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Torino: le architetture ordinarie

di Davide Derossi (Studio di architettura)

Introduzione

Nei 10 anni appena trascorsi la città di Torino ha subito un trasformazione di entità mai raggiunta nella sua storia urbanistica. Va ricordato che solo per la preparazione dell’evento olimpico e l’accoglienza del massiccio flusso di visitatori sono stati investiti circa cinque miliardi di euro di soldi pubblici, con 35 milioni di metri quadri di superficie di territorio che hanno modificato la destinazione d’uso e sono stati oggetto di nuove costruzioni(1).

Per quanto riguarda lo sviluppo dell’offerta abitativa “la provincia di Torino si colloca al terzo posto tra quelle metropolitane, dopo Milano e Roma, per consistenza assoluta dell’attività edilizia residenziale registrata nel periodo 2003-2011. La maggior parte di quest’attività edilizia residenziale si è concentrata nelle circoscrizioni 5, 4, 6 e 3, che comprendono le quattro aree delle Spine”(2). In seguito al completamento delle cosiddette “spine” del piano gregottiano i mastodontici complessi della Materferro, Westinghouse, Teksid, Officine Ferroviarie, Grandi Acciaierie, Michelin, Savigliano, Venchi Unica, saranno letteralmente rasi al suolo e sostituiti per lo più con nuovi comparti residenziali. Questo fenomeno avviene in un quadro generale di modifica progressiva del sistema di produzione della ricchezza, da quello tradizionale di carattere industriale e manifatturiero a quello di servizio legato allo scambio, allo sviluppo turistico, alla formazione universitaria, alla cultura, all’arte. Grandi (e spesso sovradimensionati) comparti residenziali, ma anche nuovi grandi “contenitori” olimpici, segneranno in modo significativo il panorama urbano.

È in questo periodo che anche a Torino si comincia a prestare maggior attenzione alle politiche di marketing urbano. Grazie anche alla stesura dei primi Piani Strategici elaborati a partire dall’anno 2000, ed ai rapporti annuali sullo stato della città ad opera della Fondazione Rota, la politica cittadina comincia a collocare le caratteristiche della sua struttura sociale, economica e produttiva all’interno di un nuovo quadro di competizione macroregionale, direttamente collegato alla necessita di attrarre risorse produttive, servizi e funzioni amministrative anche a scala europea.

Le Olimpiadi Invernali del 2006 si inseriranno perfettamente in questo processo e rappresenteranno da un parte la prima occasione della città di ottenere una visibilità internazionale e dall’altra supporto non indifferente al riscatto di un capitalismo immobiliare, non solo cittadino, in cerca di una nuova fase di espansione. Le olimpiadi rappresentano per l’amministrazione l’inizio di un necessario ed inarrestabile percorso di cambiamento di immagine della città da company town ad un supposto e imprecisato “modello urbano internazionale”. L’Amministrazione si attiva per modificare l’immagine urbana che è percepita dall’esterno, intende offrire una immagine di efficienza, di modernità, di progresso tecnologico, di qualità ambientale. In questo periodo verranno coniati i primi slogan di “promozione urbana” e migliaia di manifesti inneggianti al cambiamento tappezzeranno le strade cittadine(3).

Le grandi imprese e le grandi engineering locali si attivano per costruire alleanze con “nomi eccellenti”. Alcuni inviti a partecipare verranno suggeriti direttamente dagli amministratori, reduci dai viaggi studio a Bilbao, Berlino, Barcellona, Parigi, Lione. Questa condizione culturale e operativa ha segnato, come altrove, in modo particolare il decennio compreso tra il 2005 ed il 2015.

Nello stesso periodo saranno realizzate anche molte opere infrastrutturali importanti come l’interramento della linea ferroviaria, la nuova linea di metropolitana, la nuova stazione di porta Susa ed è certamente vero che l’immagine urbana all’esterno è realmente cambiata, grazie all’effetto trainante della pubblicità internazionale e del rinnovamento offerto dalle olimpiadi invernali, ma anche grazie ad una sinergia di fenomeni diversi e complessi legati al rinnovo della produzione industriale, alla crescita turistica, alla specializzazione di alcuni settori, alla crescita di competitività in altri, oltre che naturalmente nella buona capacità organizzativa della Amministrazione locale.

