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Gli effetti del cambiamento climatico sulla salute

A cura di di Renata Pelosini, Cristiana Ivaldi (Arpa Piemonte), Giulia Reynaud (Intesa S. Paolo)

Il riscaldamento globale e i cambiamenti indotti sul sistema climatico sono in grado di modificare le condizioni di salute della popolazione e di tutti gli esseri viventi, sia in modo diretto, per effetto degli estremi climatici, come le ondate di caldo, sia indirettamente, influendo sui determinanti ambientali come la qualità dell’aria, l’integrità dei servizi ecosistemici, la disponibilità e sicurezza idropotabile e alimentare. Un aspetto globale particolarmente rilevante è la diffusione di malattie da vettori in zone non interessate fino a oggi, come la malaria, la febbre del dengue e molte altre, il cui ciclo di vita e la capacità riproduttiva sono influenzate positivamente dal cambiamento climatico.

Ad aggravare il quadro degli effetti conseguenti del cambiamento climatico sulla salute fanno da cerniera elementi di vulnerabilità importanti, e spesso determinanti, che non sembrano diminuire: l’invecchiamento della popolazione, la diminuzione delle risorse pubbliche dedicate al welfare, la povertà, le disuguaglianze sociali ed economiche, l’accessibilità alle risorse intangibili, la debolezza istituzionale. Tutti elementi, a oggi sottovalutati nella loro portata, come affermato dello stesso Panel Intergovernativo per i Cambiamenti Climatici (IPCC) nell’ultimo rapporto “Global warming of 1.5°C”, che evidenzia la differenza nella magnitudine degli impatti del cambiamento climatico limitando il riscaldamento globale a 1.5°C a fine secolo (rispetto alla temperatura del periodo preindustriale) in confronto ai 2°C (accordo di Parigi) o ai 3°C (tendenza attuale). Anche la rapida urbanizzazione e la mancanza di una pianificazione territoriale nell’ottica della sostenibilità aggrava gli impatti del cambiamento climatico, in modo particolare nelle aree urbane, che rappresentano un punto sensibile non solo per l’esposizione di persone e assetti infrastrutturali ed economici, ma anche in quanto centri di innovazione e di sviluppo.

Se consideriamo poi l’accezione più ampia di salute pubblica, quale stato di completo benessere fisico, psichico  e sociale che non deve arbitrariamente ed esclusivamente identificarsi con la completa assenza di malattie, come stabilito dall’Art.25 della Dichiarazione Universale dei diritti dell’Uomo e dalla nostra stessa Costituzione, lo spettro dei potenziali impatti del cambiamento climatico sulla salute si amplia e costituisce una importante minaccia alla tenuta dell’organizzazione sociale ed economica anche dei paesi occidentali. Gravi gli effetti indiretti conseguenti: i possibili conflitti, la minaccia per la coesione sociale, per la capacità di innovazione e di crescita espressa dalla società.

Se la salute pubblica rimane un obiettivo imprescindibile della società umana e l’impegno per il suo perseguimento rinnovato con il goal 3 dell’Agenda 2030, l’adattamento al cambiamento climatico, attraverso la riduzione della vulnerabilità e la messa in campo di azioni di prevenzione e protezione nuove, deve diventare una milestone dell’agenda politica e di tutte le sue articolazioni amministrative, implicando anche benefici indiretti su vasta scala.

Il recente rapporto dell’IPCC sopra menzionato, afferma con rigorosità scientifica che, per quanto riguarda la salute, gli impatti sono attesi anche solo con un aumento della temperatura globale di 0.5°C. Inoltre evidenzia come sia quasi  quasi certo (al 99%) che essi siano meno severi limitando il riscaldamento a 1.5°C a fine secolo rispetto ai 2°C, target degli impegni internazionali, per quanto riguarda in particolare la morbilità e mortalità dovuta alle ondate di caldo e all’esposizione all’ozono; molto probabile (90%) per quanto riguarda le malattie trasmesse da vettori, in particolare riguardo l’estensione degli areali. Molto dipenderà dalle azioni di adattamento che verranno messe in campo per ridurre la vulnerabilità e l’esposizione della popolazione.

L’urgenza di agire la leggiamo anche dagli effetti che già oggi sono riscontrabili e dalla considerazione che sistemi complessi, come lo è l’organizzazione sociale, si oppongono al cambiamento fino a un limite intrinseco al sistema stesso, e quando non sono più in grado di opporsi, si trasformano rapidamente e irreversibilmente.

