di Giacomo Pettenati – Politecnico di Torino e Associazione Dislivelli.
Introduzione
Da alcuni anni nella ricerca scientifica e nel dibattito culturale sulla montagna, sono numerosi i contributi dedicati al crescente numero di persone che si trasferiscono a vivere nelle “terre alte”. Al di là delle analisi quantitative legate alle dinamiche demografiche dei comuni montani, che mettono in luce solo parzialmente questo fenomeno, ciò che molte riflessioni evidenziano è il ruolo importante che alcuni di questi nuovi abitanti possono svolgere nell’invertire i processi di marginalizzazione che hanno caratterizzato ampie porzioni della montagna italiana negli ultimi decenni.
Ci si riferisce in particolare a quelli che Enrico Camanni (2002) ha definito “montanari consapevoli”, ovvero persone che scelgono di andare a vivere in montagna (o di rimanerci) mettendo il territorio montano e le sue potenzialità al centro dei propri progetti lavorativi e personali.
Come osserva Alberto Magnaghi, “sovente […] le pratiche di conservazione e valorizzazione del patrimonio locale sono perseguite da nuovi abitanti (in molti casi esterni e/o stranieri) che portano modelli culturali emergenti dalla crisi della modernizzazione […] lo sviluppo locale ha il suo rito di fondazione nel riprendersi cura dei luoghi a partire da nuove culture, da nuovi soggetti, da nuovi abitanti e nuovi produttori, che li reinterpretano, si appropriano di saperi e paesaggi, trasformandoli attraverso la contaminazione con culture diverse” (2000, pag.90).
La scelta consapevole di “vivere nella montagna e della montagna” (Zanzi, 2004) e la collocazione del territorio al centro delle proprie progettualità, sono gli elementi che distinguono i nuovi abitanti che possono svolgere un ruolo attivo nel determinare le sorti di un territorio da coloro che si trasferiscono a vivere in un comune montano solo in virtù della sua qualità ambientale o di vita (gli amenity migrants studiati da Moss, 2006) oppure per questioni economiche (es. pendolari residenti nelle aree montane periurbane o lavoratori stranieri)(1).
Ciò che accomuna la maggior parte di queste esperienze, sulle Alpi italiane, è la loro spontaneità, ovvero la quasi totale assenza di un sostegno all’insediamento nei territori montani proveniente dalle politiche regionali o locali, a differenza di quanto accade in altri paesi d’Europa, dove sono presenti politiche attive di supporto ed incentivo al trasferimento di nuovi residenti nelle aree montane e rurali più in generale (Corrado, 2011)(2).
Questo contributo vuole offrire alcuni spunti di riflessione e di proposta politica, a partire dai risultati di due ricerche sul nuovo popolamento di due località alpine piemontesi: il comune di Stroppo (Val Maira) e la frazione di Rore (comune di Sampeyre, Val Varaita).
Un analogo tentativo è stato realizzato da Giuseppe Dematteis (2011) al termine di una ricerca finalizzata ad approfondire il fenomeno dell’afflusso di nuovi abitanti in tre aree del Piemonte (Valchiusella, Valle di Susa ed Alta Langa), le cui conclusioni si sono sviluppate a partire dall’osservazione del fatto che: “le alte terre devono essere oggetto di politiche in grado di assicurare un più robusto presidio umano, offrendo alla nuova popolazione condizioni insediative di qualità migliore di quelle garantite dalla maggior parte delle aree urbanizzate della pianura” (pag. 91).
