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La contabilità ambientale come strumento di valutazione e di pianificazione territoriale

Di Alessandro Zanzo e Simone Contu – Politecnico di Torino – Facoltà II di Architettura, IRIS – Istituto Ricerche Interdisciplinari sulla Sostenibilità

Introduzione

Questo articolo riassume e rielabora le esperienze acquisite tramite la ricerca “La valutazione della sostenibilità ambientale in Architettura tramite l’Embodied Energy e l’Impronta ecologica”, svolta presso la Facoltà II di Architettura del Politecnico di Torino nel 2011.

Il lavoro proposto ha provato a sperimentare una possibile lettura del livello di sostenibilità ambientale degli edifici nella loro fase di costruzione. Per conseguire tale risultato si è cercato di analizzare questa fase tramite la quantificazione dell’Embodied Energy e dell’Impronta ecologica dei materiali utilizzati. I due indicatori hanno rispettivamente la capacità di esprimere il quantitativo di energia necessario per la produzione dei materiali edili e l’appropriazione di risorse rinnovabili e di servizi ecosistemici derivante dal consumo di energia e materiali.

L’obiettivo finale è stato duplice: in primo luogo si è cercato di valutare, tramite gli indicatori, due edifici costruiti con differenti tecnologie edili (in questa valutazione si è provato a quantificare le riduzioni dell’impatto di un edificio che derivano dall’utilizzo di tecnologie edili “sostenibili”); in secondo luogo, invece, si è cercato di dare una lettura critica delle potenzialità e dei limiti dei due indicatori applicati al contesto edile. Grazie al lavoro svolto, si sono infatti sperimentate le possibilità legate al loro utilizzo singolo o congiunto e la loro applicabilità su larga scala.

Il caso studio

Il primo caso studio riguardava un’analisi sulla fase di cantiere di due diversi soggetti: una residenza tradizionale in calcestruzzo e laterizio e una residenza interamente in legno (tecnologia X-Lam). L’analisi su questi soggetti ha evidenziato la differenza di consumi di energia e di risorse, determinati dalla produzione del materiale necessario per la costruzione delle residenze. E’ emerso, infatti, che la residenza in X-Lam richiede un’energia complessiva di 3325 Gj mentre la residenza in calcestruzzo 5801 Gj. Tale risultato permette di comprendere che una residenza con struttura portante in legno determina un risparmio equivalente pari a circa il 43% del consumo energetico di una residenza tradizionale. Altresì una residenza con struttura portante in calcestruzzo e laterizi, durante la fase costruttiva necessita di energia cento volte maggiore rispetto agli stessi consumi in riscaldamento ed elettricità che l’abitazione pone in essere durante un anno solare.

In termini di impronta ecologica si è registrato, contrariamente, un consumo superiore (147 gha) della residenza in legno rispetto a quella in laterizio (90 gha). Questo risultato, apparentemente discordante con quanto sopra riportato, va interpretato considerando che tale indicatore è in grado di “pesare” l’utilizzo di risorse rinnovabili e quantifica quindi maggiormente l’utilizzo del legno rispetto al laterizio tradizionale.

 

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Fig. 1 Grafico comparativo dei risultati dell’Embodied Energy e dell’Impronta ecologica applicata alla fase di cantiere di due differenti edifici.

 

L’analisi dettagliata del materiale X-Lam (valutazione di ogni fase del ciclo di produzione) determina un’Embodied Energy e un’Impronta ecologica superiori rispettivamente del 25,9% e del 15,9% rispetto alla valutazione complessiva prima presentata, sebbene lo scarto totale registrabile sul totale vari solamente del 3% per l’Embodied Energy e dell’8% per l’Impronta ecologica.

Conclusioni e proposte per le policies

Lo studio proposto consente alcune provocazioni, suggestioni e sfide su cui aprire una discussione. La prima è l’utilizzo dell’Embodied Energy come parametro urbanistico. Stabilendo, per ogni lotto di terreno, un valore massimo di edificabilità definito in termini energetici, si garantirebbe un impatto ridotto della fase di cantiere. L’adozione di tale parametro, che potrebbe addirittura sostituire completamente le funzioni del consueto indice di edificabilità espresso in metri cubi costruibili, innescherebbe la diffusione dei materiali a basso impatto e delle loro certificazioni, stimolandone la vendita e l’ottimizzazione delle prestazioni. In tali circostanze infatti, il calcolo della fattibilità economica di un progetto premierebbe probabilmente la tecnologia costruttiva in grado di consentire una maggiore superficie vendibile associata ad un minor valore di Embodied Energy.

Inoltre, se il valore soglia di ogni lotto fosse stabilito sull’analisi della reale o preventivata capacità di carico ambientale di ogni comune, si avrebbe la possibilità di avere un sistema edilizio che già in partenza si raffronta con le risorse disponibili (o attribuite) per quella determinata area.

Una variante alla sola applicazione dell’Embodied Energy come indice di edificabilità, potrebbe essere l’applicazione congiunta di questo indicatore con la certificazione energetica. Questa certificazione, infatti, esprime un valore sintetico di energia speso per metri quadrati di superficie abitata; da tale valore è quindi possibile pronosticare i consumi energetici complessivi che l’edificio avrà durante la sua vita. L’Embodied Energy della fase di costruzione dell’edificio e l’energia che lo stesso consumerà per essere riscaldato, potrebbero essere quindi sommati per definire la quantità di energia necessaria a un edificio dalla sua nascita alla sua ipotetica dismissione. Utilizzando questo valore per la pianificazione territoriale si andrebbero a premiare gli edifici con miglior rapporto prezzo/impatto ambientale (sia esso determinato dall’ottimizzazione della forma dell’edificio, dalla scelta di materiali a basso impatto o con buone prestazioni, dall’utilizzo di energie alternative, ecc.). Con un tale modello di pianificazione territoriale si preserverebbero quindi la libertà del progettista e del committente di investire in differenti campi della sostenibilità ambientale, garantendo nello stesso tempo un controllo sulle stesse tramite uno strumento capace di verificare l’efficacia delle loro scelte.

L’impronta ecologica si dimostra, invece, uno strumento molto interessante per la valutazione della sostenibilità dei materiali che si ispirano ai valori della bioarchitettura. Proprio in questi casi, infatti, un indicatore in grado di mettere in evidenza la quantità di risorse rinnovabili e servizi ecosistemici “immagazzinati” in un determinato prodotto potrebbe far emergere l’effettivo valore ambientale dello stesso. Non si può escludere, infatti, che anche un materiale di bioarchitettura possa avere un impatto ambientale maggiore dell’analogo prodotto da edilizia standard. Poter mettere in luce questi aspetti permetterebbe di concentrare l’attenzione sui materiali realmente virtuosi.

Resta inteso che, in questi casi, si renderebbe indispensabile la valutazione di tutto il ciclo di vita dei prodotti, che soltanto un intervento normativo (che obblighi all’uso degli indicatori stessi o che lo supporti tramite premi o scomputi) potrebbe obbligare a realizzare. Un’efficace modifica di alcune strutture normative consolidate potrebbe, infatti, garantire numerosi e positivi cambiamenti per il sistema edilizio, permettendo un minore impatto di questo settore nei confronti dell’ambiente.

Bibliografia

Zanzo Alessandro; La valutazione della sostenibilità ambientale in Architettura tramite l’Embodied Energy e l’Impronta ecologica. Rel. Staricco L.; Bocco A.; Contu S., 2a Facoltà di architettura, Corso di laurea in architettura; 2011