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Legami e connessioni tra cambiamento climatico e pandemia da Covid-19

A cura di Renata Pelosini, Arpa Piemonte

L’attualità impone una riflessione sugli effetti di vasta scala che la pandemia, dovuta al nuovo coronavirus, sta determinando e potrebbe ancora di più determinare nel prossimo futuro, inclusa l’applicazione delle politiche e delle azioni per il contrasto al cambiamento climatico nonché le concause climatiche e ambientali che possono aver favorito la diffusione del virus e la sua propagazione dagli animali all’uomo.

Ma è anche interessante capire quanto i provvedimenti immediati di lockdown possano impattare sul trend climatico e, soprattutto, quanto la gestione dell’emergenza sanitaria abbia delle affinità con l’implementazione delle politiche di adattamento al cambiamento climatico e chiedano alla politica un modo nuovo di affrontare i problemi. L’attenzione alla crisi climatica, quale sfida dominante del XXI secolo, sembra oggi perdere importanza, con il rinvio della COP26 e con l’effetto che potrebbe generare sulla transizione energetica. In realtà l’emergenza sanitaria rappresenta, nella sua drammaticità, un’occasione unica da una parte, per meglio comprendere le interazioni del riscaldamento globale e delle emissioni di gas serra nell’attuale modello di sviluppo, e, dall’altra, per indirizzare le politiche di ripresa  e i finanziamenti collegati, verso la costruzione di una società più equa, rispettosa dell’ambiente e capace di coniugare sviluppo e dimensione sociale, come indicano gli obiettivi dell’Agenda 2030.

L’origine

Sull’origine del nuovo coronavirus, sebbene esistano pressioni per attribuire la sua genesi alle attività di laboratorio, diversi studi concordano sulla presenza di una forte connessione tra la diffusione delle malattie emergenti (come Ebola, AIDS, SARS, influenza aviaria, SARS-CoV-2) e la perdita di biodiversità, indotta dall’impatto delle società umane sui sistemi naturali e sullo sfruttamento indiscriminato delle risorse naturali. Gli ecosistemi hanno infatti un ruolo fondamentale nel sostenere la vita sul nostro pianeta, ma anche nel regolare la trasmissione e la diffusione di malattie infettive. La distruzione dell’habitat naturale ad opera dell’uomo, rompe gli equilibri ecologici e riduce le barriere naturali al contagio. La perdita degli ecosistemi forestali, più complessi e ricchi di biodiversità, a causa della deforestazione, ha, di fatto, ridotto drasticamente parte di quelle specie animali che rappresentavano un argine tra i virus e l’essere umano, aumentando i rischi di contagio. Questo impoverimento della biodiversità favorisce il fenomeno dello “spillover”, ossia del salto interspecifico: il passaggio di un patogeno da una specie ospite a un’altra, in questo caso da animale a uomo, a causa della diminuzione delle specie intermedie e della connessione, da parte dell’uomo, di ecosistemi originariamente separati. La teoria oggi più accreditata attribuisce proprio a questo fenomeno l’origine del nuovo coronavirus. Naturalmente forme di commercio, illegale o no, di animali selvatici o parti di essi, incrementa la probabilità che il fenomeno di spillover avvenga.

 L’insostenibile consumo delle risorse naturali, per cui l’overshoot day si presenta sempre prima (nel 2019 è stato il 29 luglio a livello globale, per quanto riguarda l’Italia il 14 maggio), l’incapacità di riconoscere il valore del capitale naturale inteso in forza distorta come esternalità negative o positive (dipende da chi interpreta), la mobilità rapida che ha contratto il tempo e lo spazio, ha favorito la rottura di questo argine alle malattie infettive rappresentato proprio della natura. Lo stesso approccio ha portato anche a sottovalutare l’emergenza climatica e la sua portata fino a forme estreme di rifiuto del contributo antropico al global warming .

