di Rita Bichi (Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano)
In questo articolo ci dedichiamo al cambiamento della condizione della popolazione giovanile italiana e alle principali problematiche che esprime, attraverso i dati e le informazioni raccolti dall’Osservatorio Giovani dell’Istituto Giuseppe Toniolo e sistematizzati nei suoi rapporti annuali[1].
Parliamo dei giovani a livello di territorio italiano, nella consapevolezza che le realtà regionali e locali presentano molte peculiarità, in un territorio ampiamente diversificato per costituzione fisica, culturale, sociale, economica e politica.
I giovani sono quelli che vivono nell’età di mezzo tra l’infanzia (in cui si è sotto la responsabilità dei genitori) e l’età adulta (in cui si è in grado di essere responsabili per altri), ma l’ingresso e l’uscita dalla giovinezza un tempo erano segnati da riti di passaggio che oggi non esistono più, come il servizio militare. Questo rende i confini della cosiddetta ‘età giovanile’ mobili e incerti. Le politiche giovanili italiane non aiutano a fare chiarezza: tanto per fare un paio di esempi, il Servizio Civile Universale si rivolge ai giovani dai 18 ai 28 anni, ma la Carta Giovani nazionale a quelli dai 18 ai 35 anni. Gli indicatori di policy rendono ancora più complesso il quadro: ad esempio, la disoccupazione giovanile è calcolata sulle persone tra i 14 e i 24 anni. In questo articolo consideriamo come ‘giovani’ le persone a partire dai 18 anni di età, escludendo i minorenni dal panorama in quanto le ricerche su di loro si scontrano con una serie di difficoltà connesse alla potestà genitoriale e al trattamento dei dati.
Generazioni a confronto
Una categoria che accomuna alcune fasce d’età e viene spesso usata per definire i giovani è quella della generazione. Il concetto di generazione è importante dal punto di vista sociologico, perché accomuna un certo numero di persone che sono nate in uno specifico periodo storico, sociale ed economico e che quindi hanno usufruito di un tipo di socializzazione molto specifico. Gli appartenenti a una stessa generazione si pensa abbiano delle caratteristiche in comune e quindi il concetto è utile per fare delle considerazioni generali[2]. Vediamo dunque di fare qualche osservazione e qualche distinzione, all’interno del mondo giovanile, usando la chiave interpretativa generazionale.
Attualmente nella nostra società ci sono tre generazioni di giovani. La prima è quella dei Millennials o Generazione Y, in cui facciamo rientrare i nati (circa) tra il 1981 e il 1994. I Millennials sono una generazione molto particolare: è la prima generazione[3] che si è trovata (e si trova anche attualmente) in una condizione peggiore della generazione che l’ha preceduta, quella dei propri genitori.
I Millenials sono stati socializzati per entrare in una società propensa alla loro inclusione, con una relativa facilità a trovare un posto di lavoro stabile, a costruire una famiglia, a trovare una casa dove abitare, e così via. Ma la crisi economica del 2007-2008, insieme a un complesso intreccio di fattori di cambiamento, ha modificato il mondo del lavoro e anche il modo di guardare la vita: i Millenials hanno sperimentato per primi il lavoro precario, l’impossibilità di progettare quel futuro che si aspettavano. Sono stati anche i primi a sperimentare già da adolescenti le allora nuove tecnologie.
La generazione successiva, detta Generazione Z e composta dai nati (circa) tra il 1995 e il 2010, è stata socializzata a scuola, in famiglia, nei gruppi dei pari, con delle prospettive diverse. Questa generazione è cioè cresciuta sapendo già che la sua sorte sarebbe stata diversa da quella delle generazioni che la avevano preceduta. La generazione Z è riconosciuta come quella dei primi ‘nativi digitali’, coloro che hanno sperimentato la possibilità di girare il mondo con un dito, attraverso l’uso di un tablet. I membri di questa generazione sembrerebbero essere molto più attivi, più presenti, più intenzionati a intervenire in una società verso la quale i loro fratelli e sorelle maggiori – i Millenials – hanno sviluppato un atteggiamento meno partecipativo. Si pensi, solo per fare un esempio, a Greta Thumberg, che a 16 anni, a partire dalla sua protesta, ha imposto a livello mondiale la discussione sulla salvaguardia dell’ambiente.