Diversi “nuovi abitanti” e diverse montagne
Da una campagna di interviste con la maggioranza dei nuovi residenti di Stroppo e Rore (considerando tali coloro che si sono trasferiti nei due centri in età adulta, a partire dall’inizio degli anni ’80)(3) è emerso come in entrambi i casi i “nuovi abitanti” siano oggi protagonisti attivi della vita sociale, economica e culturale delle due località, costituendo una percentuale consistente della popolazione in età lavorativa, in contesti negli ultimi decenni fortemente indeboliti dall’emigrazione delle fasce di popolazione più giovani (Pettenati, 2011). A partire da questa osservazione, le ricerche hanno messo in evidenza alcuni aspetti del nuovo popolamento di alcune località montane, che possono essere interessanti spunti di riflessione per un ragionamento più ampio sulla costruzione di politiche di sostegno ed incentivo ad un fenomeno che sembra costituire la base dello sviluppo futuro delle terre alte. Molte ricerche propongono tentativi di identificazione delle diverse tipologie di nuovi abitanti della montagna, basate sulle loro caratteristiche individuali e sulle relazioni che instaurano con il nuovo territorio di vita (Perlik, 2006; Romita e Nunez, 2009). A questo proposito è importante mettere in evidenza come quella di montagna sia tutt’altro che una categoria omogenea: le Alpi sono un contesto territoriale molto eterogeneo, costituito da città, contesti periurbani, aree rurali e spazi di transito. È evidente che diventare “nuovi abitanti della montagna” assuma significati differenti in ciascuno di questi contesti. Laddove i primi nuovi arrivi risalgono ad un periodo non molto recente (come nel caso delle due località oggetto delle ricerche) diventa inoltre difficile – e probabilmente poco utile – fissare una divisione netta tra “vecchi” e “nuovi” abitanti. Risulta piuttosto più opportuno definire un modo nuovo di abitare in montagna, fondato sempre più sul riconoscimento e la valorizzazione delle sue risorse, abbandonando l’approccio passivo ed inerziale nei confronti di un territorio caratterizzato anche da difficoltà oggettive, che ha connotato per molto tempo le politiche locali. Sarebbe fondamentale che questa differenziazione del territorio montano, dei suoi potenziali nuovi abitanti e dei diversi modi di relazionarsi con esso entri a fare parte di eventuali politiche a sostegno di questo fenomeno, che siano realmente place based e di conseguenza in grado di cogliere i veri problemi del territorio e rispondere in maniera adeguata.
Una nuova territorialità per le borgate
Nei primi paragrafi di questo contributo si è sottolineato come tra le categorie di nuovi abitanti il cui ruolo nello sviluppo territoriale può assumere le caratteristiche più interessanti vi sono coloro che si trasferiscono in un comune montano con l’intenzione di coglierne le opportunità, mettendo il territorio al centro dei propri progetti di vita e lavorativi. La quasi totalità degli intervistati nelle due ricerche dalle quali prendono spunto queste riflessioni ha scelto di insediarsi in Val Maira o in Val Varaita in quanto territori caratterizzati da un’elevata qualità ambientale e da una eccentricità rispetto ai flussi turistici ed economici dominanti che lasciano spazio a progettualità individuali fondate su una certa idea di “montanità”. L’arrivo di nuovi abitanti in questi “territori lenti” (Lancerini, 2005) ha portato a quella che i geografi definiscono “riterritorializzazione” (Raffestin, 1984) di spazi ripopolati e rifunzionalizzati, dopo decenni di abbandono. Politiche adeguate dovrebbero tenere conto e favorire questo processo, che è allo stesso tempo materiale, grazie alla rivitalizzazione di borgate abbandonate, ed immateriale, grazie all’ingresso dei territori montani in nuove reti lunghe – sociali, culturali ed economiche – frutto della multi-territorialità che spesso caratterizza i nuovi abitanti. Un esempio particolarmente interessante di questo processo è quello della borgata di S. Martino inferiore (Stroppo), abbandonata per oltre dieci anni ed oggi sede di un centro turistico e culturale rivolto a visitatori di lingua tedesca (www.borgata-sanmartino.de).
Le ricerche sul campo hanno infine messo in evidenza una questione ancora poco considerata dagli studi sul tema, ma che contiene elementi di grande rilevanza per la definizione di politiche di sostegno ad un nuovo popolamento dei territori montani: l’importanza delle scelte effettuate dai figli delle coppie di nuovi insediati. La scelta di vivere in montagna contiene spesso forti implicazioni ideali e personali, che non possono certamente essere considerate ereditarie. Le ricerche sul campo hanno mostrato come le “seconde generazioni” di nuovi abitanti, pur caratterizzate da un forte attaccamento al territorio, non sono disposte a fare automaticamente proprie le scelte dei propri genitori e, una volta raggiunta l’età adulta, desiderano costruire i propri percorsi individuali, non necessariamente nel luogo in cui sono cresciuti. Questa sorta di chiusura di un ciclo familiare, è tuttavia sovente compensata dall’arrivo di coppie più giovani, attirate dal contesto sociale e culturale favorevole, che si è creato grazie all’insediamento precedente di famiglie, alla nascita di bambini ed alla conseguente presenza di servizi di base alla popolazione (scuole o scuolabus, medico, attività commerciali, etc.). Anche in questo caso, la costruzione di politiche adeguate dovrebbe partire da un’analisi approfondita e ad ampio spettro della realtà territoriale, punto di partenza per la realizzazione di azioni finalizzate a sostenere la ciclicità di questo processo nel tempo.
