A cura di Mario Salomone – Presidente dell’Istituto per l’Ambiente e l’Educazione Scholé Futuro Onlus
Il questionario
Sono ormai molte le ricerche che confermano l’importanza dell’economia “verde” (o da rendere tale) per le prospettive occupazionali e per la possibilità di combattere la crisi strutturale che ha investito larga parte dei paesi industrializzati. Si tratta di studi sia a livello globale (es. UNEP, ILO, IOE, ITUC, 2008; UNDESA, UNEP, UNCTAD, 2011; UNDESA, UNEP, UNCTAD, 2011) sia nazionale (Unioncamere-Symbola, 2011). Il fenomeno non è però automatico: va compreso, guidato, sostenuto.
Il dato emerge nettamente anche su scala più locale.
In vista del convegno internazionale “Eco&Eco. Verso Rio+20, scenari e prospettive della green economy” (Torino, 3 novembre 2011, www.ecoandeco.educazionesostenibile.it –), l’Istituto per l’Ambiente e l’Educazione, ad esempio, ha chiesto a oltre cento imprenditori di Torino e provincia il loro parere sui loro comportamenti e le loro attese verso l’economia ecologica e sul ruolo dell’innovazione e le prospettive di medio e lungo periodo.
Il 40% di quanti hanno risposto al questionario sono società (Srl, Spa, cooperative, consorzi), il restante 60% sono imprese individuali o società di persone.
Un numero consistente di imprenditori (il 35%) si sta già impegnando per una maggiore efficienza nell’uso delle risorse e del patrimonio naturale.
Sono solo una minoranza quanti pensano che alla propria attività non possano essere applicati cambiamenti (12%), mentre sono il 16% quanti non intendono, almeno per ora, avviare azioni volte ad aumentare la sostenibilità dell’azienda, perché “gli ostacoli sono troppo alti”. Un gruppetto di imprese (10%) segnala, ed è un dato allarmante, di avere sospeso o rallentato la propria iniziativa in questo campo di fronte alle difficoltà incontrate. Un’impresa su tre insomma, denuncia un’insufficiente azione di sistema per lo sviluppo di una “green economy”.
Lo confermano i molti imprenditori che dichiarano che vorrebbero o potrebbero fare di più se potessero contare su finanziamenti agevolati e/o agevolazioni fiscali (43%), politiche economiche certe e di lungo periodo (40%), informazioni e supporto tecnico-scientifico esterno (17%) o piani formativi adeguati (11%).
Tra chi si sta già impegnando, le misure adottate più frequentemente sono gli interventi sui sistemi energetici (42%), l’introduzione di prodotti ecologici negli acquisti di materiali di consumo (40%), il miglioramento della gestione dei rifiuti (38%) e la riduzione degli imballaggi (32%), alimentando così tutto un nuovo mercato di prodotti e servizi.
Interessante anche quel 20% di imprese che esprime la propria responsabilità sociale realizzando attività di sensibilizzazione e formazione per i propri addetti o campagne di sensibilizzazione e educazione e progetti di tutela ambientale e sviluppo sostenibile, in proprio o tramite riviste di settore, siti web e portali, organizzazioni non profit.
Opportunità e prospettive per il futuro: gli innovatori sensibili alla green economy sono la maggioranza
Gli imprenditori, infine, sono stati interrogati circa i settori di attività in cui pensano che ci siano maggiori opportunità di innovazione di prodotto e/o di processo, in un’ottica di responsabilità sociale e di sostenibilità ambientale delle imprese (domanda 4).
I due terzi indicano le energie rinnovabili, il risparmio e l’efficienza energetica. Consistente però anche il numero di quanti indicano i sistemi per la riduzione dell’inquinamento (24%) o ritengono necessaria la ricerca di materiali eco-compatibili e/o la sostituzione di materiali in via di esaurimento con nuovi materiali (22%).
Riscuotono interesse, tra le molte opzioni prospettate, anche i mezzi e le infrastrutture per la mobilità sostenibile (17%), i sistemi di risparmio idrico e di difesa e ripristino delle risorse idriche (14%), la difesa del suolo (11%).

Molto netta è l’opinione delle imprese circa le prospettive per il futuro, di fronte alla grande crisi internazionale (domanda 5).