 

  1. Gli effetti del riscaldamento globale sulla salute

Il cambiamento climatico si manifesta sia nelle tendenze di lungo periodo delle medie climatiche dei parametri meteorologici, sia nella frequenza e intensità dei loro estremi, positivi e negativi. Il cambiamento climatico non è infatti un processo lineare, ma una risposta del complesso sistema terra-atmosfera all’incremento antropogenico della concentrazione dei gas serra che vede un aumento complessivo dell’energia disponibile negli oceani e in atmosfera, determinando un’amplificazione degli estremi e una aumentata variabilità. La distribuzione di questo cambiamento non è uniforme sulla superficie terrestre e gli effetti sulla salute si manifestano in modo decisamente differente da luogo a luogo, anche perché fortemente mediati dalla vulnerabilità e dalla capacità dell’organizzazione sociale di reagire.

 

2.1 Le ondate di caldo

Gli effetti sulla salute determinati dagli estremi, dalle ondate di caldo alle alluvioni, alle precipitazioni rapide e intense, alle tempeste di vento, sono quelli che fanno contare il maggior numero di vittime e di persone coinvolte. L’Organizzazione Meteorologica Mondiale, nella pubblicazione “Atlante della mortalità e delle perdite economiche dovute al tempo, al clima e agli estremi meteorologici del periodo 1970–2012”, vede nelle ondate di caldo l’evento climatico che determina il maggior numero di vittime. Al primo posto l’andata di caldo del 2010 nella Federazione Russa, seguita dall’ondata di caldo del 2003 che ha colpito l’intera Europa, determinando un eccesso di mortalità nella popolazione più fragile di più di 55.000 unità, di cui più di 20.000 in Italia. L’Agenzia Europea per l’Ambiente stima che delle vittime per eventi climatici o meteorologici più del 65% sia dovuto alle ondate di caldo.

L’analisi sulla mortalità fatta da Arpa Piemonte a seguito dell’evento del 2003, dimostra che nella sola città di Torino sono stati registrati circa 600 decessi in più rispetto all’atteso. L’eccesso di mortalità registrato (+33%) è attribuito alle condizioni di caldo estremo del periodo e rappresenta il valore più alto mai raggiunto a Torino negli ultimi 50 anni. L’aumento della mortalità è stato rilevato principalmente nella popolazione delle fasce di età anziana (>64 anni) e molto anziana (>74 anni).

L’estate del 2003 ha visto infatti una notevole anomalia positiva di temperatura, in particolare nel mese di giugno e nella prima metà di agosto: la temperatura massima a Torino è stata superiore a 30°C per ben 66 giorni su 76, superiore a 35°C per 19 giorni, con un picco di 40.5°C il giorno 11 agosto. L’indice che misura il disagio fisico in condizioni di caldo-umido, ha evidenziato condizioni critiche di “pericolo” per 20 giorni e di “estrema cautela” per 54 giorni. Anche l’estate 2015 è stata critica per gli effetti del caldo sulla salute: quella del 2015 è risultata la seconda più calda nella distribuzione storica delle ultime 60 stagioni estive, dopo il 2003, con un’anomalia positiva di circa 2.4°C rispetto alla norma del periodo 1971-2000. Spicca il mese di luglio, risultato il più caldo di tutta la serie storica dal 1958 a oggi. A Torino l’impatto delle ondate di calore è stato particolarmente rilevante, su 124 giorni del periodo estivo esaminato, 84 (pari al 67.7%) sono risultati interessati dal fenomeno di ondata di caldo. Anche nel 2015 si è registrato un eccesso di mortalità: a Torino l’eccesso nella classe di età anziana (>64 anni) è stato pari al +22,9%.

   

Fig. 1 – Anomalia della temperatura massima rispetto alla media 1971-2000 sulla regione Piemonte relativa all’anno 2003 (a sinistra) e 2015 (a destra). In rosso le anomalie positive (temperature superiori alla media) e in blu quelle negative (temperature inferiori alla media). In rosa i valori massimi assoluti dal 1958 ad oggi, in azzurro i minimi. In giallo la fascia compresa tra il 5° e il 95° percentile.

Seppure il fattore climatico sia stato importante, dalle analisi effettuate è risultato che la fragilità socio-economica è stata un elemento di suscettibilità determinante nell’incremento di mortalità, aspetto che aggiunge un elemento di non-neutralità degli impatti del cambiamento climatico.

Se alla mortalità aggiungiamo l’incremento di morbilità che caratterizza le ondate di caldo si può ritenere che esse siano eventi climatici che determinano le perdite più ingenti e, nello stesso tempo, che prefigurano una serie più ampia di misure di contrasto applicabili.