Conclusioni
I paragrafi precedenti discutono alcuni degli elementi emersi dalle due ricerche sul campo, che si è ritenuto più interessate portare all’attenzione. Naturalmente la possibilità che l’afflusso di nuovi abitanti con un approccio attivo e consapevole al territorio contribuisca a sostenere nuovi modelli di sviluppo per i territori montani, soprattutto nelle aree della cosiddetta “montagna dello spopolamento”, indebolite da decenni di marginalità, non solo economica, dipende anche da fattori più strutturali, tra i quali la presenza dei servizi di base e la garanzia dell’accessibilità. In queste aree questo nuovo popolamento alpino – lungi dal potersi considerare alla stregua di una colonizzazione da parte di soggetti esterni (a differenza di quanto avviene in molte località funzionali al turismo di massa) – ha assunto caratteristiche tali, in termini di valorizzazione delle risorse territoriali e di creazione di comunità locali coese, da poter costituire un ingrediente fondamentale delle complesse strategie per uno sviluppo sostenibile e realmente endogeno. Le politiche per la montagna, che in Piemonte finora hanno considerato solo marginalmente la possibilità di sostenere l’insediamento dei nuovi abitanti nelle terre alte, non possono più prescindere dalla consapevolezza dell’importanza di questo fenomeno.
Bibliografia
Camanni, E. (2002), La nuova vita delle Alpi, Bollati Boringhieri, Torino
Corrado, F. (2011), “Il fenomeno dei nuovi abitanti nelle Alpi e in Europa”, in Dematteis G., a cura di, Montanari per scelta, Franco Angeli, Milano, pp. 11-21
Dematteis G., a cura di (2011), Montanari per scelta, Franco Angeli, Milano
Lancerini, E. (2005) “Territori lenti: contributi per una nuova geografia dei paesaggi abitati italiani”, Territorio, n. 34, pp. 9-15
Magnaghi, A. (2000), Il progetto locale, Bollati Boringhieri, Torino
Moss, L., a cura di (2006), The Amenity Migrants, Cabi, Wallingford
Perlik M. (2006), “The specifics of Amenity Migrations in the European Alps”, in Moss L., ed., The Amenity Migrants, pp. 215-231
Pettenati G. (2011), “I nuovi abitanti della montagna come protagonisti della vita del territorio. Riflessioni sull’osservazione di due piccole realtà: Stroppo (Val Maira) e Rore (Val Varaita)”, Il ruolo delle città nell’economia della conoscenza. XXXII Conferenza scientifica annuale AISRE, Torino, 15-17 settembre 2011
Romita T., Nunez S. (2009), “Nuove popolazioni rurali: rural users, transumanti, nuovi abitanti”, Convegno di studi rurali. Ripensare il rurale: nuovi bisogni, innovazioni e opportunità per lo sviluppo sostenibile del territorio, Altomonte, 25-27 giugno 2009
Zanzi, L. (2004), Le Alpi nella storia d’Europa, Cda & Vivalda, Torino
Nota(1) Non va sottovalutato, comunque, il ruolo che anche questi nuovi abitanti possono svolgere nel costituire la necessaria massa critica per il mantenimento dei servizi sociali ed economici nei territori di montagna
Nota(2) Anche in Italia, soprattutto nel contesto appenninico, esistono comunque interessanti esempi, puntuali, di politiche di accompagnamento all’insediamento dei nuovi abitanti nei territori montani. Ad esempio si possono citare il progetto “Montagna in tempo”, che ha previsto l’apertura di uno sportello di accoglienza per i potenziali nuovi residenti dell’area montana dell’Oltrepo Pavese (www.comune.varzi.pv.it/) e il progetto Equal Acqualagna, uno dei cui assi è incentrato sull’applicazione di strategie per il ripopolamento delle valli del Catria e del Nerone, nell’appennino marchigiano (www.equalacqualagna.it/fileadmin/grpmnt/5606/modello_ripopo_.pdf)
Nota(3) La ricerca relativa a Stroppo è nata nell’ambito di una tesi di laurea specialistica in geografia, mentre gli studi su Rore sono stati effettuati nell’ambito del progetto “Una montagna di salute”, realizzato dall’Asl To3, in collaborazione con l’Associazione Dislivelli e l’Associazione Lu Rure