 

La diffusione

I meccanismi di diffusione della pandemia saranno oggetto di analisi scientifiche accurate, fondamentali per capire e prevenire gli errori fatti. Alcune ipotesi sul ruolo dell’inquinamento atmosferico da particolato (PM10, PM2.5), che rappresenta una delle problematiche maggiori per la salute delle popolazioni delle aree urbane del nord Italia, quale efficace vettore per il trasporto, la diffusione e la proliferazione delle infezioni virali, sono state avanzate sin dalla prime fasi della diffusione della pandemia in Italia. Diversi studi scientifici sulla diffusione dei virus nella popolazione umana correlano l’incidenza dei casi di infezione virale con le concentrazioni di particolato atmosferico. Il particolato atmosferico può funzionare infatti da carrier, ovvero da vettore di trasporto, per molti contaminanti chimici e biologici, inclusi i virus. I virus si “attaccano”, attraverso un processo di coagulazione, al particolato atmosferico, costituito da particelle solide e/o liquide in grado di rimanere in atmosfera anche per ore, giorni o settimane, che possono diffondere ed essere trasportate anche per lunghe distanze. Il particolato atmosferico, oltre ad essere un potenziale carrier, costituisce un substrato che può permettere al virus di rimanere nell’aria in condizioni vitali per un tempo superiore. Analisi più recenti, sia dal mondo epidemiologico sia da quello della protezione ambientale, mettono in dubbio l’efficacia di questo meccanismo nell’attuale emergenza, mentre più plausibile potrebbe essere l’aumento del rischio di patologie respiratorie e infezioni acute delle basse vie respiratorie a seguito dell’esposizione all’inquinamento atmosferico, in particolare nei soggetti più vulnerabili. Sicuramente un insieme di fattori quali l’andamento della qualità dell’aria, le caratteristiche delle comunità residenti, lo stato di salute preesistente e co-fattori legati sia all’inquinamento sia alla malattia in esame (età, condizioni socio-economiche, abitudini personali, ecc.), nonché le misure di contenimento del COVID-19 adottate, saranno informazioni importanti di cui terranno conto le indagini epidemiologiche per spiegare la diffusione del contagio.

Resta tuttavia una realtà che, per una epidemia con contagio per via respiratoria, la presenza di agglomerati urbani ad alta densità abitativa, la frequenza e la vicinanza dei contatti, i continui spostamenti delle persone, facilita la diffusione della pandemia. Molti altri fattori contribuiscono a spiegare la maggiore vulnerabilità del nord-Italia. Nelle aree maggiormente industrializzate, come la Pianura Padana, con una elevata concentrazione di attività produttive essenziali, anche durante il lock down gli spostamenti e i contatti sono stati elevati. L’alta concentrazione di persone e di assetti rende le città anche elementi molto vulnerabili agli effetti del riscaldamento globale, aree ad alto rischio climatico che meritano un’attenzione peculiare, luoghi dove è importante considerare la sinergia degli impatti climatici combinati con altri fattori quali quelli ambientali, socioeconomici, culturali e istituzionali.

L’invecchiamento della popolazione, che caratterizza da diversi anni la demografia italiana, con conseguente incremento della vulnerabilità della popolazione esposta, rappresenta un altro aspetto che unisce l’emergenza sanitaria e la crisi climatica e che potrebbe generare un feed-back di minore natalità con  gli effetti indotti dalla disoccupazione e dall’incremento della povertà di paura e incertezza verso il futuro, con l’ulteriore incremento dell’invecchiamento della popolazione italiana. E’ un processo che si innescherebbe su una situazione già drammatica:  i dati di natalità del 2019 sono infatti i più bassi registrati dall’ISTAT negli ultimi 150 anni di Unità Nazionale e mostrano un deciso scostamento rispetto alle proiezioni, negli anni 2020-2021 con uno scostamento, tra il 2% e il 7,3%. Così una popolazione più vecchia dovrà affrontare gli effetti della crisi climatica e della non improbabile diffusione di nuovi virus.

 

Gli effetti del lockdown sulle emissioni climalteranti

Le misure di contenimento della diffusione del virus Covid 19, e in particolare quelle di lockdown, hanno contribuito a una riduzione importante sia delle emissioni inquinanti -di cui si è registrato da subito una decisa diminuzione della concentrazione in tutte le aree urbane- sia sulle emissioni di gas climalteranti, che, a causa della lunga capacità di permanenza in atmosfera, non risultano nelle misure di concentrazione in aria. Per le prime, la diminuzione del traffico e la limitazione delle attività produttive hanno ridotto in particolare le emissioni di ossidi di azoto e di particolato atmosferico. In quest’ultimo la riduzione della concentrazione in aria è stata inferiore a quella del biossido di azoto a causa della complessità del quadro emissivo, del funzionamento degli impianti di riscaldamento e dei processi di generazione secondaria, che sono stati favoriti dall’attività fotochimica dei giorni miti che hanno caratterizzato i mesi di marzo e aprile (in Piemonte, una anomalia di quasi 1°C a marzo e più di 2.5°C ad aprile).