Nella figura 2 sono individuati gli impatti delle ondate di caldo sulla città di Torino come valutato dal Gruppo di Lavoro intersettoriale della Città e la classificazione delle 98 azioni di contrasto individuate.

 

   
 

Fig. 2 – Esempio di valutazione qualitativa degli impatti delle ondate di caldo a Torino sui diversi comparti (a sinistra) e individuazione delle 98 azioni di contrasto suddivise in categorie (in alto a destra) e per tipologie di azione (in basso a sinistra).

 

2.2 Le malattie da vettori

Il cambiamento climatico ha già favorito la diffusione di un vasto numero di malattie da vettori in tutta Europa e questa tendenza è attesa in aumento. Gli effetti della globalizzazione e delle veloci interconnessioni è stata spesso la causa determinante dell’introduzione di vettori in luoghi dove non si erano mai riscontrati: un esempio noto è quello della zanzara tigre -Aedes albopictus- che trasmette malattie come la Zika, il virus Dengue e il Chikungunya, quest’ultimo responsabile di due importanti epidemie umane, in Emilia-Romagna nel 2007 e in Lazio nel 2017. Il riscaldamento ha, in questo caso, ampliato le aree di habitat favorevoli e influito positivamente sul ciclo di vita e sulla riproduzione. Un altro esempio è l’introduzione del virus West Nile, trasmesso dalla zanzara comune notturna (Culex pipiens): introdotto dagli uccelli migratori dall’Africa ha trovato, in particolare nel nordest italiano, condizioni ideali per il suo sviluppo. La sua aggressività, in termini di intensità e periodo temporale di attività, sembra essere positivamente correlata con le condizioni di temperatura e umidità, nonché di precipitazione e insolazione, come nell’epidemia che ha colpito il sud della Francia nel 2000. Questi virus si sono evoluti, concausa il cambiamento climatico, da patogeni emergenti a endemici. A questi nuovi patogeni si accompagnano spostamenti alle quote più alte e alle latitudini maggiori delle popolazioni di altri vettori (come le zecche, responsabili della malattia di Lyme e dell’encefalite TBE -encefalite da zecche-), favoriti da un clima più mite, anche se le dinamiche di diffusione di queste malattie è molto complessa e quantificare il ruolo del clima rimane una sfida.

Tuttavia, il diffondersi di nuovi casi, in Europa e in Italia (nel 2017, in Italia si sono verificati 125 casi di arbovirosi, di cui 5 da virus Chikungunya, 94 da virus Dengue e 26 da virus Zika), ha portato le organizzazioni internazionali e il ministero della Salute a promuovere iniziative per ridurre il rischio di trasmissione dei virus tramite la sorveglianza epidemiologica dell’incidenza sull’uomo e sugli animali, la prevenzione della trasmissione, la comunicazione del rischio e la formazione specifica degli operatori.

Oltre a cambiamenti dovuti a tendenze climatiche graduali, anche a episodi estremi possono essere associate epidemie improvvise. E’ il caso dell’ondata di caldo del 2010, che ha colpito in particolare la Russia, la Grecia e la Romania, che è stata la causa della diffusione rapida di una epidemia di febbre del Nilo, sia nell’uomo sia negli animali.

Quantificare gli impatti futuri sulla salute dovuti al clima è ancora più complesso che analizzare la situazione attuale, a causa dell’interazione e del forte ruolo che hanno i driver non climatici e delle capacità di adattamento che saranno sviluppate dalle società e dai sistemi sanitari. Un patto di alleanza tra ricercatori, sanità pubblica e cittadini, insieme a sistemi di sorveglianza e allerta in grado di individuare i precursori meteorologici delle epidemie favorite dai fattori climatici rappresenta un passo importante per la protezione della salute.

 

2.3 La diffusione dei pollini allergenici

Anche la diffusione dei pollini allergenici è condizionata dalle condizioni climatiche, poiché il ciclo di vita degli organismi vegetali è fortemente condizionato dalla luce e dalla temperatura. Le condizioni di siccità possono alterare le fasi della vita vegetale della pianta. Ogni qualvolta si verificano anomalie climatiche, le piante rispondono con variazioni nell’inizio e nella durata delle loro fasi vitali, compresa la pollinazione, cioè il periodo in cui la pianta emette polline dalle antere, misurata in termini di concentrazione di polline nell’atmosfera. Negli ultimi decenni si sono riscontrati anticipi, ritardi e variazioni della durata del periodo di pollinazione a causa degli eventi climatici anomali. Ad esempio il periodo caldo e asciutto del novembre-dicembre 2012 e 2014, quando la temperatura media è stata di diversi gradi superiore a quella climatologica, ha influito sull’anticipo della pollinazione di alcun specie  invernali, come le Corylaceae, allungando di fatto la stagione allergenica.

