di Fiorenzo Ferlaino (IRES Piemonte)
Energia e Green economy
La Green Economy è definita come l’incontro tra l’impresa e la sostenibilità economica, sociale e ambientale. E’ un concetto che nasce e si sviluppa in anni recenti in Europa come risposta ai numerosi fallimenti delle conferenze ‘politiche’ internazionali dell’ONU sull’ambiente.
In realtà entro l’agnosticismo generale la cultura nord-europea ha sempre risposto seriamente agli input che hanno fatto seguito al Summit della Terra, organizzato dall’UNCED (United Nations Conference on Environment and Development) a Rio de Janeiro nel giugno 1992 e agli sforzi successivi dell’ONU: ricordiamo gli accordi internazionali di Kyoto per la riduzione della CO2, la creazione del Global Compact Network nel 2000, il Forum dei Popoli della Conferenza Rio+20 e il recente accordo sul clima “Lima Call for Climate Action” della XXI conferenza di Lima.
La sensibilità europea per l’ambiente non è solo etica e si lega, fin dagli esordi, alle sue esigenze di natura socio-economica. L’Europa è infatti fortemente dipendente dall’esterno in campo energetico con un tasso di dipendenza (di energia primaria), al 2011, del 53,8% (l’Italia dell’81,3%). L’EU-27 importa l’84,2% del petrolio che consuma, il 64,6% del gas e il 41,3% dei carburanti solidi. Questa tematica fu alla base nel 1951 della Comunità europea del carbone e dell’acciaio (CECA, trattato scaduto nel 2002) e poi nel 1957 della Comunità europea dell’energia atomica (CEEA) o Euratom (ancora vigente).
La spinta verso la Green economy è partita pertanto dall’energia e ha avuto origine da una pluralità di fattori, che vanno dalla maggiore attenzione delle nazioni del Nord-Europa alla tutela ambientale (la Danimarca ha in atto un programma che la porterà a non utilizzare fonti fossili dopo il 2050), alle necessità economiche di minore dipendenza energetica, all’esigenza di accrescere la competizione tecnologica, all’esigenza di una maggiore concorrenzialità del mercato europeo e internazionale dell’energia.
Quest’ultima esigenza fu la parola d’ordine della politica energetica europea fin dagli anni ottanta. Il Libro bianco del 13 dicembre 1995 dedicato a ‘Una politica energetica per l’Unione europea’ ebbe infatti come obiettivi prioritari la ‘concorrenza’ e la ‘liberalizzazione’ del mercato energetico. Si aprì così una fase tesa alla creazione di un mercato europeo dell’energia, soprattutto gas ed energia elettrica, attraverso la direttiva n. 96/92/CE ‘Norme comuni per il mercato interno dell’energia elettrica’ e la direttiva n. 98/30/CE ‘Norme comuni per il mercato interno del gas naturale’.
Il Protocollo di Kyoto dell’11 dicembre 1997 per la riduzione della CO2 (causa prima del riscaldamento globale) aprì una nuova fase in Europa cominciata già l’anno prima con il Libro verde approvato dalla Commissione il 20 novembre del 1996 e proseguito l’anno successivo con il Libro Bianco strategico intitolato ‘Energia per il futuro: le fonti energetiche rinnovabili’. Le fonti rinnovabili divennero un obiettivo strategico e fu previsto di raddoppiare entro il 2010 il loro utilizzo energetico. Il risultato operativo di questa nuova fase fu la direttiva 2001/77/CE ‘Promozione dell’energia elettrica prodotta da fonti energetiche rinnovabili nel mercato interno dell’elettricità’.
Questa fase, cominciata con il Protocollo di Kyoto, si consolidò infine nel Giugno 2001 con il Consiglio europeo di Göteborg, in cui i paesi dell’Unione Europea approvarono una strategia per lo sviluppo sostenibile. Si aggiunse così una dimensione ambientale agli orientamenti politici di Lisbona 2000 per l’occupazione, la competizione economica e la coesione sociale. Il Green entra così a pieno titolo nella economia e nella società.
La nuova fase vede cioè l’estensione della questione ambientale non solo ai consumi energetici ma all’insieme dell’economia. E’ il periodo più recente che comincia con il ‘World Economic Forum’ del 2007, di Davos, in Svizzera, dove per la prima volta e in maniera esplicita la prestigiosa organizzazione internazionale (formata da grandi imprese, leader politici, accademici illustri e riconosciuti) ha lanciato la sfida della Green Economy come ‘visione’ intorno cui orientare la crescita e lo sviluppo. In quella occasione Angela Merkel aprendo il Forum individuò nelle fonti energetiche e cambiamento climatico “le due più grandi sfide dell’umanità”. Tale concezione dello sviluppo è stata poi declinata nel piano strategico di Europa 2020, in cui sono state definite misure di risposta alla crisi attraverso azioni rivolte alla crescita intelligente, alla sostenibilità, alla inclusione sociale e che trovano una sintesi territoriale nella diffusione della Smart specialisation, delle Smart regions e Smart cities. In questa fase l’Unione Europea ha lanciato il piano Clima-Energia 20-20-20, divenuto un pilastro della strategia ‘Europa 2020’.