L’ultima generazione del nostro quadro, i cui membri sono nati dal 2011 in poi e stanno quindi raggiungendo solo adesso l’età giovanile, è stata chiamata generazione Alfa. Ancora non sappiamo bene come si evolverà nel tempo, ma di sicuro sappiamo che ha una relazione con la tecnologia completamente diversa da tutte quelle che l’hanno preceduta e una vicinanza alla virtualità mai vista finora: attraverso lo smartphone gli Alfa vivono una parte molto rilevante della propria vita, intessono relazioni e producono conoscenza.
Alcuni caratteri emergenti
La complessità della condizione giovanile è alta, ma quali sono le caratteristiche di questa età che vanno oltre le differenze generazionali?
La prima caratteristica è l’esiguità numerica. I giovani sono pochi, perché si fanno sempre meno figli, e dunque la relazione tra chi produce e chi non produce più è totalmente squilibrata e sempre di più lo sarà in futuro. I demografi ci dicono che per il momento non si prevede un cambiamento di rotta e quindi si parla di “degiovanimento”[4]: la mancanza di giovani combinata all’invecchiamento generale della popolazione. L’Italia ha un tasso di natalità tra i più bassi in Europa e questo è anche un grande problema per la stabilità della sua situazione economica. Per contrastare questa tendenza si fa poco: in Italia non ci sono molte politiche in favore della natalità, e quelle proposte non riescono ad incidere sul problema.
Le povertà
La seconda caratteristica che definisce i giovani in Italia è il loro scarso potere economico. I dati ISTAT ci dicono che i giovani oggi sono più poveri che in passato: sono tra le categorie più povere della società insieme alle donne, a chi abita al sud, agli stranieri, ai minori, e alle famiglie numerose. I giovani trovano spesso lavori precari o mal pagati, che non consentono loro di avere un’autonomia economica. Si appoggiano dunque giocoforza alle famiglie di origine, ai genitori, che hanno avuto la possibilità di accumulare ricchezza (in termini di welfare e di risparmio) che ora può andare a favore dei figli e dei nipoti. Una delle conseguenze di questa situazione è che i giovani escono tardi dalla famiglia di origine: più del 50% degli individui dai 25 ai 29 anni vive ancora nella casa dove è nato. Un’altra conseguenza è che i giovani fanno figli più tardi: l’età delle donne al primo figlio oggi supera i 30 anni, mentre era molto più bassa qualche decennio fa.
Vediamo i dati Istat sulla povertà assoluta per classi di età (figura 1). Stanno peggio i minori, e in particolare i piccoli fino ai 6 anni, più esposti al rischio di povertà assoluta (14-15%). L’incidenza della povertà assoluta tra i sessantacinquenni è meno della metà (6%) rispetto a quella tra i minori di 17 anni (13%). Questo dato mostra con evidenza la differenza che il welfare del passato e quello attuale hanno prodotto sulla condizione delle varie età della vita.
Figura 1 – Incidenza percentuale della povertà assoluta per classe di età della popolazione e dettaglio per le età dei minori, anni 2021 e 2022
Già da queste due prime caratteristiche emerge come siano mutate le tappe del ciclo di vita rispetto alle generazioni passate. Non esiste più il percorso di crescita che legava tra loro, in modo tendenzialmente lineare, alcune tappe quasi obbligate: il periodo della formazione scolastica, l’ingresso nel modo del lavoro, la creazione di una famiglia, l’arrivo dei figli, l’accumulo di anzianità lavorativa, la pensione.
Una terza caratteristica dei più giovani è la tendenza alla mobilità, spesso lavorativa. La mobilità geografica in Italia si compone di due movimenti (trend): dal Sud verso il Nord e dal Nord verso l’estero (i cosiddetti ‘expat’). Tra i fattori che hanno agevolato la tendenza dei giovani all’espatrio ci sono sicuramente la possibilità di fare un periodo all’estero durante il percorso di studi universitario (es. Erasmus) e il sistema dei voli low cost, che permette di girare il mondo a cifre contenute, ma molti giovani sono costretti a espatriare o comunque a muoversi dal proprio luogo di origine per trovare un lavoro.