   
 

Fig. 3 – Anomalia della temperatura media sul territorio regionale della stagione autunnale (settembre, ottobre e novembre) del 2012 (a sinistra) e 2014 (a destra) in °C. In basso lunghezza del periodo di pollinazione a Torino delle Corylaceae.

Non solo l’emissione, ma anche la quantità di polline aerodisperso viene condizionato dal clima. Un esempio è dato dall’inverno 2015-2016,che è stato particolarmente secco: il 4° periodo secco più lungo degli ultimi 60 anni e dalla fine di ottobre 2015 all’inizio di febbraio 2016 il Piemonte non è stato interessato da precipitazioni significative (i giorni consecutivi con precipitazioni assenti o comunque inferiori a 5 mm sono stati ben 101).  Tutte le stazioni di monitoraggio della rete di Arpa Piemonte (Alessandria, Cuneo, Novara, Omegna, Torino stazione Università, e Vercelli) hanno registrato una variazione rispetto all’andamento atteso e rispetto alle serie storiche delle concentrazioni relative alle famiglie delle Corylaceae (Corylus avellana – il nocciolo) e delle Cupressaceae/Taxaceae. La concentrazione ad Alessandria, nella seconda decade di gennaio 2016 ha visto un picco di 5 volte superiore alla media mentre a Novara si è verificato un anticipo dell’inizio della pollinazione di un mese e un conseguente incremento della concentrazione di 4-5 volte rispetto alla media. Queste situazioni hanno determinato un impatto sulla salute della popolazione, con un anticipo dell’insorgenza dei primi disturbi nei soggetti più sensibili e un allungamento della stagione critica.

Anche in questo caso i fattori non climatici che intervengono in modo sinergico o concorrenziale ad aumentare il rischio sulla salute sono molteplici e la sola componente climatica non è sufficiente a spiegare completamente gli impatti, ma sicuramente gioca un ruolo importante. L’aumento di temperatura atteso nel corso del secolo e l’aumentata variabilità climatica, congiuntamente con un aumento della suscettività alle allergopatie, determineranno un impatto economico per il sistema sanitario e quello produttivo, incrementando la popolazione affetta.

  

2.4 La qualità dell’aria

Oltre alla presenza di pollini allergenici, anche la qualità dell’aria può essere influenzata dal cambiamento climatico. E’ quanto avvenuto con l’aumento delle concentrazioni elevate di Ozono nella bassa atmosfera in concomitanza delle ondate di caldo del 2003, quando il numero di superamenti per la protezione della salute (120 μg/m3 calcolato come media massima delle 8 ore, da non superare più di 25 giorni per anno civile) ha superato i 100. L’unico anno degli ultimi 10 in cui tale valor non è stato superato è stato il 2014, caratterizzato da un’estate molto piovosa. L’impatto sulla salute potrà essere rilevante, soprattutto se le politiche sulla qualità dell’aria che verranno adottate non riusciranno a ridurre la concentrazione in aria dei precursori (metano (CH4), ossidi di azoto (NOX), composti organici volatili non metanici (NMVOC) e monossido di carbonio (CO)).

La qualità dell’aria può essere influenzata anche dai residui della combustione dovuti agli incendi boschivi, come avvenuto nell’autunno del 2017, quando a Torino la concentrazione di polveri è aumentata drammaticamente (superando i 250 μg/m3) per il trasporto dei fumi degli incendi boschivi che stavano interessando tutta la fascia prealpina occidentale. Nella stazione di Beinasco (TO) sono stati raggiunti i 354 μg/m3, valore più alto mai registrato in Piemonte dal 2000. Anche nelle stazioni più prossime agli incendi, caratterizzate da un valore di fondo più basso, sono stati registrati valori record. A Pinerolo (TO), centro vicino agli incendi di Cantalupa e Cumiana, che usualmente non supera il valore limite di 50 μg/m3, è stata misurata una concentrazione di ben 204 μg/m3 il giorno 27 ottobre.

Fig. 4 – PM10 Medie giornaliere μg/m3) – Città di Torino. Nei giorni più critici dell’evento – vale a dire dal 24 al 27 ottobre – nell’area urbana torinese in media circa il 40% del PM10 è stimabile sia stato originato dagli incendi boschivi, tenendo conto sia del contributo primario diretto che di quello secondario dovuto alla trasformazione in particelle di sostanze emesse in origine in forma gassosa.