Per quanto riguarda i gas serra, la riduzione delle emissioni stimata a livello globale è dell’8% circa (stima più recente dell’International Energy Agency – IEA), circa 6 volte la riduzione misurata nel 2008 per la crisi finanziaria. Per avere un’idea dell’entità, basti pensare che l’8% rappresenta la riduzione annuale delle emissioni necessaria nei prossimi 10 anni per limitare il riscaldamento globale a fine secolo entro 1.5°C rispetto al periodo preindustriale. A livello globale, la domanda di energia è stata del 3.8% più bassa nei primi quattro mesi dell’anno rispetto al 2019 e ci aspetta che, a fine anno, questa percentuale salga al 6%. Una diminuzione che non si vedeva da decenni.

Fig. 1 – Tasso di variazione della domanda globale di energia primaria, 1900-2020

 

Fonte: Global Energy Review 2020 The impacts of the Covid-19 crisis on global energy demand and CO2 emissions, 2020, p. 11

Diminuzione della produzione di energia e della relativa domanda, in particolare di paesi come l’Italia, dove le misure di lock down sono state particolarmente restrittive (l’ente Ricerca sul Sistema Energetico – RSE ha evidenziato nel mese di marzo 2020 un calo della domanda del 10.8% rispetto al marzo 2019, maggiormente concentrato al nord ma la stima della IEA mostra quasi una riduzione del 30%), e la diminuzione dei trasporti (in Italia si stima una riduzione del 60% dell’attività di trasporto su strada nel mese di aprile e del 90% dei voli aerei). L’attuale situazione non rappresenta certo un modello da perseguire per avere una qualità dell’aria migliore, ma un eccezionale esperimento per capire come, dove e quanto cambiare le regole del gioco.

La riduzione delle emissioni di gas climalteranti stimate a causa della crisi economica conseguente alla pandemia, così come quella dell’inquinamento nelle aree urbane dove sono in atto provvedimenti di lockdown, non sono però sostenibili nel tempo se non guidate da politiche e misure strutturali. Le crisi economiche sono infatti state, nella storia dell’umanità, gli unici momenti in cui si è ridotto il tasso di crescita delle emissioni, ma sempre per un breve periodo. La ripresa successiva ha sempre visto un deciso incremento nonostante da circa un ventennio si parli di decoupling e delinking, cioè della riduzione dell’intensità di emissioni, la quantità di gas serra emessa per ogni unità di ricchezza prodotta. Anche oggi, la riduzione del prezzo del petrolio, conseguente alla limitata mobilità e ridotta richiesta energetica imposta dalla pandemia, rischia di rallentare la decarbonizzazione, così come la proiezione al ribasso delle stime di vendita delle autovetture (in Europa si stima una diminuzione del 55% delle vendite rispetto al 2019), rischiano inoltre di rallentare gli investimenti nella mobilità elettrica se non si attuano forti politiche di controtendenza.

Esiste un’altra via. L’avanzamento tecnologico attuale associato a investimenti mirati e ai nuovi comportamenti che da questa crisi si è imparato in termini di mobilità, di esigenze superflue, di utilizzo del tempo, di ottimizzazione del lavoro, potrebbe portare a un abbassamento dell’intensità di emissioni significativo e strutturale. Questo rafforzerebbe anche gli impegni nazionali di riduzione (NDC) previsti dall’Accordo di Parigi da parte di tutti gli Stati, permettendo di raggiungere il target di limitare il riscaldamento globale al di sotto dei 2°C a fine secolo e rilanciando il negoziato internazionale sul clima. Questo processo, viceversa, rischia di essere compresso dalle esigenze sanitarie urgenti che indeboliscono quell’effetto di mobilitazione che nell’ultimo anno ha messo il tema del cambiamento climatico nell’agenda della politica e della finanza.

 

Le cose da fare: l’adattamento al cambiamento climatico 

La diffusione del contagio da Covid19 ha visto una società alle prese con l’inaspettato, l’imprevisto, l’inimmaginato. Ha messo in discussione certezze e priorità, evidenziando la mancanza di welfare basato su priorità sociali, l’importanza di una pianificazione coordinata, del ruolo forte dell’intervento pubblico, di strutture capillari e diffuse sul territorio per gestire l’emergenza in modo inclusivo. 