Considerato che la città è stata investita da una trasformazione dal carattere epocale, ora che i “giochi sono fatti”, che le olimpiadi e suoi effetti sono alle spalle e che sono passati 20 anni di applicazione del piano regolatore sembra arrivato il momento di domandarsi quale sia stato il valore realmente “internazionale” delle procedure strategiche messe in atto, quale l’innovazione nei modelli di sviluppo proposti, quale la ricaduta sull’ingiustizia distributiva che affligge la città, quali le risposte sul piano della qualità ambientale e della qualità architettonica. Così come sembra giusto domandarsi se sia stata prestata la necessaria attenzione all’esito delle operazioni intese come azioni rivolte alla costruzione di valori identitari, azioni capaci cioè di rappresentare la vita individuale e sociale, di depositare valenze simboliche e di senso, e quindi di esplicitare le ragioni di una civiltà(4). Occorre anche verificare se in questa spasmodica ricerca di cambiamento di immagine sia stato analizzato il valore degli elementi identitari. Qual è il legame fra la nuova immagine di Torino ed i caratteri propri della nostra città, della nostra cultura? Quali sono le relazioni fra una cultura specificatamente architettonica presente sul territorio e la nuova immagine di Torino non più relegata nel semplice ruolo di company town?

 

 

Architetture ordinarie

Come contraltare alla città costituita di grandi eventi, di grandi progetti, di grandi investimenti, vi sono le architetture minori che dall’approvazione del P.R.G. ad oggi hanno modificato in modo capillare l’immagine delle città. Un vasto fenomeno che è utile analizzare come spazio antiretorico di riflessione sul cambiamento di immagine prodotto dalla grande trasformazione, serve a “traguardare” quello che è successo nella città di Torino negli ultimi 20 anni. Uno spazio di riflessione in cui forse è possibile attribuire ancora un ruolo adeguato dell’architettura nella costruzione dell’immagine urbana.

Fenomeno diffuso che per altro non viene in generale registrato e analizzato dalla storia dell’architettura poiché considerato minore, ma che in realtà costituisce la maggiora quota della trasformazione delle città italiane. Si tratta di quella architettura “ordinaria” che di fatto ha trasformato la città dalla bassa cucina, dietro il palcoscenico delle grandi trasformazioni, nel mercato della “sostituzione edilizia”. Un fenomeno più leggero per l’impatto urbano ma più diffuso, legato a filo doppio alla realtà economica locale, ai regolamenti, alla vocazione delle imprese. Un architettura capace anche, nei casi migliori, di ironie sottili giocate sul filo delle resistenza anche questa ordinaria, del mestiere dell’architetto.

Un fenomeno dal carattere capillare ma che, in fin dei conti, ha segnato l’immagine della città più delle grandi opere urbane. Architetture che si possono definire “ordinarie” non soltanto in un senso Venturiano come richiamo agli elementi “convenzionali” di costruzione dell’immagine urbana, come ritorno ad uno sguardo sull’esistente per tentare di produrre nuovi significati, ma anche perché ci raccontano delle fatiche di chi si destreggia tra le regole del Piano e le regole non scritte delle piccole e medie imprese. È anche, se vogliamo, l’ordinarietà di un mestiere costituito di una fatica paziente, fatta di ascolto e nei casi migliori di ospitalità nei confronti del luogo, delle tradizioni, delle persone che le abitano, della vita quotidiana. Architetture che definiamo amichevolmente correnti perché capaci di interpretare una propensione tutta locale, e non per questo necessariamente priva di qualità, espressa sostanzialmente da architetture residenziali. Si tratta in prevalenza di quella architettura che frettolosamente viene indicata come “architettura della speculazione”.

Attraverso queste architetture possiamo anche leggere ed osservare come il Piano Regolatore in vigore da 20 anni e con tutte le varianti intervenute fino alla ultima stesura delle N.U.E.A (Norme Urbanistico Edilizie di Attuazione) ha segnato e modificato l’immagine della città.

Architetture per la maggior parte in mattoni paramano, a volte impreziosite da semplici elementi metallici a formare balaustre, mensole, balconi, coperture, in altri casi da pietre per le zoccolature, fregi, imbotti o cornici delle aperture; architetture in grado, di illustrare l’abilità delle maestranze, che dalla seconda guerra ad oggi hanno, anche se non con continuità, caratterizzato l’architettura residenziale torinese.

