di Federica Laudisa
Il diritto allo studio, nell’accezione costituzionale, consiste nel riconoscere il diritto a raggiungere i più alti gradi di istruzione ai capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, attraverso borse di studio, assegni alle famiglie e altre provvidenze attribuite per concorso. L’attuazione di questo diritto in Italia, difatti, si esplica in principal modo tramite l’erogazione di una borsa di studio cui si accede partecipando ad un bando di concorso. La finalità della borsa è quella di rimuovere gli ostacoli di ordine economico che possono rappresentare una barriera alla prosecuzione degli studi a livello universitario. Per beneficiarne occorre soddisfare alcuni requisiti di merito ed economici. I percettori della borsa di studio ricevono un importo in denaro che copre parzialmente le spese di mantenimento, sono totalmente esentati dal pagamento delle tasse universitarie e, se fuori sede, possono beneficiare di un posto alloggio a tariffa agevolata. La letteratura, infatti, dimostra come il fattore economico giochi un ruolo cruciale nella scelta decisionale di prosecuzione degli studi (Dynarski e Scott-Clayton 2013; Barone et al. 2018), e dà evidenza di come il sostegno economico incida favorevolmente sull’incremento dell’accesso all’istruzione terziaria (Ikenberry e Hartle 1988; Leslie e Brinkman 1988; Tierney e Venegas 2009).
Tuttavia, in questo numero si è inteso far riferimento ad un significato più ampio di diritto allo studio, che include l’intervento prìncipe del sistema di sostegno agli studenti nel nostro Paese, la borsa di studio, ma considera anche altre forme dirette o indirette di aiuto che favoriscono l’accesso agli studi universitari di studenti in condizione di svantaggio socioeconomico. In altre parole, affronta la politica del diritto allo studio da diverse angolazioni senza avere la pretesa di essere uno sguardo a tutto tondo.
Il primo articolo, scritto insieme a Samuele Poy, riporta i risultati di uno studio randomizzato controllato condotto su un campione di studenti iscritti al quinto anno delle scuole secondarie di 2° grado in Piemonte, da cui emerge, in primo luogo, che esistono ampie lacune informative riguardo alla borsa di studio: solo il 6% degli studenti conosce i criteri per accedervi e neanche il 9% l’ente che la eroga; il dato è ancor più problematico se si considera che sono studenti al termine del ciclo di studi secondari. In secondo luogo, emerge che informare gli studenti sulla borsa di studio incrementa la probabilità di iscriversi all’università del +2,8%, e in particolare di chi aveva inizialmente mostrato indecisione per ragioni economiche (+8,3%). In conclusione, l’indicazione di policy è che occorrerebbe avviare una campagna di informazione nelle scuole, poiché se gli studenti (in particolare quelli in condizioni economiche svantaggiate) ignorano il sistema del diritto allo studio, significa che il sistema è fallace, in quanto non riesce a influenzare la decisione di prosecuzione degli studi proprio degli studenti meno propensi a continuare il percorso di formazione universitaria.
Anche il secondo articolo, di cui è autrice Claudia Pizzella, si focalizza su una misura, nota come “NO-TAX Area”, finalizzata a sollevare dal costo dell’istruzione gli studenti in condizione economica svantaggiata. La misura è stata introdotta a livello nazionale a partire dal 2017/18 e prevede che gli studenti iscritti presso gli atenei statali con ISEE inferiore ad una certa soglia (pari a 22.000 euro dal 2021/22) siano totalmente esonerati dal pagamento delle tasse universitarie. L’effetto è stato un incremento sensibile della platea di studenti beneficiari di esonero totale, passati dal 10% del 2016/17 (praticamente coincidente con la platea dei beneficiari di borsa) al 30% nel 2022/23, di cui quasi il 17% imputabile alla sola “NO-TAX Area”. L’effetto è ancor più marcato nel Meridione dove la quota di studenti esonerati dalle tasse raggiunge in alcune regioni il 50%.
In parallelo, è aumentata la contribuzione media dagli studenti paganti: da 1.236 euro a 1.452 euro, anche a seguito di un graduale incremento della percentuale di studenti nelle classi di contribuzione più elevate. L’analisi dei dati amministrativi non consente invece di indagare sull’eventuale impatto di questo intervento sulle immatricolazioni universitarie.
Il contributo di Erica Mangione, Marco Santangelo, Piergiorgio Vivenzio affronta un tema di estrema attualità, quello dei modi di abitare della popolazione studentesca nella realtà torinese, a partire da un’analisi quali-quantitativa svolta dall’Osservatorio Studenti e Abitare (OSA). Lo studio mette in luce quanto sia consistente la domanda abitativa nel capoluogo piemontese, considerato la percentuale di studenti residenti fuori regione. A questa rilevante richiesta di alloggi è corrisposta un’offerta crescente di soluzioni abitative che tuttavia si è prevalentemente sviluppata nel mercato privato, in specie con la realizzazione di quelle residenze universitarie definite in letteratura PBSA (Purpose Built Student Accommodation). La conseguenza è un incremento dei prezzi medi delle locazioni. Per quanto Torino rappresenti ancora una sede competitiva nel panorama nazionale in relazione al costo della vita, l’accesso alla casa rappresenta sempre più un aspetto problematico.
