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Editoriale: parchi come piattaforme per lo sviluppo locale

di Paolo Castelnovi – Architetto

L’inverno è la stagione giusta per le potature. Nella crisi la politica imita il giardiniere e taglia le istituzioni ramificate per ridare salute alla pianta dello Stato. Ma mettendo la motosega in mano ad inesperti si rischiano capitozzature selvagge e danni gravi. Ad esempio si tagliano Province e Comunità montane e nessuno sa come affrontare i temi d’area vasta, dallo sviluppo locale alle reti ecologiche, dai distretti produttivi ai piani di gestione dei servizi e delle infrastrutture, se si hanno come strumenti istituzioni elettive solo statali, regionali e comunali.

In un paese in ritardo biblico nell’organizzazione territoriale, si demoliscono le poche istituzioni che avrebbero il compito di saldare la scala comunale, ormai evidentemente sottodimensionata rispetto ai problemi più gravi del territorio, con la scala delle strategie di sviluppo che possono dare soluzioni, valutate in sede europea e che consentono economie di scala sostenibili.

Il legislatore è contradditorio: demolisce le istituzioni d’area vasta e dall’altra riconosce, in via indiretta e nelle norme di settore, che quella è la scala giusta per affrontare i temi ambientali, paesistici, d’integrazione sociale e produttiva, di sostenibilità dei servizi e delle reti infrastrutturali locali.

D’altra parte non si percepiscono ravvedimenti, neppure tardivi, al vizio italiano di pianificare in modo regolativo e senza preoccupazione per gli aspetti gestionali. La crisi della funzione pubblica si affronta con regole, sempre più generiche ed euristiche. Regole che i pochi soggetti gestionali (sul territorio in pratica solo i Comuni)sono costretti ad ingurgitare e a tramutare acrobaticamente in pratiche sostenibili di erogazione dei servizi e in ricerca di equilibri nel comportamento dei cittadini. Senza nessuna strumentazione che non sia l’applicazione più o meno rigida di norme che troppo spesso si rivelano inadatte, non fosse altro che per essere state pensate in assoluto e senza attenzione alle specificità e alla complessità dei casi che si verificano nella pratica operativa gestionale.

Il mancato riconoscimento del ruolo degli aspetti gestionali nel governo del territorio ha fatto prevalere in Italia la cultura delle regole (o viceversa, ormai non importa sapere chi ha fatto l’uovo e chi la gallina). Invece in altri paesi ormai si sono consolidate procedure che utilizzano prevalentemente i programmi operativi e non i piani fatti solo di norme. Gli strumenti degli enti sono gestionali, assegnati ad incentivi mirati alla circolazione delle buone pratiche, all’adozione di standard prestazionali, alle raccomandazioni e al monitoraggio sistematico degli effetti di politiche con le relative correzioni in itinere, con norme eventualmente aggiunte ma già implicite nei programmi.

Nel deserto delle competenze integrate di gestione del territorio alla scala intermedia brilla, come il monoculus in orbe caecorum, il caso unico dei Parchi. Le aree protette sono dotate di una legge che, dopo una lunghissima gestazione, dal 1991 individua per il loro governo un Ente di gestione, strumentale dello Stato o della Regione, bilanciato poi da un soggetto che cura gli interessi delle comunità, espressi da delegati degli enti locali coinvolti.

La fase recessiva che sta minando anche l’attività degli Enti Parco non inficia l’importanza di questa impostazione ormai storica: un soggetto istituzionale diverso da un Comune che può partecipare fattivamente ad amministrare un territorio ampio, curandone la gestione senza avere come fine l’uso produttivo ma la valorizzazione delle risorse.

Infatti i parchi hanno l’unico ente di gestione che ha per statuto la sostenibilità. La legge parla di sostenibilità ambientale ma la storia dei parchi si può sintetizzare come la risposta alla necessità di allargare la sostenibilità ambientale in quella economica.