 

Il potenziale incendi boschivi è stimato aumentare con il riscaldamento globale, sia per l’aumento delle temperature e la scarsità di precipitazioni in alcuni periodi dell’anno, che favoriscono l’essicazione dl combustibile, sia per l’incremento della ventosità che ne favorisce la propagazione. Concause derivate dalla mancata gestione del bosco e dallo spopolamento delle aree rurali montane favoriscono il loro sviluppo, così come comportamenti individuali che devono essere adeguati al clima che cambia.

 

  1. Uno studio pilota: la città di Torino

Una analisi preliminare effettuata sulla città di Torino, con l’obiettivo di analizzare la connessione tra cambiamento climatico, aumento delle temperature e rischi derivanti dagli impatti delle ondate di calore a Torino, ha permesso di evidenziare come cambierà la frequenza e la durata delle ondate di caldo negli scenari climatici futuri e quale sarà l’impatto sulla salute.

Trattando i dati sanitari, quali i ricoveri ospedalieri, gli accessi al pronto soccorso e le chiamate d’emergenza e tenendo conto delle patologie potenzialmente connesse agli eventi estremi di temperatura, si evidenzia come, nell’andamento della serie storica, prevalgano gli effetti di provvedimenti e politiche sanitarie. Questo è evidente soprattutto considerando i ricoveri ospedalieri (serie storica 2003-2016), che mostrano una decisa diminuzione nel corso degli anni, ad eccezione per la classe over 65, per la quale si ha un aumento dell’1% annuo di ricoveri, che comunque non mostra una relazione attendibile con le variabili climatiche. Considerando i dati relativi agli accessi al pronto soccorso (serie storica 2006-2016) si evidenzia come l’esistenza di alcune fragilità dovute a patologie specifiche risentano delle ondate di calore: individui soggetti a malattie che si ritengono positivamente correlate al caldo estremo, si recano in ospedale in misura maggiore nei periodi di ondata di calore, con lag temporale di 1-2 giorni. La differenza, seppur non così elevata, pari a circa il 3% in più durante gli eventi di ondata di calore, è in parte rilevante se si considerano gli scenari climatici che prevedono per il futuro un aumento considerevole della frequenza delle giornate in ondata di caldo.

La correlazione che è risultata più significativa, oltre alla mortalità, è quella riguardante il numero delle chiamate d’emergenza, che si registrano in aumento durante le ondate caldo: nell’estate 2015, la seconda più calda degli ultimi 60 anni dopo il 2003, la media delle chiamate nelle giornate di ondata di calore è infatti superiore alla media con un incremento del 16% delle chiamate complessive e del 18% delle chiamate relative alle sole cause cardiocircolatorie e respiratorie.

  

 

   

Fig 5 – Andamento annuale del numero di giorni in ondata di caldo ed eccesso di mortalità dal 1985 al 2015.

Fig. 6 – Andamento delle chiamate complessive effettuate al 118 totali e per le due patologie selezionate (cardiocircolatorie e respiratorie), anno 2015.

La buona correlazione esistente tra la mortalità in eccesso nella classe di età anziana (>64 anni) complessiva annua e il numero di giorni estivi caratterizzati da ondata di caldo (0,903) ha consentito di costruire un semplice modello lineare per stimare l’impatto sulla mortalità delle ondate di caldo negli scenari climatici futuri.

Considerano due degli scenari socio-economici proposti dall’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change), l’RCP 4.5 (‘con mitigazione’) che prevede misure di mitigazione dei gas climalteranti in linea con l’accordo di Parigi, in modo da contenere l’incremento della temperatura media globale al di sotto dei 2°C a fine secolo, e lo scenario RCP8.5 (‘tendenziale’), che prevede non siano adottate misure di mitigazione efficaci, è possibile valutare come varierà la frequenza, l’intensità e la durata delle ondate di calore nel futuro. Si evidenzia che aumenterà in particolare la durata delle ondate di caldo e che il numero di giorni estivi complessivo in ondata di caldo tenderà a raddoppiare a metà del secolo e triplicare a fine secolo nello scenario con mitigazione, mentre in quello tendenziale tenderà quasi a quadruplicare a metà del secolo per poi continuare ad aumentare successivamente.

Anche l’eccesso di mortalità, seppur non si è tenuto conto dell’invecchiamento della popolazione e delle specifiche politiche di prevenzione che potranno essere adottate, incrementa in entrambi gli scenari, con eccessi medi che arrivano a superare quello del 2003 nell’ultimo trentennio del secolo, nello scenario climatico peggiore.