Trovarsi di fronte a una situazione inedita quale quella del coronavirus, che comporta conseguenze  drammatiche, ferite profonde e durature, cambiamenti irreversibili, rappresenta una condizione per alcuni versi simile a quella di doversi proteggere dagli effetti negativi del cambiamento climatico che, superati i punti di non ritorno, chiederanno di pagare il conto. Se l’emergenza sanitaria è stata una sorpresa, un fatto non preso in seria considerazione per la sua sostanziale novità, il cambiamento climatico è stato invece largamente preannunciato. Eppure anch’esso viene sottovalutato e i suoi effetti tendono ad essere ridimensionati, perché affrontarli richiederebbe un cambiamento profondo e la messa in discussione di principi e logiche del nostro modello di sviluppo. Entrambi i problemi, a causa del carattere globale e urgente che li contraddistingue, passano da una narrazione emergenziale ad una di vera e propria crisi. 

Abbiamo capito che essere impreparati non aiuta, che tornare alla normalità senza cambiamento è inutile, che non migliorerebbe la nostra esposizione alle malattie emergenti e non aumenterebbe la nostra resilienza. Ci troviamo a pianificare un nuovo modello di convivenza sociale, di lavoro, di relazioni, anche in condizioni di incertezza, quando il problema e la sua evoluzione non sono completamente noti. In questo caso un approccio ricorsivo, che pianifichi le azioni, le verifichi nella loro efficacia e consenta di rivederle, adeguarle, ricalibrarle attraverso un modo di pensare circolare e non più lineare verso un target predefinito, ha importanti similitudini con l’approccio per costruire l’adattamento al cambiamento climatico. Ragionare per scenari futuri su orizzonti di medio-lungo periodo, prevedere dei contingency plan, assumere decisioni anche impopolari ma nel contempo dare percezione di protezione e rassicurazione, diventa parte di una politica in grado di costruire una visione del futuro. L’inclusione dei portatori di interesse nelle decisioni, di tutti quelli che influenzeranno e saranno influenzati dalle misure adottate, costituisce un tassello fondamentale per costruire l’accettazione del contesto esterno e rendere le misure efficaci. Le forme di governo e relazione con i cittadini che si auspica si svilupperanno a livello locale per la gestione dell’emergenza sanitaria, per definire le regole di comportamento e trovare le soluzioni alle problematiche che via via si proporranno all’attenzione, saranno forme di relazione più adeguate anche per affrontare il tema del cambiamento climatico, dell’adattamento e della transizione energetica.

Le affinità esistenti nell’affrontare la crisi climatica e quella sanitaria, non si limitano però solo alla metodologia e agli strumenti. Esistono vere e proprie misure, ad esempio nei piani di adattamento al cambiamento climatico delle aree urbane, che rappresentano anche misure per la riduzione, la gestione e il contenimento delle emergenze epidemiologiche.

Tra le misure soft, sono ricompresi:

– gli interventi per l’identificazione, la sorveglianza e l’assistenza ai soggetti fragili, che consentano l’attivazione continuativa del sistema di protezione sociale;

– l’adeguamento della pianificazione di protezione civile al ruolo e alle attività di supporto che possono essere svolte dal sistema di sicurezza nel suo complesso;

– l’adozione di forme di lavoro flessibile come lo smart working (quest’emergenza ha dimostrato che è possibile più di quanto si pensasse), dei servizi, del terziario,

– la proposta di iniziative culturali (musei, biblioteche, cineteche, eventi) e formazione on-line,

– un piano per le strutture educative presenti sul territorio regionale per favorire la didattica in modo omogeneo, l’offerta a tutti gli studenti le medesime opportunità

– l’incentivo all’acquisizione di dispositivi tecnologici, dell’attrezzatura per praticare sport indoor in modo autonomo, per la mobilità urbana sostenibile, anche individuale;

– sburocratizzare i processi che portano all’attuazione degli interventi di adattamento al cambiamento climatico per favorirli e incentivarli;

– semplificare attraverso la promozione digitale l’accesso ai servizi amministrativi e ai servizi pubblici, incluso quelli sanitari, bancari, assicurativi e specialistici,;

– migliorare e rendere più tempestiva, aggiornata e capillare la comunicazione pubblica,

–  mantenere, potenziare e assicurare il monitoraggio delle componenti ambientali e sociali delle aree urbane.

