Di Marco Adamo, Stefano Cavaletto – IRES Piemonte
Premessa
In questo articolo si presenta una prima analisi dell’annata agraria appena trascorsa e si richiama l’attenzione su alcune problematiche generali dei mercati agricoli e sulle possibili misure da adottare per contrastarne gli effetti negativi.
I contenuti sono la sintesi dell’annuale attività di monitoraggio svolto nell’ambito di PROSPERA, il progetto continuativo di analisi e supporto alle politiche agricole e rurali della Regione Piemonte operante presso l’IRES Piemonte.
L’annata agraria 2011 in Piemonte
Con il giorno di S.Martino (11 novembre) si conclude tradizionalmente l’annata agraria e si traccia un suo primo bilancio. Anche se è ancora presto per redigere un’analisi congiunturale dettagliata e definitiva, è possibile presentare alcune informazioni sulle superfici coltivate e sulle produzioni dei principali comparti, accompagnate da considerazioni tratte dalle interviste realizzate con testimoni privilegiati delle principali filiere agroalimentari del Piemonte.
La campagna 2011 è stata caratterizzata da un’abbondante piovosità primaverile e da temperature altalenanti, più basse a luglio e sopra la media nella seconda parte di agosto e settembre. Partendo dal settore cerealicolo, le bizzarrie climatiche hanno inciso negativamente sulla quantità di frumento prodotta, circa il 20-30% in meno rispetto allo scorso anno, con una resa unitaria che – secondo le stime di alcuni operatori del settore – si aggirano intorno ai 50-55 quintali per ettaro. Per quanto riguarda il mais, il clima ha fatto anticipare le trebbiature e non si riscontrano flessioni né in quantità né in qualità. Le rese unitarie medie sono stimate intorno ai 75-80 quintali a ettaro, con punte di 110-115 quintali nelle aree maggiormente vocate. La riduzione delle temperature di luglio ha provocato, nel settore risicolo, aborti e mancate fecondazioni. Tutto ciò s’è tradotto in un calo delle produzioni nell’area piemontese-lombarda intorno al 10-15% (-5,5% a livello nazionale). Nella zona della Baraggia il decremento produttivo è stato ben più marcato con punte superiori al 50% sulle varietà Carnaroli, Vialone Nano e Arborio (meno di 25 q/ha) e dal 30% al 40% per le altre varietà coltivate nell’area (Sant’Andrea, Baldo, Galileo, ecc.).
Passando dai seminativi alle coltivazioni permanenti, e in particolare alla vite da vino, emerge anche per questa coltura un calo delle produzioni (5-10% in meno rispetto allo scorso anno) accompagnato però da una qualità tra l’ottimo e l’eccellente per tutti i vitigni piemontesi, che hanno beneficiato di una vendemmia calda e asciutta. Nel settore frutticolo si sono verificate criticità su tutte le principali produzioni: per le pesche, il caldo d’aprile ha fatto accavallare i raccolti con altre realtà europee e, viste le difficoltà di conservazione di questo frutto, la saturazione dell’offerta ha fatto diminuire ulteriormente i prezzi, già da tempo al limite della soglia dei costi di produzione. Nel caso dei kiwi, a giugno una forte grandinata ha compromesso la produzione delle piantagioni colpite; l’emergenza della batteriosi non accenna a diminuire e alcuni produttori hanno dichiarato che nei prossimi anni sarebbero intenzionati a riconvertire temporaneamente le superfici a kiwi con coltivazioni orticole, in modo da ripristinare le actinidie in tempi rapidi passata l’emergenza. Infine, le mele hanno fatto registrare una produzione abbondante; anche se le eccessive temperature di fine estate e la scarsa escursione termica hanno inciso lievemente sulla qualità e sulla colorazione, l’inizio della campagna commerciale, in particolare in riferimento all’export verso paesi extraeuropei, restituisce segnali positivi.