Una quarta caratteristica dei giovani, che caratterizza in modo generale la società contemporanea ma che in questa età della vita è più accentuata, è la fragilità dei legami istituzionali. I giovani si sentono lontani dalle istituzioni, da quelle politiche a quelle religiose; le uniche istituzioni sociali relativamente solide rimangono la scuola e la famiglia. Zygmunt Bauman ha parlato di ‘società liquida’[4] per indicare questa fragilità dei legami, che nella sua visione caratterizzava tanto i legami istituzionali quanto quelli relazionali. Ma, nonostante relazioni sociali sempre più instabili e fragili, i giovani chiedono delle relazioni forti, “calde” e quindi vicine, che possano fungere per loro da punti di riferimento alternativi a quelli istituzionali. In passato, infatti, erano le istituzioni a dare stabilità e segnare una linea di condotta. Ad esempio, la religione, che per molti secoli ha avuto la funzione all’interno della società di indicare la strada e di gestire il tempo: un esempio vivido sono i campanili, che segnavano le varie fasi della giornata e della vita con i riti di passaggio.
Tabella 1 – Individui che si riconoscono in una fede religiosa per genere, classi di età, ripartizione, livello di istruzione, val. %
Guardando ai dati della European Values Survey (vedi di tabella 1), possiamo paragonare il numero di giovani che si riconosce in una fede religiosa nel tempo e vediamo che diminuisce in maniera molto evidente nella fascia di età 18-34 anni rispetto alle altre fasce di età.
La salute mentale
Un altro fenomeno è l’emersione tra i giovani, in misura maggiore rispetto al passato, di malesseri legati alla solitudine e all’isolamento. Per dare un’idea delle dimensioni del fenomeno[5] possiamo dire che i NEET, ragazzi e ragazze che non lavorano né studiano né sono in formazione, in Italia ammontano a circa il 20%. Quello dei Neet è un mondo sommerso, di cui siamo a conoscenza solo in parte e non è facile fare indagini in merito. Le stime raccontano che tre quarti dei NEET italiani vivono nella famiglia di origine e solo un terzo ha avuto precedenti esperienze lavorative[6]. Sono presenti in misura maggiore tra le ragazze (20,5%), tra i residenti nelle regioni del Sud (27,9%) e tra gli stranieri (28,8%), che hanno le percentuali più elevate di tutte queste categorie. In Sicilia, in particolare, sono NEET quasi un terzo dei giovani tra i 15 e i 29 anni, mentre il valore minimo lo troviamo a Bolzano, dove sono il 9,9%.
Quello degli hikikomori è un fenomeno molto diffuso in Giappone, dove sono circa 1,5 milioni e dove ha origine il termine che letteralmente significa ‘stare in disparte’: gli hikikomori sono ragazzi che decidono di ritirarsi dalla vita sociale per lunghi periodi, rinchiudendosi nella propria abitazione, senza avere nessun tipo di contatto diretto con il mondo esterno, talvolta nemmeno con i propri genitori, rifugiandosi nella Rete. Il fenomeno degli hikikomori iguarda soprattutto i giovani dai 14 ai 30 anni, principalmente maschi (70-90%). È diffuso anche in Italia, ma per ora non ci sono delle ricerche approfondite in merito e quindi nemmeno stime precise, anche se si parla di circa mezzo milione di persone che rientrerebbero in questa categoria.