Infatti le difficoltà di sviluppo ordinario dei territori marginali interessati dai Parchi hanno fatto intravvedere negli Enti di gestione l’unico soggetto che potesse convogliare investimenti e occasioni di lavoro. La pressione delle condizioni reali ha favorito l’affermarsi di una riflessione etico-politica: nelle aree protette si può sperimentare un’innovazione strutturale per la gestione del territorio, che coniughi valorizzazione delle risorse primarie con il loro utilizzo sostenibile. L’economia può ritornare ad essere quel che indica l’etimo: regola per la vita. Sistema operativo dell’ecologia. Ma questo ruolo strutturale e rivoluzionario è rimasto troppo spesso una potenzialità non maturata in azione: solo pochi Enti parco sono riusciti ad uscire da una visione settoriale dei propri programmi, ridotti ad una custodia ambientale, e a diventare effettivamente piattaforme per lo sviluppo locale sostenibile. La difficoltà ad elaborare, comunicare e rendere convincenti visioni integrate della “mission” territoriale è emersa, più ancora che nelle amministrazioni, nei team tecnico scientifici che hanno curato i piani e i programmi per accedere a risorse comunitarie o statali. Troppo spesso i gruppi interdisciplinari sono rimasti collazioni di competenze non collaboranti, in cui l’analisi ha prevalso sul progetto. Troppe volte non si è riusciti a coniugare in una sintesi progettuale le risorse primarie disponibili, unendo le risorse ambientali non solo a quelle storiche delle testimonianze del passato ma anche a quelle del know how diffuso di manutenzione del territorio, di utilizzo dei beni comuni, di senso di comunità degli interventi pubblici.

In estrema sintesi i tecnici non sono quasi mai riusciti a proporre un modello interpretativo dei luoghi olistico, comprensibile a chi non è specialista, a condividere un progetto di paesaggio (nel senso complesso del termine, che comprende la natura, la cultura e la sensibilità di chi utilizza e vive i luoghi) che maturasse nel tempo e che rendesse convincente la prospettiva proficua di un uso corretto delle risorse disponibili.

Quasi in ogni caso è mancata un’adeguata presa in carico, nei piani, del coinvolgimento della popolazione, degli operatori locali, della comunicazione e comprensione delle proposte. Sono tutte procedure essenziali per un’efficace gestione dei programmi di avvio allo sviluppo, che devono radicarsi progressivamente nell’attività ordinaria degli abitanti e dei turisti, devono diventare sperimentazione e poi consuetudine di comportamenti, passa parola di valori, accumulo di piccoli valori aggiunti che diventano utili e significativi nel tempo e diventano “proprietà culturali” dei paesaggi locali.

Non sperimentando e mettendo a frutto le relazioni con le “proprietà culturali”, spesso i parchi sono stati vissuti localmente solo come portatori di regole a vantaggio di entità astratte, antagoniste a quelle che, ai poveri di immaginazione e di progetto, paiono le uniche possibilità di sviluppo: per lo più quello becero, turistico o industriale, che consuma malamente le risorse di territori marginalizzati dall’esodo dell’agricoltura.

I fallimenti conseguenti a questa fase perversa sono comunque da attribuire alla rarità e alla timidezza di credibili programmi alternativi allo sfruttamento insostenibile di risorse povere. Di fatto è emersa l’incapacità degli Enti di tenere duro per il tempo necessario, per riuscire a farsi portatori prima del racconto e poi della messa in pratica di progetti che segnassero una modalità diversa di valorizzare le risorse: rimanendone le comunità locali proprietarie senza perderle ed offrendole equilibratamente ai visitatori.

Ove e quando gli Enti parco sono riusciti a sperimentare partenariati pubblico-privato di lungo periodo e collaborazioni interistituzionali tra enti a scala diversa, hanno cominciato a disporre di strumenti di gestione operativi. Ma soprattutto la sperimentazione ha spinto verso la ristrutturazione di concetti economici fondamentali, da basare su strategie di lungo periodo. In un progetto con orizzonti temporali di 20 o 30 anni, ogni soggetto partecipa se si pone il problema della sostenibilità, se rinuncia a pensare solo per sé, se introduce nella strategia bilanci intergenerazionali. Questo comporta abbandonare il denaro come unico riferimento per i bilanci e appoggiarsi al più fondamentale strumento di qualità della vita in un sistema democratico: il diritto all’uso perpetuo delle risorse territoriali e quindi la necessità intrinseca di rendere sostenibili i cicli d’uso.

