Speciale Province
a cura di Fiorenzo Ferlaino e Stefano Piperno – IRES Piemonte
L’intento di questo numero speciale di Politiche Piemonte è quello di fornire strumenti conoscitivi ai soggetti decisori che si trovano a dover compiere delle scelte relative al riordino delle province. Su tale questione esistono riflessioni e studi fatti dall’IRES, dall’Università e il Politecnico di Torino, dalle stesse strutture regionali e di alcune province maggiori.
L’articolo di Davide Barella ripercorre i quadranti socioeconomici e territoriali del Piemonte: quello del Nord-Est i cui territori, sebbene articolati, si inseriscono in un sistema consolidato (che non riguarda solo la regione del Piemonte) che è stato definito delle PLAC, delle province del laghi delle Alpi centrali. E’ un sistema che è affrontato anche dal pezzo di Sara Levi Sacerdotti, che mette in luce le sue basi produttive fatte di turismo montano e soprattutto lacuale e di distretti industriali che, sebbene in difficoltà, configurano questo ampio territorio. Il quadrante Sud-Est è analizzato dal pezzo di Cristina Bargero. Emerge un territorio pluricentrico, caratterizzato dalla diversità cui sempre più è richiesto coordinamento e sinergia. Il quadrante Sud-Ovest è quello dell’agroindustria, del turismo alpino, della cultura enogastronomica, che ha mantenuto nel tempo una forma unitaria di gestione provinciale e i cui frutti si vedono nella crescita del PIL e nella dinamicità dei suoi sottosistemi. Il quadrante Nord-Ovest che si configura nella piana meccatronica, nel centro regionale dei servizi, nel rapporto tra l’area metropolitana di Torino e il suo territorio di relazione, montano e non, che interessa l’intera provincia con legami più forti verso le province del Sud. Francesca Rota analizza nello specifico questi legami fornendo l’articolazione locale del Piemonte e dei suoi sottosistemi in Ambiti di integrazione territoriali (Ait), utili nel caso si scegliesse non tanto la strada dell’accorpamento provinciale quanto quella della loro riarticolazione. Infine, ma non per ultimo, viene fornita nel Dossier una ricostruzione storica delle province torinesi che parte dai sei dipartimenti napoleonici delle acque, per giungere a sintesi nei quattro quadranti socio-economici dell’unità d’Italia e infine nelle otto province attuali. Una ricostruzione che evidenzia il permanere di invarianti territoriali non soltanto fisiche ma anche sociali, demografiche, economiche.
La questione provinciale si lega al dibattito sul federalismo e sul decentramento e riordino delle funzioni degli enti locali, che ha assunto in questi anni toni e argomentazioni discordanti e spesso contraddittori. Sono però emerse da tempo delle invarianti che muovono verso un nuovo ordine territoriale e una nuova organizzazione amministrativa. I requisiti richiesti dal governo Monti per garantire la sopravvivenza delle amministrazioni provinciali (superficie di almeno 2.500 chilometri quadrati e popolazione residente non inferiore a 350mila abitanti) si muovono all’interno di queste invarianti.
La prima invariante deriva dal processo di globalizzazione in atto che vede una riorganizzazione dei mercati interni e dei territori proiettarsi su una nuova scala. In letteratura questa invariante è definita col concetto di rescaling. I territori che determinano la competizione si chiamano Brasile, Cina, India, Stati Uniti, Unione Europea, Russia, ecc.. Tutti stati federali o confederazioni di grandissima dimensione. La tendenza a questo ampliamento di scala è poi evidente nella ridefinizione dei mercati interni; oltre la UE si hanno moltissime iniziative in tal senso che, nel bene o nel male, con riprese e cadute, muovono verso ampliamenti dei mercati interni a un livello di scala che all’IRES abbiamo definito “quasi-continentale”. Le iniziative non mancano, si pensi ad esempio al North American Free Trade Agreement (Nafta), all’ Association of South-East Asian Nations (Asean), al Mercado Común del Sur (Mercosur), al Gulf Cooperation Council (Gcc), ecc.. La competizione delle reti lunghe si gioca entro processi di riterritorializzazione di scala quasi-continentale, con organizzazioni efficienti, standard elevati di produttività e qualità, istituzioni e servizi adeguati e performanti. Entro questo processo i sistemi locali (Regioni, Province, Comuni) subiscono la stessa dinamica di rescaling verso strutture e organizzazioni più ampie, intercomunali, macroregionali. Le Province non sono da meno e pertanto una loro rifunzionalizzazione implica una razionalizzazione della attuale maglia, che colga gli aspetti territoriali salienti, evidenzi le differenze e metta a sistema le complementarietà dei territori locali.