Gli autori suggeriscono diverse misure per farvi fronte: migliori servizi di supporto e accompagnamento per la ricerca di alloggio, coordinati tra gli attori del sistema universitario (atenei, Regione, EDISU e Città); introduzione di forme di calmierazione e analisi delle ragioni della scarsa diffusione dei contratti a canone concordato.
L’articolo a cura di Federica Cornali e Valentina Goglio, invece, dimostra come la diffusione delle sedi decentrate nel sistema universitario italiano, avvenuta a partire dagli anni ’90 per ragioni diverse, tra cui la riduzione della congestione nella sede principale e lo sviluppo socio-economico di realtà locali, possa costituire uno strumento efficace per ridurre le disuguaglianze nelle opportunità educative. L’analisi dei dati sulle matricole iscritte presso l’Università di Torino nel 2022/23 rivela, infatti, che le sedi extra-metropolitane tendono ad attrarre un segmento distinto della popolazione studentesca, ovvero con un background socio-economico più fragile e un percorso scolastico pregresso più debole, rispetto agli iscritti nella sede principale. Inoltre, le sedi decentrate sono scelte in percentuale maggiore da studenti di prima generazione – si intende i primi in famiglia ad accedere all’istruzione terziaria – e da studenti che hanno deciso di intraprendere gli studi universitari solo dopo aver completato l’esame di maturità o durante l’ultimo anno di scuola superiore; diversamente, gli studenti nella sede principale dichiarano in percentuale superiore di aver deciso molto presto di iscriversi all’università, il che potrebbe essere indice di una più forte motivazione e “spinta” familiare.
Le sedi decentrate, dunque, secondo le autrici rappresentano una risposta informale alla mancanza di differenziazione istituzionale nel settore dell’istruzione terziaria, e danno un contributo significativo all’aumento del livello di istruzione terziaria tra i giovani.
Con il contributo di Davide Azzolini, l’attenzione è nuovamente posta su una misura di aiuto diretto alle famiglie a basso reddito per sostenere i costi d’istruzione: i programmi di risparmio incentivato. Nell’articolo viene presentata una panoramica di quelli attuati in Italia che, pur nelle loro specificità, prevedono tutti un coinvolgimento attivo delle famiglie nell’accumulo di risorse destinate a finanziare il percorso scolastico o universitario dei figli. Il primo di questo tipo di programmi – denominato Percorsi – è stato avviato proprio in Piemonte dalla Fondazione Ufficio Pio più di dieci anni fa, per cui le somme risparmiate mensilmente dalle famiglie vengono quadruplicate, al fine di essere utilizzate successivamente per pagare le spese per istruzione universitaria (tasse di iscrizione, trasporti, libri, affitto, ecc.). Il disegno di valutazione sperimentale che accompagna questo programma ha messo in luce che vi è un aumento significativo nel tasso di iscrizione all’università, in particolare dei diplomati professionali, vale a dire di coloro che mostrano correntemente minori tassi di passaggio scuola-università. Ciò porta a ritenere che i programmi di risparmio incentivato possono costituire una strategia aggiuntiva agli strumenti ordinari di diritto allo studio.
Nell’ultimo articolo, scritto da Giulio Bertani, infine, si è inteso rivolgere lo sguardo alla politica per il diritto allo studio scolastico, che nel nostro Paese si attua attraverso due interventi: il contributo statale per libri di testo e la borsa “IoStudio”. Si tratta di due importi monetari destinati a studenti iscritti alle scuole secondarie provenienti da famiglie a basso reddito (cioè con un ISEE al di sotto di una certa soglia); il primo sostegno serve per pagare le spese per libri di testo; il secondo per affrontare le spese finalizzate all’acquisto di libri di testo, trasporto, o per l’accesso a beni e servizi di natura culturale. L’autore evidenzia, da un lato, l’esiguità delle risorse stanziate per questa politica, dall’altro, la carenza di dati disponibili su quanti sono gli effettivi fruitori, che importo ricevono e come lo spendono, ad esempio. In mancanza di dati non è possibile svolgere un monitoraggio della politica né tantomeno realizzare studi di valutazione sulla sua efficacia, il che consentirebbe di apportare eventuali correttivi. L’auspicio, dunque, è che si proceda alla rilevazione e alla pubblicazione di dati più dettagliati, oltre che all’incremento delle risorse.