 

   

Fig. 6 – Stima del numero di giorni estivi in ondata di caldo (a sinistra) ed eccesso di mortalità nella classe over 65 anni nei trentenni 2011-2040, 2041-2070 e 2091-2100 e negli scenari futuri RCP 4.5 (con mitigazione) e RCP 8.5 (tendenziale), a Torino

 Sulla base di questi risultati, il 3% in più degli accessi al pronto soccorso che si è riscontrato per le ondate di caldo nell’estate 2015, potrebbe arrivare anche al 30% (RCP 4.5) o al 60% (RCP 8.5) entro fine secolo.

 

  1. Per concludere: Che fare? Fragilità e resilienza del milieu territoriale

I risultati, che possano essere considerati preliminari, sono concordi con la letteratura scientifica che stima un impatto sulla salute del riscaldamento globale quantificabile in termini di mortalità e morbilità. Attività di prevenzione specifiche si rendono pertanto necessarie da subito, con costi inferiori al danno che ne deriverebbe senza la prevenzione. Ulteriori approfondimenti riguardanti l’età, la distribuzione sociale, il livello economico e l’istruzione potrebbero portare inoltre a risultati più significativi e magari suggerire quali potrebbero essere le migliori politiche sanitarie, anche dal punto di vista costo-beneficio, in relazione ai cambiamenti climatici. Tuttavia, l’adozione di azioni di protezione della popolazione più fragile ed esposta implica una serie di co-benefit a livello sociale che concorrono al raggiungimento degli obiettivi dello sviluppo sostenibile.

I fattori di fragilità nei soggetti particolarmente a rischio, relativi ai cambiamenti climatici, possono essere ricondotti a tre gruppi: funzionali, clinici e sociali. La fragilità funzionale è relativa alle difficoltà di svolgimento di funzioni quotidiane (alimentazione, movimento, igiene personale, cura del proprio ambiente abitativo e alla riduzione della percezione sensoriale e della stabilità posturale). La fragilità clinica si caratterizza, invece, con la presenza di poli-patologie spesso correlate a poli-terapie farmacologiche complesse, di fastidi e dolori cronici, di cadute e dimagrimento, di turbe della memoria e disorientamento, nonché, in molti casi, di depressione.

La fragilità è uno stato che spesso tende a manifestarsi in maniera improvvisa e prepotente, anche perché la quantità di disturbi e malattie che possono colpire la persona e renderla vulnerabile è molto ampia. Questa condizione può determinare eventi a cascata potenzialmente irreversibili: una funzionalità muscolare ridotta predispone l’anziano fragile a una peggiore termoregolazione e a un rischio più elevato di cadute. Si osserva anche un calo delle difese immunitarie e un rallentamento delle capacità di recupero. Di conseguenza, diventa più frequente la necessità di cure mediche e ricoveri, nonostante ciascun intervento (soprattutto chirurgico) tenda ad indebolire ulteriormente il paziente, aggravandone lo stato di salute.

Misurare la fragilità non è facile. Esistono definizioni che tengono presenti molte dimensioni dell’individuo a seconda dell’ambito prevalente che viene considerato rispetto alla condizione di fragilità: “E’ una sindrome fisiologica caratterizzata dalla riduzione delle riserve funzionali e dalla diminuita resistenza allo stress, risultante dal declino cumulativo di sistemi fisiologici multipli che causano vulnerabilità e conseguenze avverse correlata a pluripatologia, disabilità, rischio di istituzionalizzazione e mortalità (Fried 2004)”. Nel 2007 Charles Rockwood ha proposto un “indice di fragilità” (FI) basato sui deficit registrati nel corso degli anni e facenti parte di una specifica lista di patologie e disturbi legati all’età. Tali definizioni si basano sul concetto secondo cui la fragilità è una condizione di “disorganizzazione fisiologica”, valutabile attraverso un’analisi delle malattie, dei deficit (sia cognitivi che fisici), dello stato funzionale e dei fattori di rischio. Secondo Gobbens (2010) “La fragilità è uno stato dinamico che colpisce un individuo che sperimenta perdite in uno o più domini funzionali (fisico, psichico, sociale), causate dall’influenza di più variabili che aumentano il rischio di risultati avversi per la salute)”.

L’ultima dimensione da considerare è quella della fragilità sociale o “vulnerabilità” che riguarda la scarsità di mezzi per difendersi da una situazione di difficoltà improvvisa, sia sul versante economico sia su quello esistenziale. La fragilità sociale è determinata dall’isolamento sociale, dalla residenza in abitazioni inadeguate, in zone isolate o disagevoli, dal basso reddito, dalla perdita del proprio ruolo sociale, dall’assenza dell’aiuto di familiari e conoscenti, oltre che dalle risorse psicologiche (cognitive, emotive e comportamentali) dei singoli che si manifestano nelle capacità individuali di fronteggiare cambiamenti e complessità ambientali rappresentati da traumi (lutti, reati subiti, ecc.), da condizioni impreviste di povertà e malattia o da altre condizioni di crisi (condizioni climatiche, black out…).