Qui gli imprenditori si dividono in innovatori (i più), in tradizionalisti (una minoranza), con un piccolo gruppo di fatalisti (“C’è poco da fare, bisogna aspettare che passi”, l’8%) e di ottimisti “generici” (“È una fase da cui gradualmente, anche se faticosamente, riusciremo a uscire, chi più chi meno, anche grazie alla laboriosità e alla creatività degli italiani”, il 6%).
Una larga maggioranza (i due terzi), infatti, pensa che si debba cambiare radicalmente modello di produzione e di consumo e in generale gli stili di vita. Strada che, aggiungono in molti, richiede politiche e condizioni quadro che rendano possibili nuovi modi di creazione di valore, ad esempio potenziando da un lato la ricerca e l’innovazione e dall’altro l’aggiornamento e la formazione degli addetti, nonché sensibilizzando i consumatori all’acquisto o all’uso dei beni e dei servizi più innovativi. Solo le imprese più innovative, osserva qualcuno, se la caveranno.
Meno di un’impresa su quattro crede invece a ricette economiche “tradizionali”, come la ripresa dei consumi grazie all’aumento del potere di acquisto dei consumatori, l’aumento della produttività o l’aumento della fiducia degli investitori, rassicurando i mercati finanziari.
Se un aumento dei redditi è possibile, osservano ad esempio alcuni, lo si può ottenere “solo spostando il peso fiscale dal lavoro e dalle imprese verso le attività più inquinanti e dannose per l’ambiente, attraverso l’attribuzione di un prezzo all’inquinamento e alle emissioni di anidride carbonica nell’atmosfera”.

Necessità di nuovi approcci e di nuove politiche di fronte alla complessità delle sfide
La ricerca, insomma, è il segnale di una tendenza molto interessante: gli imprenditori sono pronti a grandi cambiamenti e si attendono politiche più innovative e coraggiose.
Tendenze e politiche conseguenti sono state oggetto, appunto, del citato convegno “Eco&Eco”, in cui si sono confrontati, presentando dati, buone pratiche e valutazioni, rappresentanti del mondo accademico, delle imprese e delle categorie economiche, della finanza e delle istituzioni.
Di fronte alla complessità delle sfide, potremmo così sintetizzare, sono necessari nuovi approcci.
Per quanto riguarda la ricerca e l’innovazione, ad esempio, occorre rivedere le modalità di trasferimento tecnologico. Il cambiamento in senso ecologico, infatti, non è una semplice aggiunta all’esistente, ma comporta una rivoluzione profonda. Non basta quindi il solo trasferimento della conoscenza: occorre una gestione continua della conoscenza e una ricerca multidisciplinare che è anche una ricerca “in rete”. Si tratta di una ricerca che tiene conto di tutti gli attori di un processo (un esempio facile è quello della filiera alimentare), valuta il beneficio indotto sulla base del processo complessivo e anche, o forse soprattutto, punta non solo sulla ricerca tecnologica, ma anche su una innovazione di processo che non è tecnologica ma “sociale”. Alla ricerca tecnologica si affianca dunque una ricerca sociale per capire come si crea una consapevolezza individuale, come si valorizzano i comportamenti virtuosi dei singoli e come consapevolezza e comportamenti individuali diventano pratiche sociali.
È tutto l’approccio alla conoscenza, insomma, che deve cambiare: la specializzazione che serve è una specializzazione “smart”, che sfrutta le vocazioni regionali e la conoscenza non codificata (quella “empirica”). La ragione sta nel nuovo modello di “business” dell’economia verde, che è un modello che richiede da un lato fitte e forti reti territoriali, dall’altro una interazione continua tra imprese e mondo accademico. Il senso di tutto questo è che l’intera società deve diventare “verde”, cioè più sostenibile, il che significa più ecologica, più coesa, più inclusiva e più equa.
Alle politiche locali tocca, quindi, capire come lavorare in questo senso.
Riferimenti bibliografici
UNDESA, UNEP, UNCTAD (2011). The Transition to a Green Economy: Benefits, Challenges and Risks from a Sustainable Development Perspective. http://www.uncsd2012.org/rio20/content/documents/Green%20Economy_full%20report.pdf
UNEP, ILO, IOE, ITUC (2008). Green Jobs: Towards decent work in a sustainable, low-carbon world. www.unep.org/labour_environment/features/greenjobs.asp
UNEP (2010). Green economy. Developing Countries Success Stories. http://www.unep.org/pdf/GreenEconomy_SuccessStories.pdf
Unioncamere-Symbola (2011), Greenitaly. L’economia verde sfida la crisi, Rapporto 2011, Roma, Symbola.