di Federica Laudisa
Il diritto allo studio, nell’accezione costituzionale, consiste nel riconoscere il diritto a raggiungere i più alti gradi di istruzione ai capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, attraverso borse di studio, assegni alle famiglie e altre provvidenze attribuite per concorso. L’attuazione di questo diritto in Italia, difatti, si esplica in principal modo tramite l’erogazione di una borsa di studio cui si accede partecipando ad un bando di concorso. La finalità della borsa è quella di rimuovere gli ostacoli di ordine economico che possono rappresentare una barriera alla prosecuzione degli studi a livello universitario. Per beneficiarne occorre soddisfare alcuni requisiti di merito ed economici. I percettori della borsa di studio ricevono un importo in denaro che copre parzialmente le spese di mantenimento, sono totalmente esentati dal pagamento delle tasse universitarie e, se fuori sede, possono beneficiare di un posto alloggio a tariffa agevolata. La letteratura, infatti, dimostra come il fattore economico giochi un ruolo cruciale nella scelta decisionale di prosecuzione degli studi (Dynarski e Scott-Clayton 2013; Barone et al. 2018), e dà evidenza di come il sostegno economico incida favorevolmente sull’incremento dell’accesso all’istruzione terziaria (Ikenberry e Hartle 1988; Leslie e Brinkman 1988; Tierney e Venegas 2009).
Tuttavia, in questo numero si è inteso far riferimento ad un significato più ampio di diritto allo studio, che include l’intervento prìncipe del sistema di sostegno agli studenti nel nostro Paese, la borsa di studio, ma considera anche altre forme dirette o indirette di aiuto che favoriscono l’accesso agli studi universitari di studenti in condizione di svantaggio socioeconomico. In altre parole, affronta la politica del diritto allo studio da diverse angolazioni senza avere la pretesa di essere uno sguardo a tutto tondo.
Il primo articolo, scritto insieme a Samuele Poy, riporta i risultati di uno studio randomizzato controllato condotto su un campione di studenti iscritti al quinto anno delle scuole secondarie di 2° grado in Piemonte, da cui emerge, in primo luogo, che esistono ampie lacune informative riguardo alla borsa di studio: solo il 6% degli studenti conosce i criteri per accedervi e neanche il 9% l’ente che la eroga; il dato è ancor più problematico se si considera che sono studenti al termine del ciclo di studi secondari. In secondo luogo, emerge che informare gli studenti sulla borsa di studio incrementa la probabilità di iscriversi all’università del +2,8%, e in particolare di chi aveva inizialmente mostrato indecisione per ragioni economiche (+8,3%). In conclusione, l’indicazione di policy è che occorrerebbe avviare una campagna di informazione nelle scuole, poiché se gli studenti (in particolare quelli in condizioni economiche svantaggiate) ignorano il sistema del diritto allo studio, significa che il sistema è fallace, in quanto non riesce a influenzare la decisione di prosecuzione degli studi proprio degli studenti meno propensi a continuare il percorso di formazione universitaria.
Anche il secondo articolo, di cui è autrice Claudia Pizzella, si focalizza su una misura, nota come “NO-TAX Area”, finalizzata a sollevare dal costo dell’istruzione gli studenti in condizione economica svantaggiata. La misura è stata introdotta a livello nazionale a partire dal 2017/18 e prevede che gli studenti iscritti presso gli atenei statali con ISEE inferiore ad una certa soglia (pari a 22.000 euro dal 2021/22) siano totalmente esonerati dal pagamento delle tasse universitarie. L’effetto è stato un incremento sensibile della platea di studenti beneficiari di esonero totale, passati dal 10% del 2016/17 (praticamente coincidente con la platea dei beneficiari di borsa) al 30% nel 2022/23, di cui quasi il 17% imputabile alla sola “NO-TAX Area”. L’effetto è ancor più marcato nel Meridione dove la quota di studenti esonerati dalle tasse raggiunge in alcune regioni il 50%.
In parallelo, è aumentata la contribuzione media dagli studenti paganti: da 1.236 euro a 1.452 euro, anche a seguito di un graduale incremento della percentuale di studenti nelle classi di contribuzione più elevate. L’analisi dei dati amministrativi non consente invece di indagare sull’eventuale impatto di questo intervento sulle immatricolazioni universitarie.
Il contributo di Erica Mangione, Marco Santangelo, Piergiorgio Vivenzio affronta un tema di estrema attualità, quello dei modi di abitare della popolazione studentesca nella realtà torinese, a partire da un’analisi quali-quantitativa svolta dall’Osservatorio Studenti e Abitare (OSA). Lo studio mette in luce quanto sia consistente la domanda abitativa nel capoluogo piemontese, considerato la percentuale di studenti residenti fuori regione. A questa rilevante richiesta di alloggi è corrisposta un’offerta crescente di soluzioni abitative che tuttavia si è prevalentemente sviluppata nel mercato privato, in specie con la realizzazione di quelle residenze universitarie definite in letteratura PBSA (Purpose Built Student Accommodation). La conseguenza è un incremento dei prezzi medi delle locazioni. Per quanto Torino rappresenti ancora una sede competitiva nel panorama nazionale in relazione al costo della vita, l’accesso alla casa rappresenta sempre più un aspetto problematico.