La fragilità non gestita e progressivamente ingravescente, porta inevitabilmente l’anziano a divenire non autosufficiente e in tutti i paesi sviluppati si sta imponendo il tema della difficile sostenibilità dei sistemi di welfare tradizionali in ragione del costante aumento dei bisogni connessi allo stato di non autosufficienza dovuti al progressivo invecchiamento delle popolazioni.

Le attività di sostegno alla fragilità, allontanando il momento della non autosufficienza possono, dunque, comportare non solo un risparmio per il sistema socio-sanitario, ma una migliore qualità della vita delle persone.

Perché tale cambiamento abbia successo occorre, però, cambiare paradigma e spostare l’ottica con cui si è affrontato il problema finora, con risposte prevalenti di tipo sanitario e assistenziale, a un ripensamento complessivo della società anche in ragione del fatto che le tradizionali tipologie di intervento messe in campo risultano ormai poco adeguate ed efficaci ad affrontare una serie di problematiche quali ad esempio quelle connesse con  la capacità di adattamento e resilienza verso i cambiamenti climatici.

Che fare? Molti paesi europei (ad esempio Inghilterra, Francia, Portogallo e Italia) pubblicano annualmente dei Piani di protezione (Heatwave e Cold Weather Plans), sviluppati dai governi nazionali e organizzazioni di assistenza sociale (ad esempio ospedali, case di cura), autorità governative locali (ad es. consigli comunali) e altri servizi pubblici (ad esempio scuole), nonché individui e comunità.

Questi piani mirano a proteggere le persone dai rischi e dagli impatti di temperature estreme attraverso la distribuzione di informazioni e consigli su come proteggersi durante temperature estreme tramite specifici sistemi di allarmi.

Le ricerche scientifiche hanno evidenziato che l’uso di dispositivi di raffreddamento (ad esempio i fan, aria condizionata), modifiche nel tipo di abbigliamento (cioè indossare abiti più leggeri), cura dell’alimentazione (cioè mangiare cibi leggeri, bere più liquidi) così come modificare le abitudini quotidiane e i ritmi, insieme alla presenza di contatti sociali e reti familiari e di vicinato,  possono influenzare positivamente la capacità degli anziani di implementare strategie e comportamenti adattivi e sono alcune delle strategie di adattamento più facili ed efficaci.

Un elemento molto importante che emerge dalle ricerche più recenti riguarda come si sentono “visti” gli anziani rispetto dal resto della popolazione e dalle istituzioni. Emerge un vissuto di impotenza e passività degli anziani rispetto agli interventi che vengono loro proposti che comprende anche l’atteggiamento verso le misure di mitigazione per gli eventi climatici estremi.

Un ulteriore aspetto importante riguarda la “percezione“ degli anziani rispetto alle problematiche legate a eventi climatici, in quanto la maggioranza dei soggetti ancora autosufficienti considerano che le loro strategie di adattamento rispetto alle normali attività quotidiane non comportino  una preparazione particolare: spesso gli anziani non si sentono vecchi o fragili e non si sentono a rischio per il calore estremo o freddo estremo;  non danno cioè particolare attenzione alle risorse necessarie, a parte quelle di tipo economico.

E’ necessario quindi responsabilizzare gli anziani e passare da un modello di assistenza e protezione a un percorso di empowerment dell’anziano che diventi attore e non fruitore passivo della propria tutela della salute.

In tal senso l’OMS ha recentemente condotto una serie di consultazioni con esperti  per identificare le 10 priorità del nuovo decennio e individuare le azioni in grado di modificare in modo definitivo la vulnerabilità attraverso un cambiamento sociale e comportamentale e avere un invecchiamento sano. .Le 10 priorità forniscono le azioni concrete necessarie per raggiungere gli obiettivi della strategia globale dell’OMS e del piano d’azione sull’invecchiamento e la salute.  L’invecchiamento sano non potrà infatti diventare una realtà senza un’azione globale mirata. Per essere applicate con successo le azioni necessitano infatti di un conteso, un milieu, rinnovato che cambi alcuni elementi culturali e materiali: in primis gli stereotipi, pregiudizi e discriminazione contro gli individui o i gruppi, sulla base della loro età. Questi atteggiamenti sono chiamati in letteratura “ageism”. Si tenga conto che un’analisi del 2016 realizzata dall’OMS su 57 paesi ha rilevato che il 60% degli intervistati ritiene che le persone anziane non siano rispettate. A differenza di altre forme di discriminazione, tra cui sessismo e razzismo, l‘età rimane socialmente inaccettabile, e in gran parte i problemi rispetto a questo fenomeno non vengono rilevati e contrastati. L’ageismo è quindi un potente ostacolo allo sviluppo di una buona politica pubblica sull’invecchiamento poiché limita il modo in cui i problemi sono inquadrati, le domande che vengono poste e il modo in cui queste hanno una risposta.