Questo insegnano gli strumenti più interessanti attivati dai parchi virtuosi, in quanto reintroducono i temi dei cicli naturali, della loro relativa autonomia e riproducibilità, della possibilità di far apprezzare il valore dei beni comuni e quindi di disporre di energie e investimenti indirizzati a quei territori non per un dovere etico astratto ma per un preciso disegno di economia produttiva sul lungo periodo.

Questi progetti, o almeno gli accordi tra i soggetti che li hanno animati, mostrano una resilienza che oggi viene a galla, perché resiste più di ogni altro programma al blocco dei finanziamenti pubblici per interventi a fondo perduto e in funzione solo assistenziale del territorio. I programmi che si fondano su assi di azione economica sostenibili, una volta avviati, non vanno in crisi solo per l’inaridimento delle fonti statali o comunitarie ma semmai per la carenza generale di capacità di investimento delle famiglie o degli operatori nella fase attuale, come avviene per le imprese sane.

Qualche esempio di risorse che sostengono progetti virtuosi, avanzati da enti di gestione di aree protette:

o i pesci e gli uliveti di Torre Guaceto, una riserva sul litorale leccese che è gestita in accordo con i pescatori e i coltivatori in modo da rendere sostenibile la loro attività, potenziando la qualità dei prodotti insieme alla qualificazione ambientale dell’intero ecosistema. Chi fa il turista sulla spiaggia a prendere il sole, si accorge nel giro di poche ore che è un intruso (benvenuto) tra mare e campi che sono luoghi produttivi, parte di un sistema di riproduzione naturale utilizzata in modo equilibrato;

o le miniere e il litorale della Val di Cornia, gestiti da una società pubblica (consorziale di 5 comuni) per la valorizzazione di aree archeologiche e naturali, i cui costi sono equilibrati dai cespiti derivanti dal turismo. La cura di luoghi di difficile fruizione (le miniere antiche) è bilanciata dal reddito prodotto da qualche chilometro di spiagge che sono state liberate da centinaia di costruzioni abusive e privatizzanti;

o le attività estrattive lungo il Po a monte di Torino, coinvolte in un masterplan (del Po dei laghi) curato dall’Ente Parco e sponsorizzato dal settore Cultura della Regione e dall’Associazione delle aziende estrattive che stanno recuperando le cave lungo l’asta del fiume, coinvolgendo una quindicina di comuni. Il masterplan, del 2012, costituisce un piano di fattibilità che mette a sistema i progetti di recupero in corso, già in stato avanzato (una decina di attività produttive in evoluzione verso la naturalizzazione e la fruizione da oltre 20 anni) ed evidenzia i vantaggi di un coordinamento del progetto fruitivo: greenway continue lungo il fiume, collegamento con i beni culturali e i centri storici nel territorio rivierasco, integrazione bici-auto-ferrovia lungo itinerari per il turismo giornaliero, ricettività agrituristica ed enogastronomica, offerta di luoghi per il tempo libero en plein air per attività diversificate e connessi, continuità delle attività estrattive confinate e contenute negli impatti ambientali. E’ un progetto che conta su risorse ormai quasi in pristino, con costi ormai ridotti per le infrastrutturazioni necessarie, che costituirebbe nel suo insieme un’offerta straordinaria ad un’area metropolitana che manca di questo tipo di servizi. E’ stato approvato da tutti ma manca di un finanziamento per la fase di avvio, esiguo al confronto dell’entità dei servizi che metterebbe in atto. La colpa dell’investimento mancato potrebbe essere la crisi generale, che prende pubblico e privato, ma potrebbe anche essere la spia dell’assenza di una visione integrata, che percorre gli enti locali e le capacità d’iniziativa privata, dei giovani residenti e degli imprenditori del turismo nell’area torinese, incapaci di prospettare una strategia innovativa d’uso di risorse finora trascurate. E in questo caso l’azione dell’Ente parco non riuscirebbe a vincere l’inerzia complessiva.