Tra le misure infrastrutturali, dette hard, rientrano:

– gli interventi strutturali, permanenti e a larga scala di greening urbano, di reintroduzione della biodiversità in città, il ripristino degli ecosistemi degradati e delle aree dismesse con interventi qualificati che reintroducano la natura nell’urbanizzato in modo preponderante atraverso aree verdi diffuse che consentano la fruizione domestica evitando sovraffollamenti;

– interventi per l’efficienza energetica, facilitazioni per promuovere il solare e l’energia pulita, attraverso soluzioni compatibili con il tessuto urbano, prevedere forti investimenti sul trasporto pubblico con sistemi di intermodalità innovativa basati sulle caratteristiche della città, del rapporto città / territorio e della sua fruizione;

– la promozione di interventi di efficientamento energetico a partire dalle strutture pubbliche presenti, valorizzando soluzioni proposte dalla ricerca piemontese;

– adeguare la banda, favorire l’accesso alle risorse tecnologiche di connessione in modo equo, promuovere iniziative per favorire la diffusione della banda larga nel territorio piemontese in modo da ridurre le necessità di accesso fisico agli agglomerati urbani.

– dal punto di vista della governance, è importante creare e mantenere una task force permanente con enti sovraordinati per coordinare interventi che vanno dalla mitigazione all’adattamento, alla gestione di emergenze di lungo periodo, che richiedono modifiche comportamentali durature e che coinvolgono tutti i cittadini e la loro amministrazione.

– mobilitarsi per delineare concretamente le azioni di adattamento al cambiamento climatico, sottolineando quelle misure che più contribuiscono agli obiettivi del Green Deal Europeo e che possono essere intraprese con più forza con la politica del post-emergenza sanitaria.

 

Per concludere

Non è mai successo che una componente biotica influenzasse in modo così determinante il sistema economico mondiale. La tenuta del sistema produttivo in epoca di pandemia e le azioni che seguiranno per una ripresa che incrementi la resilienza della società, anche rispetto alla diffusione dei virus, non possono che passare attraverso un indirizzo chiaro e forte del governo e delle amministrazioni pubbliche verso l’attuazione delle azioni previste dal Green Deal Europeo per raggiungere, nel 2050, un impatto climatico zero. Per farlo occorre promuovere l’uso efficiente delle risorse passando a un’economia pulita e circolare ripristinando la biodiversità e riducendo l’inquinamento.

Esiste il rischio concreto che le esigenze di rilancio dell’economia vengano progettate a breve termine per superare i problemi contingenti e meno quelli che verranno. In un momento di basso costo dell’energia e dei combustibili fossili la tentazione del loro utilizzo e incremento è forte e questo può rallentare gli impegni verso la decarbonizzazione, indebolendo gli investimenti più innovativi  e a sostegno di attività produttive più tradizionali. La portata delle perdite della gran parte dei comparti produttivi-  rischia di impedire una assegnazione di priorità che tenga conto di criteri ambientali.

E’ una trappola entro cui non bisogna cadere. Le misure di rilancio economico dovrebbero darsi obiettivi di medio-lungo termine, favorendo la transizione verso la produzione di energie a basse emissioni, verso l’efficienza energetica, verso l’innovazione tecnologica, verso modelli di consumo e mobilità più sostenibili.

Letture che hanno contribuito alle riflessioni di questo articolo

  • Position Paper congiunto della Società Italiana di Medicina Ambientale (https://www.simaonlus.it/?page_id=694)
  • Rete Italiana Ambiente e Salute, progetto del Centro Controllo Malattie del Ministero della Salute, sviluppa sinergie tra le strutture del Servizio Sanitario Nazionale (SSN) e le strutture del Sistema Nazionale per la Protezione Ambientale (SNPA) con l’obiettivo di condividere ed integrare le conoscenze e i dati disponibili, seguendo un approccio interistituzionale. Progetto RIAS (https://rias.epiprev.it/)
  • Scenari sugli effetti demografici di Covid-19: il fronte della natalità, Gian Carlo Blangiardo aprile 2020 ISTAT
  • Sintesi – DossieRSE https://www.dossierse.it/archivio/12-covid-19-e-sistema-elettrico/sintesi
  • ZERO IN on the remaining carbon budget and decadal warming rates climateanalytics.org/publications/2019/zero-in-on-the-remaining-carbon-budget-and-decadal-warming-rates/
  • IEA: Coronavirus impact on CO2 emissions six times larger than 2008 financial crisis www.carbonbrief.org/iea-coronavirus-impact-on-co2-emissions-six-times-larger-than-financial-crisis
  • Exploring the impacts of the Covid-19 pandemic on global energy markets, energy resilience, and climate change, www.iea.org/topics/covid-19
  • PANDEMIE, L’EFFETTO BOOMERANG DELLA DISTRUZIONE DEGLI ECOSISTEMI, Tutelare la salute umana conservando la biodiversità, WWF Italia Onlus, https://d24qi7hsckwe9l.cloudfront.net/downloads/pandemie_e_distruzione_degli_ecosistemi.pdf