Oltre l’energia: Europa 2020
La strategia “Europa 2020, per una crescita intelligente, sostenibile e inclusiva” è stata presentata dalla Commissione europea nel marzo 2010 e approvata dai capi di Stato e di governo dei paesi dell’Unione Europea nel giugno 2010 e prevede il perseguimento di una serie di obiettivi strategici per il rilancio dell’economia entro il 2020.
Le priorità di Europa 2020 sono tre.
- Crescita intelligente, orientata a sviluppare un’economia basata sulla conoscenza e sull’innovazione, che si traduce in alcune parole d’ordine e piani di azioni quali: l’Unione dell’innovazione, con l’obiettivo di riorientare la politica di Ricerca e Sviluppo (R&S) e innovazione in funzione delle sfide poste dal cambiamento climatico e da quello demografico (tecnologie per la salute, sicurezza, ecc.); Youth on the move, tesa a migliorare l’insegnamento superiore e la qualità generale di tutti i livelli dell’istruzione; Agenda europea del digitale, con l’obiettivo di creare una economia e un welfare innovativo basato su internet veloce e superveloce.
- Crescita sostenibile, con l’obiettivo di promuovere un’economia a basse emissioni di carbonio, più efficiente, più verde e più competitiva, attraverso la separazione della crescita economica dall’uso delle risorse e dell’energia (delinking), la riduzione le emissioni di CO2, l’uso di tutte le fonti disponibili, il miglioramento della competitività industriali e della sicurezza energetica.
- Crescita inclusiva, che intende promuovere un’economia con un alto tasso di occupazione che favorisca la coesione sociale e territoriale attraverso strumenti appropriati quali: un’agenda per nuove competenze e nuovi posti di lavoro, che implementi la partecipazione al lavoro (coworking, crowdfunding, cohousing, ecc.); una Piattaforma europea contro la povertà.
Le sfide-vincoli e gli indicatori quantitativi individuati per raggiungere quanto detto per l’UE sono indicati nella tabella 1:
Tabella 1. Obiettivi Europa 2020 e declinazione per l’Italia.
|
Obiettivi UE 2020 |
Obiettivi Italia 2020 |
|
|
Occupazione |
il 75% delle persone di età compresa tra 20 e 64 anni deve avere un lavoro |
Raggiungere un tasso di occupazione tra il 67% e il 69% |
|
Ricerca e Innovazione |
il 3% del PIL dell’UE deve essere investito in R&S (Ricerca & Sviluppo); |
Raggiungere un livello di spesa pari al 1,53% del Pil |
|
Cambiamento climatico ed energia |
Vedi tabella 2 e seguente |
|
|
Istruzione |
il tasso di abbandono scolastico deve essere inferiore al 10% e almeno il 40% dei giovani deve essere laureato |
Abbandono scolastico: 15-16% Istruzione universitaria 26-27% |
|
Lotta contro la povertà |
20 milioni di persone in meno devono essere a rischio di povertà |
Diminuzione di 2.200.000 poveri, deprivati materialmente o appartenenti a famiglie a bassa intensità di lavoro |
Fonte: Rapporto Ires 2013. La green economy in Piemonte
Per quanto riguarda il pacchetto “Clima Energia” gli indicatori sono piuttosto complessi e nascono da una lunga serie di interventi in ambito energetico. Quelli inerenti il pacchetto Clima-Energia 20-20-20 sono contenuti nella tabella 2.
