anno, di certo non compatibile con le inevitabili oscillazioni della demografia. E presso le celebratissime scuole dell’infanzia di Reggio Emilia il tasso di scolarità è sceso in dieci anni dal 95 all’86%(1).
E’ senz’altro doveroso interrogarsi su tali fenomeni partendo dalla considerazione dei motivi congiunturali – come i vincoli posti alle finanze comunali dal patto di stabilità, o l’aumento della disoccupazione – che insistono sulla domanda e sull’offerta di tali servizi. Ma può essere pure di una certa utilità mettere a fuoco alcune tendenze di più lungo periodo che possono aiutarci a meglio comprendere la situazione attuale, in una prospettiva di necessario ripensamento dei servizi per l’infanzia.
Prima cornice: allentamento delle tensioni ideologiche, ma anche una politica poco generosa nei confronti della famiglia
La stagione pionieristica in cui vennero introdotti due provvedimenti legislativi basilari come la Legge 18 marzo 1968, n. 444 (Ordinamento della scuola materna statale) e la 1044 del 1971 (Piano quinquennale per l’istituzione di asili-nido comunali con il concorso dello Stato) era stata segnata da forti tensioni ideologiche tra chi considerava l’espansione dei servizi pubblici come un modo per proiettare l’Italia verso un’organizzazione sociale più moderna e più nordeuropea, con la “liberazione del lavoro femminile”, e chi invece vedeva in essi una minaccia alla coesione della famiglia tradizionale e ai suoi inalienabili compiti educativi. Oggi il processo di de-privatizzazione dell’infanzia non scalda più gli animi come una volta. Questo calo di tensione potrebbe essere salutato positivamente: il dibattito ha finalmente assunto toni più pacati e costruttivi, che consentono di confrontarsi concretamente sull’organizzazione o sulla qualità dei servizi erogati. Ma a ben vedere il bilancio è più amaro: se allarghiamo lo sguardo dai servizi per l’infanzia al campo più ampio delle politiche sociali ed educative scopriamo che, al termine di qualche decennio di discussioni accese e di veti incrociati, in Italia sono state proprio le politiche per la famiglia ad essere penalizzate.
L’OECD Family Database, consultabile on line, fotografa la situazione in modo piuttosto chiaro (Figura 1): da un lato la quota di risorse che l’Italia destina alle famiglie e all’infanzia è nel complesso molto inferiore – di un punto di Pil circa – rispetto alla media dei paesi Ocse. Dall’altro, la politica italiana della famiglia aziona soltanto due delle tre leve disponibili (trasferimenti monetari e servizi), lasciando sostanzialmente inutilizzata la terza, quella delle agevolazioni fiscali. Tale scelta, che privilegia l’aiuto alle famiglie in difficoltà, finisce per rendere molto meno praticabile la strada della compartecipazione ai costi dei servizi (aumento delle rette). In altri paesi, come Francia o Germania, dove il fisco tratta con maggiore riguardo tutte le famiglie con figli, i genitori dispongono di maggiore reddito disponibile anche per la partecipazione alle spese dei servizi pubblici.
Figura 1. Spesa media per la famiglia e l’infanzia in percentuale del PIL

Fonte: Elaborazioni dall’OECD Family Database, 2013
Seconda cornice: si delinea più chiaramente la funzione strategica dei servizi per l’infanzia
Tra le politiche realizzabili da un’amministrazione pubblica, in particolare da un Comune, i servizi per l’infanzia rappresentano un caso esemplare di intervento strategico, nel senso che consentono di perseguire contemporaneamente obiettivi anche molto diversi tra loro. Alcuni di questi obiettivi sono chiari da decenni: i servizi per l’infanzia migliorano il benessere di bambini e famiglie, assicurando la conciliazione tra vita familiare e lavoro, la crescita dell’attività femminile e delle pari opportunità di reddito e di carriera per le madri; inoltre sono una forma di contrasto precoce – e come tale più efficace – nei confronti delle disuguaglianze e dell’esclusione sociale. Altri obiettivi si sono definiti in tempi più recenti: ad esempio, da qualche anno i servizi per l’infanzia svolgono un ruolo non secondario a favore dell’integrazione delle famiglie di origine immigrata; sovente sono il primo luogo in cui esse vengono trattate “alla pari”, e non in una prospettiva emergenziale o assistenziale.
La presenza di tanti figli dell’immigrazione nel Centro Nord può contribuire a spiegare come mai negli ultimi tempi la relazione tra disponibilità di servizi per la prima infanzia e fecondità nelle regioni abbia cambiato di segno e da chiaramente negativa (un paradosso italiano degli anni novanta) sia diventata positiva: le coppie hanno ripreso a far figli dove i servizi per l’infanzia sono più diffusi e di miglior qualità. Mentre ne fanno sempre di meno al Sud, dove i servizi sono quasi assenti.
Quali sono le implicazioni di tale ribaltamento, illustrato dalle Figure 2 e 3? Un primo effetto consiste nel fatto che sotto pressione demografica sono finite proprio le strutture migliori, che in tempi di risorse scarse hanno dovuto fare i conti sia con un aumento non sempre previsto degli utenti, sia con una loro maggiore eterogeneità. Ma vi è anche una considerazione di ordine più generale: anche alla luce del fatto che sono le persone più istruite e quelle che vengono da lontano (ma non necessariamente dall’estero) che dimostrano una maggiore propensione ad affidare i figli ai servizi per la prima infanzia(2), qualità e quantità localmente disponibili di tali servizi danno oggi un contributo più importante di quanto non si pensi alla costruzione del futuro di una città o di una regione, necessariamente impegnate nella competizione tra territori per attrarre e trattenere persone, per creare lavoro e per generare risorse da redistribuire.
Figure 2 e 3. Relazione tra disponibilità di servizi per la prima infanzia e tasso di fecondità in Italia,
per regioni, anni 1992 e 2012


