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Editoriale n.20 – le aree protette del Piemonte laboratori per integrare territori e per superare divisioni culturali

di Ippolito Ostellino – Aree protette del Po e della Collina torinese

Con la L.R. n. 19/2009 la Regione Piemonte si è dotata di una nuova legge con la quale è stato riordinato il settore della gestione delle aree protette, dopo la sua nascita sancita con la legge n. 45 del 1975. Il primo riordino era avvenuto con la legge 12/90 alla quale seguì il repentino aggiustamento (con la legge n. 36) due anni dopo, necessari per adeguare l’apparato normativo a quello nazionale che aveva visto la luce (dopo decenni di dibattito parlamentare) nel 1991, con la legge n. 394.

Un riordino appunto, ma non una vera riforma, essendo stato riconfermata l’architettura di base e l’impianto giuridico gestionale, mentre si è messo mano ad una semplificazione della composizione degli organi e del numero degli enti, oltre che ad una serie di altri interveti semplificativi legati alle procedure dei piani. Particolare elemento di rilievo innovativo e non solo gestionale organizzativo, è invece stato quello di aver integrato in un unico testo normativo le regole di gestione di Rete Natura 2000, coordinando i due filoni di tutela ambientale, quello europeo, derivante dalla Direttiva Habitat, e quello regionale, figlio delle scelte nazionali.

Negli anni più recenti tuttavia il panorama ha presentato diversi elementi innovativi che spingono a riflettere in termini più generali, verso una possibile “riforma”. Gli elementi e le esperienze non mancano dato che nel frattempo le aree protette e i loro enti gestori hanno accumulato un notevole bagaglio di esperienze, spesso non sistematizzate e non compiutamente raccontate. Una informazione in tal senso è mancata anche in Piemonte e l’organo di informazione dei parchi, Piemonte Parchi (che ha chiuso la sua stagione editoriale cartacea proprio in questo 2013) non ha potuto approfondire gli elementi politici e gli aspetti gestionali ma ha riportato per lo più report geografici e naturalistici, anche in ragione della sua finalità didattico educativa e non di “House Organ” interno. Ecco quindi la ragione di questo numero che PolitichePiemonte dedica al tema, per far conoscere la ricchezza delle elaborazioni gestionali condotte dalle aree protette e dare modo di riflettere in termini più strategici e metodologici su quanto intorno ad esse si è mosso e soprattutto potrebbe muoversi nel caso in cui venissero viste da tutti, gestori compresi, non solo come elemento di mantenimento della biodiversità ma come laboratorio per l’avvio di politiche territoriali indirizzate in diversi settori di interveto. Sembrano infatti definitivamente superate le barriere culturali che affidavano ai parchi il solo obiettivo “naturalistico”, a fronte di una visione che li vede invece sempre più capaci di ottenere gli stessi risultati di conservazione tuttavia integrati a politiche e azioni di sviluppo locale e multidisciplinare. E’ su tutto questo che si gioca in sostanza la nuova stagione gestionale.

Conoscere meglio il lavoro svolto dai parchi risponde anche al loro “bisogno di futuro”, per i quali anche nel dibattito nazionale si richiede un loro definitivo e consolidato accreditamento, in una fase della storia del nostro paese dove giungono nuove spinte dalle realtà socio-economiche e culturali locali.

La mancanza di risorse regionali spinge a individuare forme di sostegno che aiutino le stesse finanze degli enti gestori promuovendo un ruolo più orientato al “mercato” che superi gli eccessi di un modello troppo adagiato su solo ruolo conservazionistico, che i parchi hanno in effetti mantenuto a partire dalla loro nascita, senza aprirsi ad un più costruttivo rapporto con l’economia locale dei territori.

La crescente domanda di fruizione naturalistica a “km zero”, conseguente anche alla crisi dei consumi delle famiglie, porta gli enti ad attivarsi per fornire una offerta e una proposta diversa e nuova che avvicini di più i cittadini all’utilizzo delle aree verdi, specie per le aree protette periurbane e non solo.

Anche le emergenti esperienze e le elaborazioni intorno alla costruzione di nuove economie intorno al tema dell’impresa e dell’imprenditoria “green” spingono a vedere nelle aree protette territori di sperimentazione e fuochi intorno cui attivare percorsi nella direzione dell’utilizzo sostenibile della risorsa ambientale.

Un ulteriore elemento è poi rappresentato dalla crisi istituzionale che spinge verso lo scioglimento degli enti di livello intermedio e che interessa non solo le Province ma anche le “unioni dei comuni” e il livello dell’intercomunalità, cioè il livello territoriale che interessa e contraddistingue gli enti gestori delle aree protette. In questo quadro essi possono venire a trovarsi nella posizione di interlocutori, non certo sostitutivi dei servizi, per la pianificazione e la gestione di attività green di area vasta.

I parchi sotto questo ultimo profilo sono una realtà che ha saputo interpretare la necessità

di ricostruire o costruire nuove identità territoriali, come testimoniano la partecipazione anche con ruoli di capofila, ai programmi territoriali integrati promossi dalla Regione in questi ultimi anni o le iniziative di marchio territoriale. Progetti che hanno assunto un ruolo attivo che è andato oltre la protezione, incentivando la collaborazione istituzionale fra attori e settori diversi della gestione territoriale. Un ruolo non sempre facile, che spesso ha incontrato ostacoli o diffidenze, in una realtà locale che non è ancora orientata con determinazione a promuovere attività di cooperazione, ma che certamente rappresenta la chiave e il metodo per individuare nuove e più innovative forme di gestione.