Riguardo alle performance economiche complessive della zootecnia, e in particolare sulla redditività della fase d’allevamento, hanno pesato i rincari dei cereali e dei mangimi che, dopo la contrazione del 2009, hanno ripreso la corsa verso l’alto, seppure con amplissime oscillazioni (vedi box). Si segnala tuttavia un’annata positiva per gli allevamenti di bovini da latte con i prezzi alla stalla che hanno mantenuto buone quotazioni (valori medi tra i 37 e i 40€ ogni 100 litri) confermando la ripresa del settore dopo alcuni anni di crisi. Inoltre l’avvio del grande impianto di sprayatura a Moretta (CN) a fine 2010 ha ridato respiro ai produttori locali riequilibrando il mercato e sostenendo le quotazioni.
Nel settore dell’allevamento bovino da carne è da segnalare il costante incremento di capi di razza Piemontese. Le consistenze sono aumentate del 20% in dieci anni passando dai 295.000 capi del 2000 ai circa 350.000 del 2011. Tale andamento ha invertito completamente le tendenze dei decenni precedenti portando oggi la Razza Piemontese al primo posto tra le razze autoctone italiane e al secondo posto assoluto dietro solo alla Frisona, la principale razza da latte. In totale i capi bovini allevati nella nostra regione sono in leggera diminuzione, con un calo vistoso delle razze francesi. A livello di mercato si sono registrati andamenti positivi grazie a una minore pressione da parte dei principali concorrenti stranieri che hanno beneficiato di nuovi sbocchi su alcuni mercati esteri (Turchia e paesi Arabi in particolare). I prezzi alla produzione, dopo un periodo di stagnazione, hanno visto un incremento a fine anno che fa ben sperare per il 2012.
Nel settore suinicolo i dati dell’ultimo censimento confermano la tendenza a una concentrazione degli allevamenti con una sensibile diminuzione del numero e una sostanziale stabilità del numero dei capi. Alcuni rappresentati della filiera segnalano un ulteriore incremento della soccida, strumento che indebolisce notevolmente la posizione degli allevatori rispetto alla fase di trasformazione.
In estrema sintesi, si può affermare che l’annata agraria 2011 del Piemonte si è presentata positiva in termini strettamente produttivi ma critica per quanto riguarda i prezzi in molti comparti importanti, un tema sul quale si ritornerà più avanti.
Un cenno infine alle politiche: il 2011 si presenta come un anno cruciale, dato che nel mese di ottobre la Commissione Europea ha presentato la sua proposta di riforma della PAC, la politica agricola comune, per il periodo 2014-2020. La proposta, che prevede un congelamento del budget e una diversa composizione e distribuzione degli aiuti, potrebbe innescare effetti considerevoli sull’agricoltura piemontese, che rischia di vedere ridotto il sostegno a importanti comparti come quello del riso e dell’allevamento bovino da carne. A questo tema cruciale è dedicato uno specifico articolo in questa rassegna.
Nuovi problemi e possibili contromisure
Il 2011, anche se in misura meno drammatica rispetto a quanto avvenuto negli anni recenti, ha confermato la crescente volatilità dei prezzi delle principali commodities agricole sui mercati mondiali. La variabilità dei prezzi è da sempre connaturata con l’agricoltura ma da alcuni anni ha assunto carattere patologico. Testimonianza di ciò sono le gravi crisi alimentari che hanno colpito i paesi poveri nelle fasi di massimo rincaro dei cereali ma anche le sempre più frequenti e alternanti crisi di mercato nella zootecnia e nei seminativi, riverberando pesanti effetti sull’agricoltura locale.
Se, ad esempio, il repentino aumento del prezzo dei cereali giova ai coltivatori, si rivela un grave problema per la redditività del settore zootecnico, per il quale costituisce una delle principali voci di costo. Inoltre l’eccessiva volatilità mette in crisi le scelte degli agricoltori, creando una situazione potenzialmente esplosiva per la stabilità e la tenuta di tutta la filiera agroalimentare. Questa prolungata situazione di tensione ha fatto emergere con forza un secondo problema, che affligge in particolar modo la fase agricola: la squilibrata distribuzione della catena del valore tra gli anelli delle filiere e la dinamica dei rapporti tra gli stessi.
Queste due problematiche sono strettamente connesse, ma non possono che essere affrontate, e questo è un elemento di difficoltà non di poco conto, su scale diverse. Il tema della stabilizzazione dei mercati delle commodities implica innanzi tutto interventi a livello globale e non a caso è stato uno dei temi al centro del recente G20 tenutosi a Parigi, dove è stato adottato l’Action Plan sulla volatilità dei prezzi alimentari e sull’agricoltura. A scala macro-regionale (Europa), nazionale o locale si può intervenire, anche efficacemente, mitigando gli effetti degli squilibri di mercato (curandone i sintomi) attraverso, ad esempio le cosiddette reti di sicurezza (ad esempio ritiro di prodotto dal mercato per sostenerne il prezzo). Allo stesso livello di governance, però, si possono sicuramente adottare contromisure alla questione dei rapporti di filiera e della catena del valore.
Storicamente i meccanismi utilizzati per ovviare a questo problema riguardano la concentrazione dell’offerta, tramite ad esempio le Organizzazioni di Produttori supportate dalla PAC, o l’utilizzo di canali alternativi di commercializzazione quali le variegate modalità in cui si declina la filiera corta, forse ancora troppo di nicchia per rappresentare una soluzione efficace nel breve periodo.
E’ però evidente che in un mercato sempre più globalizzato queste misure non possano rappresentare l’unico mezzo ma che siano necessari accordi interprofessionali stimolati dall’esigenza di garantire agli agricoltori e agli allevatori un equo margine di guadagno adeguato, non solo per poter continuare l’attività, ma anche per poter investire in strumenti, competenze e tecnologie utili a rendere il settore sempre più competitivo. In Piemonte sono presenti alcuni esempi interessanti. Il più recente è il sistema d’indicizzazione del prezzo del latte, nato nel 2011 da un accordo tra le organizzazioni agricole e alcuni grandi caseifici regionali, grazie alla mediazione della Regione Piemonte e alla collaborazione dell’Osservatorio Latte di Cremona che ne ha elaborato il meccanismo di fissazione del prezzo. Dopo la firma dell’accordo altri caseifici hanno aderito arrivando a coinvolgere circa il 50% della produzione di latte regionale. Nel settore vitivinicolo i tavoli paritetici sulle uve Moscato, Brachetto e Gavi sono intervenuti a bloccare le oscillazioni del prezzo di queste uve ed è probabile che saranno una guida per accordi anche su altri vitigni. A livello nazionale, nel settore suinicolo, l’istituzione della Commissione Unica Nazionale sul prezzo dei suini sta quotando ormai con regolarità, diventando un punto di riferimento per tutte le borse merci nazionali e su questo esempio, nel 2011, s’è insediata la Commissione Unica che stabilisce il prezzo dei tagli, quella sullo strutto e sul grasso e prossimamente s’insedierà anche quella per i suinetti.
Questi esempi, sicuramente positivi, sono però a ben guardare basati su accordi che coinvolgono solamente la fase produttiva della filiera. Ancora una volta, quindi, rimane fuori la fase di commercializzazione. Com’è noto la distribuzione moderna, oltre che in Italia, è particolarmente sviluppata in Francia ed è proprio in questo paese che la politica ha mosso importanti passi per coinvolgere anche le insegne della grande distribuzione nel riequilibrio delle filiere. Il 13 luglio 2010, infatti, è stata approvata dall’Assemblea Nazionale la legge n. 2010/874 detta “di modernizzazione agricola” nella quale sotto il titolo II “rafforzare la competitività dell’agricoltura francese” sono regolati i rapporti tra GDO e produttori, in particolare quelli ortofrutticoli. Gli spunti interessanti sono il divieto totale di dilazioni, ribassi e ristorni; l’obbligo della formalizzazione scritta dei contratti di vendita che dovranno riportare impegni su volumi e sulle modalità della formazione del prezzo e che impegneranno le parti per una durata minima di tre anni.
Essendo una legge di recente approvazione è ancora troppo presto per valutarne l’impatto sul settore produttivo, ma non c’è dubbio che questa, insieme ad accordi interprofessionali riguardanti le singole filiere come quelli già siglati nel nostro paese e nella nostra regione, possa essere una buona strada da percorrere per riordinare finalmente i rapporti di filiera e riequilibrare la catena del valore che allo stato attuale è da ostacolo ad un’agricoltura competitiva, fondamentale sia per la sicurezza della nostra alimentazione, sia per la salvaguardia del paesaggio e la tutela dell’ambiente che ci circonda.
Box
Il mercato nella tempesta: perché la volatilità è aumentata?
Il nuovo paradigma post-produttivista della politica agricola comunitaria (PAC) impostosi a partire da Agenda 2000 ha spostato il sistema di aiuti al settore dal sostegno alla produzione a quello del reddito. Il conseguente smantellamento del sistema di barriere tariffarie ha contributo ad allineare i prezzi comunitari dei prodotti agricoli a quelli internazionali. Sfortunatamente, a partire dal 2005 il mercato globale delle commodities agricole è stato investito da un insieme di cause, che agendo sinergicamente, hanno fatto aumentare notevolmente la variabilità dei prezzi di prodotti agricoli fondamentali quali riso, frumento, mais e soia. Ad esempio, tra il mese di gennaio 2006 e il 2° trimestre del 2008 i prezzi internazionali del riso Thai B. quotato a Bangkok sono più che triplicati, mentre la soia quotata a Chicago è salita del 200% nello stesso periodo. Dopo un brusco calo delle quotazioni avvenuto nel 2009, dal 2010 a oggi i prezzi sono tendenzialmente risaliti fino al 3° trimestre 2011, raggiungendo nuovi picchi storici, come nel caso del mais che ha superato i 7,5 US$ a bushel (circa 23 euro al quintale). La “tempesta perfetta” che ha investito le commodities alimentari, com’è stata definita dal World Food Programme, quindi, non è ancora passata e non a caso il tema della volatilità dei mercati agricoli è stato al centro del recente G20 tenutosi a Parigi ed è uno dei principali punti sull’agenda dell’Unione Europea, che sta predisponendo un’importante riforma della politica agricola comune.
Tra i principali fattori che causano questa accresciuta volatilità, si può citare in primo luogo il forte aumento della domanda guidato sia dalle mutate abitudini alimentari di paesi popolosi, primo fra tutti la Cina, sia dall’incremento della produzione di bioenergia e biocarburanti. In particolare, riguardo al mais, sono stati sicuramente determinanti l’Energy Policy Act ed il successivo Energy Independency and Security Act approvati dal Congresso statunitense, tramite i quali si definiscono crescenti quantità di bioetanolo da impiegare come additivo ai carburanti. Inoltre, l’incremento di domanda, in particolare nel 2005-2006, ha avuto un effetto amplificato sui prezzi a causa del basso livello delle riserve strategiche e di un andamento climatico sfavorevole in più parti del globo. A tutto ciò si sono uniti altri fattori: il deprezzamento del dollaro, che ha ulteriormente accresciuto l’acquisto di partite di cereali da parte dei grossi player, l’aumento del prezzo del petrolio, che ha profondamente inciso sui costi di produzione e soprattutto l’eccessiva speculazione finanziaria tramite gli Hedge fund e i fondi sovrani che hanno intensificato la diversificazione del portafoglio concentrandosi sulle commodities agricole.