Fonte: Elaborazione su dati Istat
Terza cornice: da custodia a progetto educativo, con un aumento delle aspettative
Un’altra tendenza interessante che si delinea osservando i servizi per l’infanzia sul lungo periodo riguarda lo slittamento da un’idea dei servizi come (a) luogo di custodia per i figli dei lavoratori, a quella di (b) spazio di socializzazione precoce e ancora (c) teatro in cui sviluppare un’esperienza educativa utile per i bambini, con ricadute positive sulla loro crescita. Abbiamo assistito a un cambiamento non solo di funzioni e di finalità, ma anche di soggetti, nel senso che la titolarità del diritto al servizio e l’attenzione si è spostata dai genitori (dalle madri) ai figli.
Negli stessi anni, la ricerca educativa ha iniziato a sostenere con una certa enfasi che la diffusione di servizi per l’infanzia assicura basi più robuste per la costruzione del capitale umano: secondo autori molto accreditati, tra i quali il premio Nobel James J. Heckman, l’aver frequentato nidi e scuole dell’infanzia di qualità favorirebbe nei bambini lo sviluppo di capacità cognitive e relazionali in grado di generare consistenti frutti lungo tutta la carriera scolastica e universitaria, nonché sul mercato del lavoro.
Una recente esperienza di ricerca torinese realizzata dalla Fondazione Agnelli in collaborazione con la Divisione Servizi Educativi della Città consente di aggiungere un piccolo tassello al ragionamento. L’obiettivo della ricerca, basata su 1285 interviste a genitori residenti a Torino con figli nati dal 2010 al 2012(3) , era la messa a fuoco dei fattori che influenzano localmente la domanda di servizi educativi. Una delle domande riguardava le motivazioni alla base della scelta di affidare un figlio al nido (comunale, convenzionato o privato). Erano previste sei risposte chiuse: ai rispondenti veniva chiesto di individuare le due che ritenevano più in sintonia con la propria situazione. La Figura 4 riporta la distribuzione percentuale delle risposte.
Figura 4. L’opinione dei genitori torinesi sulle motivazioni alla base della scelta di affidare il proprio figlio a un nido, pubblico o privato

Fonte: Uso dei servizi per la prima infanzia: opinioni e preferenze dei genitori a Torino (2013), scaricabile dal sito www.fga.it
Le sei risposte chiuse erano state formulate avendo in mente il presunto slittamento dalla “centralità dei genitori” alla “centralità dei bambini”. Come si può constatare, una larga maggioranza dei rispondenti (70%) ha scelto coppie di risposte in cui erano presenti sia un motivo centrato sul bambino, sia uno sul genitore. Verrebbe quindi da dire che, almeno per quanto riguarda il campione torinese intervistato, non di slittamento di funzioni si è trattato, bensì di progressiva sovrapposizione. Assistiamo dunque a una stratificazione di diverse aspettative, con un’enfasi che si è spostata sul bambino senza peraltro annullare completamente le esigenze dei genitori.
Conclusioni
Si sono individuate, senza nessuna pretesa di esaustività, alcune tendenze di fondo che interessano i servizi per l’infanzia. Queste tendenze costituiscono delle cornici all’interno delle quali affrontare le sfide più urgenti per un opportuno ripensamento di tali servizi: la condivisione di una definizione di “qualità” dei servizi e la conseguente messa a punto di apparati valutativi (autovalutazione e v. esterna); la predisposizione di attività di formazione per il personale, rese meno agevoli sia dalla moltiplicazione delle funzioni richieste, sia dall’età media dei potenziali destinatari; la definizione di un progetto educativo unitario dai tre mesi ai 6 anni, che assicuri una doverosa saldatura pedagogica tra i due tronconi prescolastici; infine, la ricerca di maggiore chiarezza sul versante istituzionale, con una ripartizione più chiara delle competenze e la definizione dei livelli essenziali che dovrebbero essere assicurati su tutto il territorio nazionale.
Nota(1) Caro-asilo, l’anno della grande fuga. Da Nord a Sud bimbi a casa con i nonni, di Cristiana Salvagni (La Repubblica, 11 marzo 2014)
Nota(2) Si veda la presentazione Uso dei servizi per la prima infanzia: opinioni e preferenze dei genitori a Torino (2013), scaricabile dal sito www.fga.it. Si veda anche di Francesco Zollino Il difficile accesso ai servizi di istruzione per la prima infanzia in Italia: i fattori di offerta e di domanda (2008), nonché di Daniela Del Boca, Silvia Pasqua e Simona Suardi Childcare, family characteristics and child outcomes: An analysis of Italian data (2013)
Nota(3) Le interviste sono state realizzate da Metis ricerche. Si veda Uso dei servizi… (op. cit.)