Un uso persistente del mattone la cui matrice si può far risalire agli anni trenta quando molte case della borghesia torinese erano in mattoni faccia a vista interrotto da fasce marcapiano, con le finestre impreziositi da decori, timpani, cornici intonacate. Spesso le persiane venivano disposte a scomparsa nella doppia muratura in mattoni pieni, con il paramano che costituisce lo sfondo unitario a decori, cornici, finestre, balconi. È invece nel dopoguerra che a Torino per un lungo periodo non si realizzano più case private con il mattone faccia a vista(5). Il mattone in quel periodo era per lo più utilizzato per le case popolari o per gli edifici pubblici, è soltanto verso la fine degli anni ’50 che tornerà ad essere impiegato nelle residenze private delle piccola e media borghesia. Per essere precisi è con le architetture di Gabetti e Isola, di Raineri e di Jaretti e Luzi che il mattone torna ad essere utilizzato nelle residenze borghesi. Come è noto la Bottega d’Erasmus fu motivo di scandalo, addirittura segnale di una fuoriuscita dal movimento moderno della cultura architettonica torinese. La stessa commissione edilizia bocciò il progetto per ben 9 volte. Anche se in modo differente fece scandalo pure l’edificio per abitazione a torre ed in linea in Piazza Statuto ad opera del BBPR del 1959(6). La Bottega d’Erasmo, la casa Paravia e la casa di corso Montevecchio di Gabetti e Isola rappresentano in questo senso i primi esempi di architetture residenziali in cui si può osservare un campionario di particolari costruttivi con un persistente uso del mattone, che saranno ripresi e reinterpretati in anni più recenti da architetture correnti.

Lo stesso Isola ricordando la Bottega d’Erasmo racconta: “Dovevamo lavorare in via Gaudenzio Ferrari, proprio sotto la Mole Antonelliana, in una zona del centro storico che presentava danni bellici e già qualche ricostruzione. Al contorno la città cresceva con una forte accelerazione e con architetture che riducevano rendendoli banali i canoni del Movimento Moderno (superfici coperte di tesserine vetrose, finestre a nastro, lunghi balconi e balconcini…) e con cantieri, impresari e maestranze spesso improvvisati, in cui sembravano scomparse le tradizioni costruttive di anteguerra (i paramanisti, i fabbri, gli artigiani della pietra…)”(7). L’intenzione di Gabetti e Isola sembrava essere quella della ripresa della tradizione costruttiva locale, una linea di ricerca che si deve alla strada già intrapresa negli anni ’30 da Mario Passanti e prima ancora da Antonelli e da Caselli. Passanti studioso del Vittone, del Guarini e di Juvarra firma insieme a Paolo Perona l’edificio in corso Giambone 2 (1938), il villaggio operaio in Testona Torinese in strada di Revigliasco (1939), la villa Sesia in Cavagnolo Piemonte (1935-37); tutte architetture rigorosamente costruite con muratura portante faccia a vista che costituiscono la radice di una ricerca che poi trova sbocco nell’ambito di un nuovo ed ampio movimento di “regionalismo critico” alla torinese per usare una espressione dello storico Kenneth Frampton(8).

Della metà degli anni ’60 è anche la Scuola materna con la Torre di alloggi per la provincia dei frati Dominicani, in corso Unione Sovietica 223, dove Giorgio Raineri utilizza il mattone faccia a vista insieme alla struttura portante visibile all’esterno, ricordando da vicino certe architetture del neorealismo italiano alla Ridolfi. Ancora la Casa Rotonda in strada Val Salice di Raineri che nasce da un incarico mancato per una casa per anziani e quasi casualmente diventa solo in un secondo tempo una casa per appartamenti borghesi. L’edificio dalla anomala pianta a “mezzaluna” segue le imposizioni del regolamento collinare gia indicate per il Noviziato e le traduce in una architettura residenziale dall’aspetto “collettivo” con rivestimento esterno in paramano, davanzali in lamiera di rame e coperture in alluminio verniciato. Cosi pure tornano le stesse linee di ricerca nell’edificio per abitazioni di Corso Unione Sovietica di Pietro Derossi (1962) , architettura ove torna l’uso prezioso del paramano arricchito da decori e zoccolature in pietra, da raffinati dettagli degli elementi metallici e lapidei.

Una radice certa dell’architettura “ordinaria” torinese è riscontrabile nelle architetture di Elio Luzi e Sergio Jaretti, dalla casa per appartamenti in via Curtatone alle Torri Pitagora, ove la capacità di utilizzare materiali correnti all’interno delle regole del Piano Regolatore ha fatto delle loro architetture una vera e propria scuola per i protagonisti dell’edilizia della speculazione. Architetture, quelle di Luzi e Jaretti, che rivelano una grande capacità di muoversi entro le rigide griglie delle regole normative e delle necessità economiche dell’impresa, con interpretazioni sempre sorprendenti ma a partire dalla composizione e scomposizione di elementi “ordinari”. Un vero e proprio vocabolario dei modi d’uso del mattone da quello nobile, pieno e sabbiato a quello meno nobile forato che non permette decori in rilievo, fino all’uso di taglio con lo stampato a vista per risparmiare sul numero, compare nell’edilizia residenziale(9).