All’origine del malessere che porta NEET e Hikikomori a rifuggire dalla vita sociale vi sono sicuramente l’uso intensivo dei social media e la corrispondente immersione in uno strumento piuttosto che in una relazione fisica. Un aggravamento pare sia stato dovuto alla pandemia da Covid-19: in fase post-pandemica sono esplose infatti le richieste di intervento psicologico e psichiatrico da parte dei giovani, in alcuni casi triplicate rispetto al passato. La mancanza di lavoro, o la difficoltà nel trovarlo, sono senz’altro tra le cause all’origine di questi fenomeni. La disoccupazione giovanile è elevata in Italia, specialmente confrontata con la situazione europea: sono disoccupati il 18% dei nostri giovani, quasi 7 punti sopra la media europea, e la quota di giovani in cerca di lavoro da almeno 12 mesi è tripla (8,8%) rispetto alla media europea (2,8%).
La scuola
Infine, guardiamo alla povertà educativa che oggi ha molta rilevanza tra i giovani. Per farlo usiamo l’indicatore del tasso di abbandono scolastico (ELET[7], vedi tabella 2).
Tabella 2 – Tasso di abbandono scolastico tra i 18-24enni, val. %
Il tasso di abbandono degli studenti italiani è al 10%, un dato buono e in miglioramento rispetto al passato. Ma quello dei giovani stranieri è di altro tenore: il tasso di abbandono peggiora tra gli studenti stranieri di seconda generazione (senza cittadinanza italiana, ma nati in Italia) e ancora di più fra quelli di prima generazione, nati all’estero (per i maschi arriva addirittura al 30%). Si potrebbe pensare sia la conseguenza inevitabile di avere un background migratorio, ma in Europa questi tassi sono molto più bassi. Il nostro paese ha un importante problema di integrazione nella scuola dei minori stranieri, tanto più grave visto che sono una presenza in costante crescita nelle classi: attualmente, a livello nazionale, sul totale delle presenze di studenti stranieri nelle scuole italiane oltre il 30% frequentano le primarie.
Gli atteggiamenti
Focalizziamo l’attenzione su alcuni atteggiamenti dei giovani italiani, che emergono dai dati del Rapporto Giovani.
In generale la fiducia nella scuola è ancora abbastanza elevata, supera la sufficienza, anche se in circa il 20% della popolazione giovanile prevale una forte distanza emotiva e motivazionale nei confronti dell’impegno scolastico. Guardando a ciò che i ragazzi vorrebbero dalla scuola[8], scopriamo che in testa ci sono la possibilità di ‘personalizzare’ con alcune scelte il curricolo scolastico (62,2%) e un maggiore uso delle tecnologie (62%); altri desideri sono quelli di dare più spazio alle lingue straniere e agli stage (58%), così come ai lavori di gruppo, all’orientamento, alla prevenzione del bullismo e delle dipendenze (50%). Una parte delle risorse del PNRR[9] dovrebbe essere speso per un rinnovamento della scuola italiana che va in alcune delle direzioni tracciate dai ragazzi, ad esempio per l’innovazione didattica e la valorizzazione delle nuove tecnologie.
Il lavoro
Qual è invece l’atteggiamento dei giovani rispetto al lavoro? Il lavoro deve essere, prima di tutto, una buona fonte di reddito (64%, tabella 3). Un atteggiamento pragmatico, dunque, ma anche idealista: i giovani infatti danno anche importanza al fatto che i valori aziendali rispecchino quelli personali (52%), che il lavoro sia un’occasione per dare il proprio contributo al mondo (49%), e sia orientato al bene della collettività (48%). Rispetto a questi dati generali, i giovanissimi e le donne sono ancora più idealisti (+7-11% a seconda degli item).
Tabella 3 – “Pensando al tuo futuro, quanto è importante per te che il tuo lavoro sia….?” Voti 8-10, val. %
Pensare il lavoro in maniera diversa è un’esigenza per i giovani, perché il mercato del lavoro è diverso dal passato. Ma è anche frutto di una delle tendenze più recenti che si sono sviluppate in particolare dopo la pandemia.
Tendenze post pandemiche
Durante la pandemia molti di noi ricordano il pane fatto in casa, la televisione che era tornata ad essere il focolare intorno al quale la famiglia si trovava: la pandemia ha, in generale, aumentato la percezione di importanza nella propria vita della famiglia, nel bene e nel male perché sappiamo per esempio quanto sia aumentata in quel periodo anche la violenza tra le mura domestiche.