Uno dei primi passi per attuare questo percorso è l’informazione: gli anziani devono essere informati. .Ad esempio programmi di educazione all’autogestione della malattia cronica basati sull’evidenza, come il Programma di autodisciplina delle malattie croniche della Stanford University (CDSMP), istruiscono i partecipanti su come gestire le loro condizioni di salute, aumentare la fiducia in se stessi, adottare comportamenti sani e migliorare la loro qualità della vita.

Un altro fattore importante riguarda la modificazione degli elementi materiali che costituiscono il milieu fisico. Urbanizzazione e invecchiamento della popolazione sono elementi che stanno cambiando il modo in cui viviamo, lavoriamo e influenzano le nostre vite. Città e comunità quindi hanno un ruolo chiave nel consentire alle persone anziane di vivere più a lungo e una vita più sana. E’ necessario in tal senso  trovare nuovi modelli sostenibili e inclusivi.

 

Gli esempi non mancano. Un numero crescente di città e comunità in tutto il mondo si sforzano di soddisfare meglio le esigenze dei propri residenti più anziani. La rete globale dell’OMS “Global Network for Age-friendly Cities and Communities” per le città e le comunità per anziani è stata creata per favorire lo scambio di esperienze e l’apprendimento reciproco tra città e comunità in tutto il mondo. Le città e le comunità nella rete sono di dimensioni diverse e si trovano in diverse parti del mondo. I loro progetti si attuano in contesti culturali e socio-economici molto diversi. Ciò che accomuna tutti i membri della rete è il desiderio e l’impegno a promuovere un invecchiamento sano e attivo e una buona qualità della vita per i loro anziani.

:Oltre alle reti di comunità age-friendly dell’OMS, esistono altri modelli e iniziative per supportare le comunità a diventare più a dimensione per l’età. ll modello Village offre un’opzione per soddisfare le esigenze della crescente popolazione anziana consentendo alle persone di rimanere nelle loro comunità e “invecchiare”. I residenti del quartiere creano villaggi per aiutare a coordinare e fornire servizi e supporti all’interno delle loro comunità. .Il modello Village pioniere è stato il Beacon Hill Village, un’organizzazione guidata dai soci per i residenti di Boston dai 50 anni in su. Beacon Hill Village offre programmi e servizi in modo che i membri possano condurre vite vivaci, attive e sane, mentre vivono nelle loro case e nei quartieri. Il modello si è diffuso in 15 comunità in Massachusetts e in oltre 190 comunità negli Stati Uniti, che sono collegate dalla rete Village to Village..Il Village to Village Network (VtV) è una rete peer-to-peer nazionale per aiutare a stabilire e migliorare continuamente la gestione dei propri villaggi, nelle grandi aree metropolitane, nelle città rurali o nelle periferie. La missione di VtV è di consentire alle comunità di stabilire e gestire efficacemente l’invecchiamento nelle organizzazioni comunitarie avviate e ispirate dai loro membri.

Sono  esempi che mostrano come la problematica della fragilità sociale trovi una risposta solo se si integrano le azioni di welfare con un nuovo modello di sviluppo, che richiede cambiamenti sia nel milieu sociale (che richiede nuove cultura, abitudini, percezioni della fragilità e della salute, ecc.) che in quello fisico della città e del territorio (che richiede modi nuovi di vivere e relazionarsi nello spazio, Community, Village, Network, ecc.).  

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Bibliografia

Climate Change 2014: Impacts, Adaptation, and Vulnerability. Part A: Global and Sectoral Aspects. Contribution of Working Group II to the Fifth Assessment Report of the Intergovernmental Panel on Climate Change, Cambridge University Press, Cambridge, United Kingdom and New York, NY, U.

 

World Meteorological Organization (WMO), Guidelines on the definition and monitoring of extreme weather and climate events (2016).

 

WMO, 2012: Atlas of mortality and economic losses from weather, climate and water extremes (1970–2012). WMO-1123.