Molti sono gli esempi illustri, troppo facilmente compresi nella categoria del Neo-liberty Torinese (la cui trattazione non può essere esaurita in un breve testo), che si possono intravedere dietro queste recenti architetture “ordinarie” a volte anche un poco improvvisate, sorte in evidente conflitto con le volontà normative del piano e dei vincoli d’impresa.

Queste origini spiegano però soltanto in parte la particolarità di un fenomeno tipicamente Torinese (residenze con questo carattere non sono visibili né a Novara, Biella o Vercelli, ma neanche a Milano, Roma o Firenze). Vi è in queste architetture minori anche una peculiare disinvoltura che potremmo definire “anti-compositiva” che le contraddistingue. Una atteggiamento che potremmo definire poco attento alla retorica monumentale, all’unitarietà delle composizione, accentuato da una propensione al “tradimento” che si può ritrovare anche in alcune architetture di Mollino. Altro riferimento culturale che ritorna è offerto dall’influenza esercitata da una certa architettura organica scandinava che negli anni ’50 trovava molto spazio sulla diffusa rivista Metron diretta da Zevi, e che sicuramente influenzò ad esempio gli architetti coinvolti nel progetto della Falchera guidato dal piano di Astengo.

Una condizione della cultura architettonica torinese che rispecchia del resto un rapporto con il movimento razionalista del tutto anomalo e particolare nel panorama italiano e che ne spiega anche (se pur parzialmente) l’isolamento. Ma sarebbe troppo difficile e forse non del tutto legittimo ricostruire il filone di una certa cultura architettonica tipicamente Torinese più disinvolta, più antiretorica, dai caratteri più narrativi e meno “compositivi”.

Le architetture minori o “ordinarie” occupano nella maggior parte dei casi luoghi residuali, lotti d’angolo dalle forme meno facili e perciò meno remunerative, meno appetibili per le imprese, lotti dalle soluzioni distributive più costrette che mettono a dura prova i progettisti. Arretramenti, loggiati, larghezze dei balconi, soluzioni di coronamento, attacchi a terra raccontano in modo talvolta evidente la difficoltà del progettista di adattarsi all’irregolarità del lotto. Si tratta anche di architetture che illustrano la difficoltà di muoversi all’interno delle norme sempre più articolate e complesse del P.R.G.. Un esempio eclatante è rappresentato dalle soluzioni inerenti i sottotetti con l’introduzione delle nuove e restrittive norme circa i parametri di abitabilità, oppure dalle soluzioni relative alle sporgenze dei balconi in relazione al rispetto dei rapporti di copertura, o ancora dalle soluzioni relative alle sistemazione degli spazi esterni, in linea con le nuove norme comunali per la tutela degli spazi verdi e la permeabilità del terreno. Più recentemente ulteriori nuovi fronti di interpretazione sono costituiti dalla norme in materia di risparmio energetico. Queste osservazioni inducono a riflettere attentamente sulle ricadute in termini di immagine della città di norme complesse e minuziose, e tendenti a regolare ogni aspetto e parametro costruttivo.

Analizzando i 20 anni di sviluppo del fenomeno delle piccole sostituzioni edilizie è possibile inoltre osservare nel passaggio tra il primo decennio ed il secondo (qualche anno dopo le olimpiadi invernali) una sorta di spartiacque tra le “case rosa” (rappresentato appunto dalle architetture residenziali prevalentemente in mattoni paramano) ed un nuovo modo di intendere l’edilizia speculativa, secondo un modello che potremmo definire meno localista e più “europeo”.

È infatti tra il 2008 ed il 2010 che cominciano a comparire, anche a seguito dell'”effetto olimpico”, modelli residenziali certo più diffusi in altre città del nord Italia: cominciano a comparire grandi ed alte zoccolature in intonaco a fasce orizzontali, in pietra o metallo, parapetti in vetro, tetti piani, visierine di coronamento in materiali trasparenti. Anche l’edilizia speculativa di piccola portata comincia ad inseguire modelli che si suppone “più avanzati” e considerati più ricchi, ed in sostanza quindi più adatti alla nuova domanda di mercato. Infine ad osservare la distribuzione sul territorio cittadino delle piccole architetture ordinarie si evince una strategia di tipo parassitario: le piccole speculazioni sono dislocate in prevalenza a ridosso delle aree oggetto dai grandi interventi, nel tentativo di sfruttare gli effetti indotti dalla grande trasformazione.