Sono quindi diversi e molteplici i motivi che spingono ad un momento di analisi anche per comprendere che l’esperienza dei parchi è una esperienza di laboratorio territoriale che in anni non sospetti ha investito sul tema dell’ambiente, che oggi è visto come uno degli asset per uscire dalla crisi. Questi enti non sono solo centri di costo ma centri di esperienza e costruzione di nuovi modelli di integrazione territoriale che hanno nella loro agenda insieme alla mission della conservazione della natura un approccio orientato alla valorizzazione dei beni territoriali. I temi sono vari e alcuni sono raccolti in questo numero attraverso testimonianze che aiutano a orientarsi nella diversificata realtà delle aree protette: dal tema del significato che rivestono per le reti istituzionali e per le politiche integrate di territorio, anche su scala transnazionale, al tema dell’integrazione settoriale, e non solo geografica, per la gestione ambientale ed ecologica, al marketing territoriale, alla promozione del turismo, alla conservazione e fruizione dei beni culturali.

Un sistema così articolato necessita di rapporti forti tra le politiche regionali e quelle nazionali. Anche su questo risvolto occorre una riflessione che proponga nuovi modelli grazie ai diversi strumenti che la legge 19/2009 mette a disposizione. Dalla nascita delle aree protette infatti gli enti sono stati visti e gestiti come uno strumento di delega totalmente locale ai quali è stata affidata una responsabilità di gestione locale, sebbene con finanza regionale. Questo modello nel tempo ha mostrato le sue rigidità in quanto le regole di riferimento hanno impedito di svolgere un’azione attiva di coordinamento regionale, che è stato affidato alla buona volontà delle gestioni e delle diverse legislature. La legge 19 istituisce a questo proposito, per la prima volta, due organismi, rappresentati dalle conferenze dei Presidenti e dei Direttori e coordinati dall’Assessorato e dalla Direzione competente. Si permette così di avere una sede formale e riconosciuta dove poter affrontare sia la programmazione che la gestione locale degli enti e si pongono le premesse per un rapporto e un dialogo con il livello nazionale. Dalla legge 394/91 ad oggi le aree protette di interesse nazionale, i parchi nazionali, hanno vissuto una gestione separata dai contesti regionali e il Ministero Ambiente non è stato in grado di costruire una politica di rete che mettesse a frutto le ricchezze e le esperienze presenti e rispondesse alle opportunità apertesi a scala europea, dove le risorse sotto diversi profili e per destinazioni ambientali sono presenti.

Questo insieme di riflessioni muovono verso una piattaforma programmatica delle politiche regionali per la strutturazione di una rete integrata nazionale ed europea che è la premessa per porre le basi per una nuova riforma che collochi il sistema di gestione delle aree protette dentro agenzie territoriali di sviluppo. Il tema del confronto fra conservazione e sviluppo locale non può cioè essere solo presente nel dibattito teorico ma deve essere interpretato e collocato in concrete attività di gestione locale, mettendo a disposizione queste strutture per le politiche di area vasta: luoghi e sedi per “nuovi progetti ambientali”.

Si tratta in ultimo ma non per ultimo, di accettare anche la visione che colloca i progetti di un parco in contesto più alto e complesso, che ha a che fare con il grande tema delle identità dei territori e delle memorie storiche delle comunità. In una battuta si potrebbe dire “Si fa presto a dire parco”: dietro i progetti di istituzione di queste realtà siamo stati infatti troppo abituati a vedere un ente, una iniziativa di legge, carte e finanziamenti. Ma esiste anche altro: esistono i tentativi di ridare un progetto di riconoscibilità dei territori, in specie quelli montani ma non solo, una ridata identità a luoghi e spazi locali che hanno vissuto il secolo del 900 come una intera stagione di perdita di ruoli e significati, dove la natura ha certo anche ripreso suoi spazi, ma dove le comunità si sono disperse e sfilacciate. I parchi hanno spesso rappresentato anche un progetto di ricostruire il volto di territori, specie quando hanno saputo svolgere un ruolo di “editore” dei beni e dei valori di una area geografica. Un parco dice Fausto Giovannelli “Doveva essere il custode e il talent-scout di un senso di comunità e di un orgoglio identitario moderni”. Un progetto quindi che dalla conservazione della natura diviene strumento per fondare le motivazioni e le identità di un territorio, riprendendo a lavorare a partire dalle memorie della storia naturale, economica e sociale locale: un progetto di matrice sociale e culturale quindi, e non solo ambientale, che mira a radicare il progetto ambientale con la dimensione storica di uno spazio geografico.

A queste necessità e nuove sfide occorre guardare accettando che la legge 19/2009 ha rappresentato un passo importante di riordino, dalla quale partire per confrontarsi con gli esempi europei e le loro esperienze.

In questo numero sono raccolti alcuni contributi che aprono una finestra sull’esperienza delle aree protette delle quali oggi non è tesaurizzata e condivisa la notevole mole di attività lavoro, che qui si propone di vedere organizzate per ‘casi-esempio’ lungo una linea di conoscenza che collega conservazione e sviluppo, natura e cultura, territori e sostenibilità ambientale.