Tabella 2. Direttive prioritarie in campo energetico
|
Direttiva Fonti Energetiche Rinnovabili (Direttiva 2009/28/EC) |
Stabilisce un quadro comune per l’utilizzo di fonti rinnovabili al fine di limitare le emissioni di gas ad effetto serra e di promuovere un trasporto più pulito. A tale scopo, sono stati definiti dei piani di azione nazionali e le modalità di utilizzo dei biocarburanti. |
|
Direttiva Emission Trading (Direttiva 2009/29/EC) |
Regola in forma armonizzata tra tutti gli Stati membri le emissioni nei settori energivori che pesano per circa il 40% delle emissioni europee, stabilendo un obiettivo di riduzione complessivo per tutti gli impianti vincolati dalla normativa del -21% al 2020 sui livelli del 2005. |
|
Direttiva sulla qualità dei carburanti (Direttiva 2009/30/EC) |
Richiede ai fornitori di ridurre, entro il 31 dicembre 2020, fino al 10% le emissioni di gas serra in atmosfera per unità di energia prodotte durante il ciclo di vita dei carburanti e dell’energia fornita, rispetto alla quantità di gas serra prodotti nel medesimo ciclo di vita nel 2010. |
|
Direttiva Carbon Capture and Storage – CCS (Direttiva 2009/31/EC) |
Definisce un quadro regolatorio comune a livello europeo per la sperimentazione e lo sviluppo su scala industriale di progetti di cattura, trasporto e stoccaggio di biossido di carbonio. |
|
Decisione Effort Sharing (Decisione 2009/406/EC) |
Stabilisce un obiettivo di riduzione delle emissioni nei settori non coperti dalla Direttiva ETS – trasporti, edifici, agricoltura e rifiuti – pari al -10% al 2020 sui livelli del 2005. L’obiettivo è ripartito in modo vincolante tra gli Stati membri e, per l’Italia, corrisponde al -13%. |
|
Regolamento CO2 Auto (Regolamento 2009/443/EC) |
Impone ai produttori di autoveicoli di raggiungere standard minimi di efficienza per le auto immatricolate per la prima volta nel territorio dell’Unione dal 2012. |
|
Direttiva Efficienza Energetica (Dir. 2012/27/EU) |
Adottata dall’Unione Europea il 25 ottobre 2012, che completa il quadro, a livello normativo, per l’attuazione pratica del Pacchetto Clima-Energia attraverso:
|
Fonte: CRC, Granda e Green, quaderni n. 21, CN, pp. 31-32
In estrema sintesi si tratta di ridurre entro il 2020, le emissioni di gas serra del 20%, alzare al 20% la quota di energia prodotta da fonti rinnovabili e portare al 20% il risparmio energetico, rispetto ai valori del 1990. Per l’Italia e il Piemonte le richieste sono meno pressanti:
- per quanto riguarda le emissioni totali di gas ad effetto serra la richiesta era di riduzione del 6,5% (rispetto al livello 1990) da realizzare nel periodo 2008-2012, mentre per i settori non regolati dalla direttiva ETS (Emission Trading System)- trasporti, edifici, agricoltura e rifiuti- si richiede al 2020 una riduzione del 13% rispetto al livello 2005;
- per quanto riguarda le fonti energetiche rinnovabili (FER), si richiede incremento del 17% (e per il Piemonte è il 15,1%);
- per quanto riguarda infine l’efficienza energetica l’Italia, come espresso nel Programma Nazionale di Riforma (PNR) del 2012, si è assunto l’obiettivo del 17% (le azioni sono contenute nel decreto legislativo 4 luglio 2014, n. 102, di “attuazione della direttiva 2012/27/UE sull’efficienza energetica).
Ma non basta. Nel 2013 un nuovo Libro Verde per le politiche dell’energia e del clima è stato promosso all’orizzonte 2030, sia per verificare quanto fatto sia per muovere più velocemente verso la Green Economy. Così lo scorso ottobre l’Unione europea ha fissato nuove soglie che prevedono al 2030 un taglio delle emissioni di gas serra del 40% (base 1990), una quota dei consumi energetici da fonti rinnovabili del 27% e un aumento sempre del 27% dell’efficienza energetica.
Inoltre la Commissione europea ha approvato l’Energy Roadmap 2050, ovvero la “tabella di marcia verso un’economia competitiva a basse emissioni di carbonio” che si pone come obiettivo per il 2050 di ridurre le emissioni di gas a effetto serra dell’80-95% rispetto ai livelli del 1990.
La sfida è chiara. Nel sistema competitivo dei quasi-continenti l’Europa ha scelto la carta del capitalismo sociale e verde. Questa sfida è stata raccolta, a sorpresa, anche da altri Paesi. Il 12 novembre Stati Uniti e Cina hanno, infatti, annunciato un accordo bilaterale sul taglio dei gas serra: una riduzione dei gas serra del 25-28% degli USA al 2015 (rispetto al 2005) e un impegno in tal senso anche della Cina a partire dal 2030.
Vecchie categorie si stanno rivedendo: la sfida del post-industriale non sarà tanto la continua riduzione dell’industria e della manifattura (e la conseguente crescita dei servizi) quanto la fuoriuscita dai tradizionali vettori energetici, l’aumento dell’efficienza produttiva, la drastica riduzione delle emissioni di CO2. Uscire dalla crisi significa promuovere una rivoluzione tecnologica basata sull’efficienza energetica, sul riciclo, sull’uso di fonti non fossili. Un obiettivo che richiede una forte e sistematica programmazione nazionale e regionale. Ed è su quest’ultimo fronte, quello della programmazione, gestione e controllo, che si gioca la competizione interna, economica e politica, tra Stati e le Regioni europee.