Va osservato con franchezza che le migliaia di architetture ordinarie realizzate in molti casi non risplendono di luce di ingegno, talvolta si tratta di mero sfruttamento adattato alla capacità di impresa e veicolato dall’adeguamento del progettista su soluzioni preconfezionate, altre volte si tratta di architetture che esprimono una “consolante mediocrità borghese”, espressione di una media qualità diffusa priva di forte innovazione, senza sfarzo, senza ostentazione. Ciò non sembra però sminuire questo largo e capillare fenomeno che in qualche modo ci suggerisce la necessità di recuperare il filo di una matassa che sembra andata perduta nelle libera professione: l’impegno a cercare soluzioni inaspettate che aprono al dialogo con il luogo e con le sue tradizioni costruttive.

L’analisi di questo fenomeno dovrebbe avere il fine di recuperare una dimensione più colta della libera professione, offrendole uno spazio di riflessione e di analisi autocritica per gli architetti e per gli operatori di settore, nella speranza di rompere quel circuito per cui gli architetti, “ormai chiusi nei loro studi tentano ancora di afferrare l’architettura su di una urbanistica impossibile, tra committenze incerte e sospettose che vengono forzate con armi odisseiche, in cui ogni realizzazione pregevole è in genere dovuta ad una distrazione del sistema”(10).

Dopo un periodo di grandi trasformazioni e trovandoci in una nuova compagine di risorse pubbliche molto ridotte sembra utile ripartire da una rinnovata pratica di “cura dei luoghi” tentando di colmare quello scollamento tra la città dei grandi interventi e la città vissuta. Ripartire dall’ascolto della città anche nei suoi aspetti marginali, con una accentuata attenzione per le persone che la vivono, prestando la giusta attenzione ai luoghi, ai suoi caratteri ed alle relazioni che li contraddistinguono.

L’osservazione del fenomeno dell’architettura ordinaria induce a considerare della massima importanza anche gli aspetti esiziali della costruzione delle città, aspetti che se supportati nel loro sviluppo possono offrire una grande opportunità. Sembra suggerire la necessità di ripartire dal basso, per accogliere il nuovo che avanza, interpretarlo, raccogliendo ciò che “da sotto”, lentamente ed in modo capillare cambia la nostra città.

 

 

 

 

Nota(1) Questo dato è riportato in, Anthony L. Cardoza, Geoffrey W. Symcox, Storia di Torino, Einaudi, Torino, 2006, pag. 268

Nota(2) la citazione è tratta dal resoconto annuale del 2014 della Fondazione Rota e reperibile all’indirizzo web : http://www.rapporto-rota.it/trasformazioni-urbane.html

Nota(3)   Tra tutti basti citare lo slogan più longevo ed azionista : “Turin always on the move”

Nota(4)  G. Consonni, La difficile arte. Fare città nell’era delle metropoli, Maggioli Editore, Milano 2008, pag. 7

Nota(5)  G. Torretta, “Annotazioni sul cambiamento di senso dell’uso del mattone nell’arco di trent’anni”, in Costruire in laterizio n° 42, 1994, pag. 543

Nota(5)  R. Gabetti, “Variabili e costanti delle cultura architettonica torinese dal 1945 ad oggi con un passaggio al futuro” in Architettura e urbanistica a Torino 1945/1990, a cura di Luigi Mazza e Carlo Olmo, ed. Umberto Allemandi, 1991, Torino

Nota(7) A. Isola, “Progettare architetture nei luoghi dove la storia appare” in Tessuti misti nella città compatta, un caso torinese, a cura di A. Baietto e R. Rigamonti, , Celid, Torino, 2003, pag. 14

Nota(8)  K. Frampton, “Luogo, forma, identità culturali”, in Domus 673, giugno, 1966 pag. 20. In particolare:” Il regionalismo critico, in teoria, è una cultura del costruire, che, mentre accetta un ruolo potenzialmente liberativo delle modernizzazione, nondimeno, resiste all’essere totalmente assorbita dagli imperativi globali della produzione e del consumo”

Nota(9)Paolo Mauro Sudano, “Costruire col mattone paramano: architetture a Torino e in Piemonte”, in Costruire in laterizio n° 42, 19994, pag 542

Nota(19)  G. Raineri , “Immagine e cultura delle città”, nel catalogo delle mostra curata da P. A. Croset, Architettura degli anni ’80 in Piemonte, Electa, Milano, 1990, pag. 358