Gli autori suggeriscono diverse misure per farvi fronte: migliori servizi di supporto e accompagnamento per la ricerca di alloggio, coordinati tra gli attori del sistema universitario (atenei, Regione, EDISU e Città); introduzione di forme di calmierazione e analisi delle ragioni della scarsa diffusione dei contratti a canone concordato.
L’articolo a cura di Federica Cornali e Valentina Goglio, invece, dimostra come la diffusione delle sedi decentrate nel sistema universitario italiano, avvenuta a partire dagli anni ’90 per ragioni diverse, tra cui la riduzione della congestione nella sede principale e lo sviluppo socio-economico di realtà locali, possa costituire uno strumento efficace per ridurre le disuguaglianze nelle opportunità educative. L’analisi dei dati sulle matricole iscritte presso l’Università di Torino nel 2022/23 rivela, infatti, che le sedi extra-metropolitane tendono ad attrarre un segmento distinto della popolazione studentesca, ovvero con un background socio-economico più fragile e un percorso scolastico pregresso più debole, rispetto agli iscritti nella sede principale. Inoltre, le sedi decentrate sono scelte in percentuale maggiore da studenti di prima generazione – si intende i primi in famiglia ad accedere all’istruzione terziaria – e da studenti che hanno deciso di intraprendere gli studi universitari solo dopo aver completato l’esame di maturità o durante l’ultimo anno di scuola superiore; diversamente, gli studenti nella sede principale dichiarano in percentuale superiore di aver deciso molto presto di iscriversi all’università, il che potrebbe essere indice di una più forte motivazione e “spinta” familiare.
Le sedi decentrate, dunque, secondo le autrici rappresentano una risposta informale alla mancanza di differenziazione istituzionale nel settore dell’istruzione terziaria, e danno un contributo significativo all’aumento del livello di istruzione terziaria tra i giovani.
Con il contributo di Davide Azzolini, l’attenzione è nuovamente posta su una misura di aiuto diretto alle famiglie a basso reddito per sostenere i costi d’istruzione: i programmi di risparmio incentivato. Nell’articolo viene presentata una panoramica di quelli attuati in Italia che, pur nelle loro specificità, prevedono tutti un coinvolgimento attivo delle famiglie nell’accumulo di risorse destinate a finanziare il percorso scolastico o universitario dei figli. Il primo di questo tipo di programmi – denominato Percorsi – è stato avviato proprio in Piemonte dalla Fondazione Ufficio Pio più di dieci anni fa, per cui le somme risparmiate mensilmente dalle famiglie vengono quadruplicate, al fine di essere utilizzate successivamente per pagare le spese per istruzione universitaria (tasse di iscrizione, trasporti, libri, affitto, ecc.). Il disegno di valutazione sperimentale che accompagna questo programma ha messo in luce che vi è un aumento significativo nel tasso di iscrizione all’università, in particolare dei diplomati professionali, vale a dire di coloro che mostrano correntemente minori tassi di passaggio scuola-università. Ciò porta a ritenere che i programmi di risparmio incentivato possono costituire una strategia aggiuntiva agli strumenti ordinari di diritto allo studio.
Nell’ultimo articolo, scritto da Giulio Bertani, infine, si è inteso rivolgere lo sguardo alla politica per il diritto allo studio scolastico, che nel nostro Paese si attua attraverso due interventi: il contributo statale per libri di testo e la borsa “IoStudio”. Si tratta di due importi monetari destinati a studenti iscritti alle scuole secondarie provenienti da famiglie a basso reddito (cioè con un ISEE al di sotto di una certa soglia); il primo sostegno serve per pagare le spese per libri di testo; il secondo per affrontare le spese finalizzate all’acquisto di libri di testo, trasporto, o per l’accesso a beni e servizi di natura culturale. L’autore evidenzia, da un lato, l’esiguità delle risorse stanziate per questa politica, dall’altro, la carenza di dati disponibili su quanti sono gli effettivi fruitori, che importo ricevono e come lo spendono, ad esempio. In mancanza di dati non è possibile svolgere un monitoraggio della politica né tantomeno realizzare studi di valutazione sulla sua efficacia, il che consentirebbe di apportare eventuali correttivi. L’auspicio, dunque, è che si proceda alla rilevazione e alla pubblicazione di dati più dettagliati, oltre che all’incremento delle risorse.