Tra le tendenze ancora molto recenti, che non è sicuro permangano nel tempo, c’è l’aumentata importanza del tempo libero, mentre diminuisce l’importanza della vita in città e delle prospettive di carriera, tanto che si è parlato di Big Resignation: giovani che lasciano la buona carriera che avevano intrapreso in favore di un passaggio a uno stile di vita diverso da quello che avevano precedentemente scelto, magari andando a vivere fuori città e cambiando completamente lavoro o dedicandosi all’ambiente.
Un’altra espressione di queste tendenze è il fenomeno del South Working: le persone originarie del Sud Italia che rimangono nel luogo in cui sono nate, senza doversi spostare al Nord per lavorare, potendo usufruire di tutte le possibilità che le nuove tecnologie hanno messo a disposizione durante la pandemia, tra cui anche il cosiddetto ‘smart working’ che ha avuto una grande diffusione e ancora oggi è assai presente in molte aziende.
Tabella 4 – Qual è la decisione più probabile che prenderai in futuro? Voti 8-10, val. %
La tabella 4 mostra la tendenza alla stabilità o alla mobilità dei giovani. Riassumendo, si può dire che la tendenza è per metà a restare e per metà ad andarsene. Rispetto a prima della pandemia, è aumentata la disponibilità a muoversi (oggi al 29%), ma anche la percentuale di giovani che vede con favore l’idea di rimanere nel luogo nel quale è nato (oggi al 32%).
Tabella 5 – Atteggiamento dei giovani verso la politica. Risposte positive, val. %
Le nuove generazioni sembrano anche più propense alla partecipazione (vedi tabella 5): l’83% dice che se la politica italiana offrisse un vero spazio di partecipazione, vi si impegnerebbe. Ovviamente questo è soltanto un atteggiamento e non rispecchia direttamente l’agire, ma è un segnale, comunque, di una rinnovata disponibilità dei più giovani a partecipare alla vita associata.
Bibliografia
Istituto Giuseppe Toniolo, AA.VV. (a cura di), 2024, La condizione giovanile in Italia. Rapporto Giovani 2024, Il Mulino, Bologna
Istituto Giuseppe Toniolo, AA.VV. (a cura di), 2023, La condizione giovanile in Italia. Rapporto Giovani 2023, Il Mulino, Bologna
Istituto Giuseppe Toniolo, AA.VV. (a cura di), 2022, La condizione giovanile in Italia. Rapporto Giovani 2022, Il Mulino, Bologna
- Duffy, 2021, The generation myth, Basic Books, New York
- Bauman, 2011, Modernità liquida, Laterza, Roma – Bari.
Parole chiave: giovani, generazioni, povertà, NEET
[1] Il più recente è La condizione giovanile in Italia – Rapporto Giovani 2024, ed. Il Mulino.
[2] Recentemente questo concetto è stato messo in discussione da chi sostiene che non sia possibile operare questa generalizzazione, che la varietà e la molteplicità degli elementi che si combinano in maniera diversa sia tale che rende impossibile generalizzare (vedi ad es. Duffy B., The generation myth, Basic Books, New York, 2021)
[3] A partire dalla Seconda guerra mondiale, da quando vi sono dati estensivi sulla popolazione italiana.
[4] Neologismo introdotto e studiato da Alessandro Rosina, professore ordinario di Demografia e Statistica sociale nella Facoltà di Economia dell’Università Cattolica di Milano.
[5] Z. Bauman, Modernità liquida, 2011.
[6] Dati Istat 2023
[7] La quota dei NEET che ha avuto esperienze lavorative aumenta comunque in base all’età, variando tra il 6,8% di chi ha meno di 20 anni e il 46,7% di chi ha tra i 25 e i 29 anni.
[8] Indicatore Early Leavers from Education and Training (ELET) Quota di 18-24enni che, in possesso al massimo di un titolo secondario inferiore, sono fuori dal sistema di istruzione e formazione
[9] I dati, provenienti dal Rapporto Giovani dell’Istituto Toniolo del 2017/18, sono molto simili a quelli dell’ultimo rapporto 2024.
[10] Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza