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EDITORIALE N.11 – Montagna

La montagna del Piemonte: la valorizzazione delle risorse locali

Di Francesca Silvia Rota – DIGEP Politecnico di Torino.

Questo editoriale apre il primo di numeri consecutivi che Politiche Piemonte dedica al tema della montagna. In particolare, in questo numero si approfondiscono alcune esperienze di sviluppo e valorizzazione delle risorse locali che, realizzatesi in specifici contesti della montagna piemontese, rappresentano best practices di sviluppo locale applicabili tanto nel resto delle terre alte quanto in altri ambiti territoriali contraddistinti da simili problemi e opportunità.

 

Si pensi, per esempio, ad alcune aree rurali e collinari che condividono con molta parte della montagna piemontese condizioni di elevata qualità ambientale e paesaggistica, ma anche vulnerabilità e marginalità dal punto di vista socio-economico.

Certamente, non si vuole qui sostenere l’idea, ormai del tutto anacronistica, della montagna quale luogo di una naturalità perduta, retaggio e insieme testimonianza di un tipo di economia arcaica, poco competitiva, e in qualche modo contrapposta rispetto alla città, che a questi territori guarda unicamente per reperire risorse o trovare nuove occasioni di svago, sport e divertimento.

È questa una visione che, affermatasi negli anni successivi al secondo dopoguerra, forse ancora sopravvive in alcuni discorsi politici, ma che ha oggi dimostrato ampiamente i suoi limiti. Tanto a livello europeo, quanto a livello italiano, i dati della ricchezza pro-capite dimostrano come alcune tra le realtà più ricche e dinamiche si localizzino in contesti di montagna e, in modo particolare, alpini, determinando una grande varietà di situazioni di sviluppo. L’associazione tout court tra montagna e territorio marginale appare dunque semplicistica e distorta, esito di una visione urbano-centrica delle terre alte, oggi ampiamente superata.

Ma se la dimensione naturale e paesaggistica non può essere l’unica lente attraverso cui guardare ai territori di montagna, essa continua altresì a esserne l’elemento di maggiore connotazione.

Da un lato, le condizioni stesse di limitata accessibilità e ridotta antropizzazione dei territori di montagna rappresentano condizioni favorevoli all’accumularsi del capitale naturale in termini di biocapacità (agricola, forestale e dei pascoli) e capitale paesaggistico, che rappresentano i fattori di vera specializzazione della montagna rispetto alla pianura e alla collina.

Dall’altro alto, è lecito attendersi che nel prossimo futuro le dotazioni naturali delle terre alte (minerali, specie animali e vegetali, fiumi, prodotti agricoli ecc.) diventeranno una risorsa sempre più rara e ambita per un numero crescente di impieghi (manifatturiero, energetico, turistico, sanitario e della salvaguardia territoriale) contribuendo così ad accrescere il vantaggio competitivo di comuni e regioni montane.

In questa direzione, ossia verso l’identificazione di strategie di sviluppo capaci di riflettere e valorizzare le peculiari dotazioni naturali e paesaggistiche dei territori montani, si muovono i contributi che formano il presente numero.

Elisabetta Cimnaghi, in particolare, propone una riflessione sulla possibilità di impostare politiche di sviluppo sostenibile per le terre alte a partire dalla valorizzazione delle specie animali selvatiche che popolano questi territori. Per questo, l’autrice propone come esempio virtuoso di tutela e valorizzazione il caso del Centro faunistico Uomini e Lupi nel Parco Naturale delle Alpi Marittime. L’analisi mostra, in particolare, gli effetti positivi che questa struttura produce in termini di educazione ambientale, avvicinamento dei visitatori alle risorse ambientali della montagna e apprendimento del valore della montagna quale ecosistema da proteggere e valorizzare in un’ottica di turismo sostenibile.

Su un tema simile si cimenta anche Federico Boario che si interroga sulla possibilità di sperimentare forme di approccio maggiormente sistemico alla gestione del lupo e di altre specie animali selvatiche, quali cinghiali, caprioli e branchi di cani selvatici. Alla base della proposta dell’autore vi è infatti la consapevolezza del fatto che, sulla presenza del lupo in montagna, esistano istanze fortemente conflittuali a seconda che si prenda in considerazione il punto di vista degli animalisti, dei turisti o degli agricoltori e allevatori locali.

Il contributo di Angela de Candia e Giulia Melis si concentra invece su un caso di approccio integrato alla pianificazione per uno sviluppo sostenibile delle aree protette. Assumendo sempre l’esempio del Parco naturale delle Alpi Marittime, le autrici si focalizzano sul caso studio del Piano Integrato Transfrontaliero (PIT) “Marittime Mercantour” quale interessante tentativo di integrare, entro un quadro pianificatorio di tipo trans-frontaliero, i diversi strumenti di pianificazione territoriale e settoriali che agiscono sul territorio del Parco perseguendo, talvolta, obiettivi differenti ed eventualmente conflittuali.

Angioletta Voghera e Valerio Avidano, infine, analizzano un’esperienza di governance partecipata nel territorio del torrente Tinella realizzata attraverso lo strumento del Contratto di Fiume (CdF). Nell’ottica degli autori, è questo uno strumento che può essere utilmente applicato in contesti marginali e ad elevata naturalità come quelli che connotano molta della montagna piemontese. Più specificatamente, il CdF può contribuire anche alla riappropriazione di saperi connessi alla salvaguardia idrogeologica, alla valorizzazione ecologica del territorio, nonché allo sviluppo di pratiche agricole multifunzionali, indirizzando le comunità rurali nella costruzione dal basso di un più ampio disegno di sviluppo territoriale alla scala regionale e interregionale.

In sintesi, per quanto focalizzati sullo studio di una specifica porzione delle montagne piemontesi (le Alpi marittime), i contributi qui presentati permettono di identificare alcune indicazioni generalizzabili sull’implementazione di politiche di sviluppo basate sulla valorizzazione delle risorse locali.

Innanzitutto, si trova conferma del fatto che la risorsa ambientale, sebbene ostacolata dai fattori di vulnerabilità̀ territoriale, pressione antropica e impedenza, è di gran lunga l’atout principale su cui puntare nei processi di sviluppo in montagna. Nello stesso tempo, è evidente che tale risorsa non possa essere gestita in modo del tutto sconnesso rispetto alle dinamiche e esigenze che attraversano il resto del territorio regionale. Piuttosto, per essere ben utilizzata entro processi di sviluppo sostenibile e di lungo periodo, necessita di condizioni di moderata ‘urbanità’ o ‘civitas’ (come suggerito da alcuni recenti scritti di Dematteis), attraverso cui perseguire un mix bilanciato di obiettivi di sviluppo economico, infrastrutturazione e salvaguardia ambientale. Obiettivi che, però, per la loro definizione necessitano di una conoscenza più realistica della montagna, delle sue risorse e delle sue potenzialità, che superi definitivamente la retorica urbano centrica della montagna marginale e bisognosa di interventi assistenzialistici. Solo così si può pensare di attuare una strategia comune di valorizzazione consapevole e condivisa delle risorse montane che superi i molti limiti che ancora connotano l’intervento e l’investimento in montagna.