Dalle analisi dell’IRES i “quadranti dello sviluppo” del Piemonte appaiono strutture di lungo periodo, territori che fin dall’unità d’Italia esprimevano una loro organizzazione e configurazione economico-sociale che si riconosceva , appunto, sotto la Provincia. Nel tempo, come si può vedere dagli articoli e dal dossier storico di questo numero di Politiche Piemonte, tale configurazione è emersa nelle sue articolazioni e vocazioni, tanto da richiedere la nascita di nuovi enti locali provinciali. E’ un processo che non ha interessato solo il Piemonte e che trova nei Sistemi Locali del Lavoro (ISTAT) la sua massima espressione. In Piemonte quest’ultima è stata meglio configurata dalla partizione degli ‘Ambiti di integrazione territoriale’ (Ait) voluti dalla Regione Piemonte, cioè da quei sistemi locali che racchiudono al loro interno l’autocontenimento delle reti di relazioni, sia tra i soggetti territoriali orientati alla costruzione di una progettualità collettiva sia dei flussi pendolari casa-lavoro, dei servizi residenziali e della mobilità per il consumo, intorno a un centro significativamente importante e riconosciuto. I 33 Ait registrano molto bene i sistemi locali regionali e articolano le caratterizzazioni dei quadranti del Piemonte.
La seconda invariante è la crisi fiscale dello stato. Al necessario rescaling, atto a spingere verso forme organizzative e di coordinamento più efficaci e efficienti, si affianca la necessità di avviare un rigoroso processo di consolidamento fiscale in linea con i sempre più stringenti parametri europei. Lo spread, di cui tutti sentiamo parlare, non misura solo il differenziale finanziario tra gli stati ma anche (e sempre di più) il differenziale in termini di efficiente articolazione territoriale dei governi. La politica di riduzione del numero dei comuni e delle province avviata con gli ultimi provvedimenti governativi va in questa direzione. In Piemonte le province, stando ai decreti “Salva Italia” e della “Spending review”, dovrebbero ridursi a quattro o cinque (auspicabilmente riconducibili ai quadranti) e i loro organi essere basati su una elezione indiretta da parte dei consiglieri comunali, a eccezione della futura provincia metropolitana di Torino il cui Presidente potrà essere eletto anche dalla popolazione (dipenderà dallo Statuto provvisorio che sarà adottato dalla Conferenza metropolitana entro il 31 ottobre del 2013). Considerato il taglio anche storico di questo numero è bene ricordare come fra gli anni Settanta e Ottanta in Piemonte si fosse effettuato un interessante e innovativo tentativo di ridimensionamento del ruolo delle province, creando un nuovo soggetto, i Comprensori (erano 15), intermedio fra le Regioni e i Comuni, a elezione indiretta e con compiti esclusivi di supporto della politica di programmazione economica e territoriale regionale. Il nuovo modello per certi aspetti può esser ricondotto a tale esperienza, esauritasi nell’arco della seconda legislatura regionale. Per anni e soprattutto nell’ultima campagna elettorale si è quindi parlato di riduzione se non della soppressione delle Province, a fronte di una crescita del loro numero dovuta, spesso, più a pressioni localistiche che funzionali. A questa contraddizione si cerca oggi di porre rimedio e ci auguriamo che il ventaglio di analisi e riflessioni, qui presentate, possano offrire un contributo utile ai decisori regionali.
In conclusione, la globalizzazione non è “La fine dei territori” (Bertrand Badie, 1996) quanto piuttosto la loro emersione e il loro calarsi in sistemi economici con confini sempre più ampi, dotandosi di competenze crescenti, istituzioni efficienti, imprese in grado di operare in rete e competere a livello internazionale, adeguata coesione sociale e capacità di valorizzare le peculiarità territoriali. La globalizzazione richiede cioè un surplus di territorio ed è per questo che anche la questione provinciale è importante e deve essere affrontata sulla base di un bagaglio analitico adeguato. E’ una occasione da non perdere.